Alla ricerca del senso perduto

Riflessioni prezzemoline sulla vita

Per chi se lo stesse chiedendo, sono sopravvissuta alla cena aziendale. L’infausto evento si è verificato lunedì sera e devo dire che tutto sommato l’ho attraversato con un aplomb degno di un membro della Royal Family. La sorpresa questa volta, ha evitato il coinvolgimento di intrattenitori da bagaglino ormai destinati all’oblio, ma ci ha proposto un ben più divertente prestigiatore di nome GianLupo. GianLupo ci ha dilettati con piccoli e innocui giochi di magia e ha goduto della mia massima stima quando è riuscito a trasformare i miei cinque euro in una banconota da cinquecento.

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Purtroppo l’illusione è durata pochi secondi, giusto il tempo per immaginare come li avrei spesi, dopodiché mi sono stati restituiti nella loro forma originaria.

La serata è stata breve e indolore e nonostante ci fossi arrivata con umore tetro, non l’ha peggiorato e questo devo dire che è veramente un miracolo, visto che la mia azienda, una multinazionale cattiva cattiva, è in grado di ideare cose orribili, travestendole da cose apparentemente belle e propinandole ai propri collaboratori come  fantastiche.

Comunque il Natale si avvicina, Milano inizia a svuotarsi di tutti coloro che raggiungono le proprie famiglie per festeggiare, c’è chi è contento, chi scontento, chi non vede l’ora che finisca tutto, chi aspetta tutto l’anno di riunirsi ai propri cari. Non credo ci sia una regola e ogni reazione emotiva ha la propria dignità, sicuramente il momento si presta più di altri a delle riflessioni e visto che anche io ogni tanto metto in fila qualche neurone e lo faccio girare come nel Girmy mi esporrò toccando un argomento che se fossi veramente intelligente non toccherei, ma tant’è, anche la mia maestra delle medie diceva che non ero tanto sveglia e quindi lo faccio.

La settimana scorsa ho avuto modo di vedere il documentario di Rosi, “Fuocoammare”. Era tempo che volevo guardarlo, ne avevo sentito parlare per i premi vinti, ma non l’avevo mai visto anche se il buon Netflix me lo suggeriva da tempo.

Eviterò i facili buonismi e i volemose bene, che sono urticanti e lo sappiamo tutti, e mi concentrerò su quello su cui io poi ho riflettuto di più, ovvero il significato di essere uomini, con tutte  le implicazioni etiche del caso.

Il documentario, che è molto lento registicamente parlando, altro non fa che mettere una grande lente di ingrandimento su Lampedusa, sui suoi abitanti, e a latere ad illustrare quello che succede duranti i perdurati sbarchi di immigrati di cui noi tutti siamo a conoscenza.

Si racconta la vita, per quella che è, con le sue noie, le visite dal medico, il sugo al pomodoro e le pulizie di casa, il tempo brutto che impedisce ai pescatori di uscire in mare. All’interno di questa narrazione, si insinua poi il punto di rottura e il rumore di sottofondo non è più lo scroscio del mare, ma le registrazioni telefoniche delle marina italiana, quando fra pianti e urla di disperazione arrivano le richieste di aiuto.

Così, con la freddezza con cui si raccontano le altre vicende, si introduce uno spaccato di mondo disumano, dove la disperazione fa da padrona e dove ci sono cadaveri, ustioni da benzina, annegamenti e  recuperi di corpi che galleggiano in mare. Uomini, donne, anziani, donne incinte, bambini. C’è l’intervista al responsabile del Pronto Soccorso di Lampedusa, con gli occhi dolci e tristi di chi ne ha viste troppe, ma di chi non scansa la  responsabilità di curare i vivi e sezionare i morti.

Voglio restare volutamente generica perché ognuno possa guardarlo, magari in un momento propizio, non tanto per  la sua trama o la regia, che poteva anche essere migliore, ma per riflettere sul senso dell’umanità, cosa di cui si fa gran berciare in questo Natale.

