Venerdì 17

Eziologia della sfortuna

Nonostante mi sia sempre reputata una persona ragionevole, saldamente ancorata ai principi dell’illuminismo e militante per la “lotta al sonno della ragione”, la vecchiaia galoppante mi sta facendo rivedere alcune delle certezze che in gioventù non avrei mai contestato.

Quando avevo vent’anni mi facevo beffe della superstizione, rompevo specchi quasi a voler sfidare la sorte, passavo sotto le scale e il sale caduto in tavola  per me non era altro che del banale cloruro di sodio.

Ebbene, superati i trenta, le mie razionali certezze hanno cominciato a vacillare, in parte a causa di una serie sfortunati eventi accaduti in circostanze precise. Tipo il da poco passato venerdì 17 marzo 2017, che si è configurato come una delle giornate peggiori dell’ultimo periodo. Non so se questo sia da attribuire al fatto che fosse venerdì 17, o al fatto che ci fosse il 17 anche nell’anno, ma tant’è che il dramma si è consumato.

Avevo avuto delle piccole avvisaglie in mattinata che con arroganza ho impunemente ignorato, e che hanno avuto un roboante climax nel primo pomeriggio, quando in ufficio si è scatenato l’orrore: una mail fintamente gentile mi comunicava che avrei dovuto rifare il lavoro di tutta una settimana entro sera. Ai primi minuti di incredulità e terrore sono susseguiti dei rush di adrenalina e disperazione che mi hanno regalato un’espressione (nonché un sottotono), molto simile a quella di Lou Ferrigno nell’Incredibile Hulk.

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Sopravvissuta (non so come) ad un conseguirsi di extrasistoli – telefonate concitate – proteste – disperazione – telefonate concitate – extrasistoli – isteria – morte – risoluzione del problema, ho pensato che potevo stare tranquilla, il mio tributo al nefasto venerdì era stato pagato e mi