Io penso una cosa, che investire tutti i risparmi della propria vita per pagarsi un viaggio in cui sai esattamente che potresti morire, e salire su una barcaccia  per attraversare il mare e vedere se mai riuscirai ad arrivare dall’altra parte, con la tua famiglia, per sfuggire alla fame, alla guerra, alle persecuzioni e alla disperazione, è molto più vicino al vero senso della vita che tutto il resto. Perché tu in quel momento la tua vita sei disposto a metterla su piatto, tanto hai poco da perdere.

E questo non si può ignorare, non si può fingere che tutto questo non stia accadendo, non si può risolvere tutto con qualche accordo politico. Certo non si può fare nemmeno i buonisti e non ammettere che anche l’integrazione è di fatto un problema, enorme, soprattutto per un Paese come l’Italia, in cui tutto è lento e faticoso e molto spesso corrotto.

Però alla vita non si può rispondere che con la vita, e non so esattamente come questa cosa che sento forte possa poi diventare realtà concreta, ma credo davvero che con le nostre scelte possiamo riscoprirci ogni giorno più umani, non tanto nel senso letterale, ma come individui.

Forse dovremmo aprirci di più al mondo, abbandonando le facili tecnologie che sembrano connettere tutto e niente connettono, strofinarci gli occhi troppo appannati dal benessere, e avere il coraggio di guardare dove invece è più facile distogliere lo sguardo. Credo fermamente che il contatto umano, l’empatia con il prossimo restino ancora uno dei sacri pilastri delle necessità etiche dell’uomo, e anzi credo che se ci sarà qualcosa che fermerà questa giostra impazzita di mondo confuso, sarà proprio questo.

Quindi che questo Natale vi possa portare tanto senso, senso di vita, senso di sentirci tutti, parte di un grande sistema umano che ci sta chiedendo delle riflessioni a cui non possiamo esimerci. Visto che non c’è mai tempo per farlo, prendiamoci questo momento per pensarci ora.

Spero che questa riflessione non risulti troppo confusa, ma continuavo a pensarci e avevo bisogno di dargli una forma tangibile.

Detto questo, ora torno ad essere l’alunna meno intelligente e con scarse probabilità di miglioramento della mia classe delle medie ed ebbra di gioia che da domani sono in ferie, con il sottofondo di Last Christmas degli Wham vi auguro tante buone cose!

Rassegnazione, what else?

Di cene di Natale e libri da leggere

É domenica sera, a Milano nevica, e io dopo aver omaggiato i fiocchi di neve con piroette degne della Fracci e di uno spot natalizio della Bauli, ed essere rovinosamente scivolata sul marciapiede rischiando di rompermi una rotula, sento di aver dato tutto quello che potevo al Natale.

Ma proprio tutto. Il mio spirito hygge, la mia gratitudine si sono spente ancora prima che l’evento si realizzi e nonostante mi sia già levata con gioia l’incombenza dei regali, sto scivolando lentamente in una sorta di  pacifica rassegnazione circa tutto quello che si presenterà nelle prossime settimane: cene e aperitivi aziendali, pranzi con suocere e famigliari, lavoro matto e disperato pre-ferie.

Vorrei sentirmi il re del mondo come Leonardo di Caprio sulla prua del Titanic, ma mi sento più come quello che suonava isterico la campanella mentre avvistava l’iceberg.

Di certo sopravviverò anche quest’anno e diventerò una persona migliore, sorriderò di fronte al fumetto color grigio topo della zuppa di pesce di mia suocera, ringrazierò lieta di fronte al 9999 bagnoschiuma ricevuto come regalo, giocherò al tombolone con la mia famiglia, e disquisirò sull’ eterna diatriba  pandoro o panettone.

Probabilmente il momento peggiore sarà la cena aziendale. L’anno scorso c’era Pino Insegno come intrattenitore: a metà serata ho finto di stare male e me ne sono andata a casa, proprio nel momento in cui stava per venire proiettato il video motivazionale: Andiamo a Fatturare, con la base gentilmente mutuata da Rovazzi.

Quest’anno dicono ci sarà una sorpresa, cosa che di certo non promette nulla di buono, e più il momento si avvicina, più immagino tutti i dirigenti della mia azienda riuniti al 18°esimo piano olimpionico ad escogitare modi per renderci la cena di Natale più ostica di quanto già lo sia. Da anni ormai i posti vengono assegnati come ai matrimoni e viene meno anche l’unica ancora di salvezza, ovvero sedersi al tavolo con qualche collega giusto e darsi all’alcool.

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Per tutti coloro che si trovano nella mia situazione e non hanno voglia di cedere, almeno non completamente, a questa ondata di buonismo natalizio, suggerisco un libro. Ci ho messo quasi due mesi a finirlo, perché un po’ ostico, ma credo meriti di essere citato perché scritto bene e molto politicamente scorretto.

Si tratta di “É successo qualcosa” di Joseph Heller, un libro per diversi aspetti difficile, ma estremamente interessante.  Anzitutto è rognoso perché è difficile da trovare, nel senso che non esistono ristampe e quindi io l’ho recuperato acquistandolo su Amazon già usato. Secondo, perché nonostante sia un libro scritto divinamente, è ostico come pochi libri mi sono capitati per mano.

Non so se qualcuno di voi conosce Joseph Heller, ma è l’autore di “Comma 22”, uno dei libri icona della letteratura americana. Uno di quei libri che ha venduto tipo dieci milioni di copie, più o meno come i followers di instagram della Ferragni.

Comunque non contento di questi buoni risultati, dopo qualche anno il buon Joseph pubblica “É successo qualcosa”, che arriva dritto nelle mie mani in un giorno d’autunno del 2017.

La trama è semplice e allo stesso tempo complessa da spiegare, perché di fatto non succede nulla per quasi seicento pagine. O meglio c’è un evento nella vita del protagonista che innesca una sorta di stream of consciousness che costruisce l’impianto narrativo di tutto il libro.

Il progonista è Bob Slocum, un americano benestante che lavora in una multinazionale, a cui viene offerta una promozione lavorativa, motivo che lo porterà ad interrogarsi sulla sua vita e sui rapporti con la sua famiglia e i suoi figli.

Ogni capitolo è dedicato ad un componente del suo nucleo famigliare: Slocum vive con la moglie e tre figli, di cui uno disabile, in una ricca zona di una non precisata cittadina americana, e a differenza di quanto ci si possa aspettare, Bob odia la sua famiglia.

Non sopporta la moglie e la tradisce periodicamente con altre donne, odia sua figlia maggiore che lo tormenta accusandolo di essere un pessimo padre, odia il figlio disabile e desidera muoia il prima possibile per liberare la famiglia della sua presenza. L’unico per cui prova una sorta di forma di affetto è l’altro figlio, un ragazzino sensibile che ricorda a Bob sé stesso da bambino e con cui comunque i rapporti andranno deteriorandosi nel tempo.

Anche i suoi rapporti di lavoro  sono governati dall’odio e dalla paura, i suoi colleghi sono così impersonali da essere chiamati con i nomi dei colori: Mr. Green, Mr. White, Mr. Brown (forse una citazione quella di Tarantino nelle Iene?) e vanno a costituire un microcosmo aziendale assolutamente moderno (potrebbe essere quello di qualsiasi azienda dei nostri tempi).

In questo contesto decisamente ansiogeno, composto da paura, odio, indifferenza dei legami famigliari, l’unico motivo di gioia per Slocum è il ricordo un vecchio amore giovanile,  e il sesso, visto come unico aspetto che connette il protagonista alla realtà.

Non so se vi ho persuaso, ma merita di essere letto. Non è facilissimo da sostenere, perché tutte queste pagine di monologo interiore lo rendono poco scorrevole a tratti, ma è scritto divinamente e vale almeno un tentativo. Nonostante sia stato scritto negli anni 70′, c’è tutta l’America di adesso fra quelle pagine, tutti i valori di una delle società fra le più contraddittorie, osservati con un cinismo e una lucidità che delizia.

Vi lascio il link di IBS, dove ne risultano disponibili poche copie, se comunque non lo trovaste sono disposta a spedirlo al pazzo/a che si facesse convincere dalla mia descrizione a leggerlo.

https://www.ibs.it/successo-qualcosa-libri-vintage-generic-contributors/e/5000000069051

Diamoci al book sharing perbacco, in fondo a Natale siamo tutti più buoni!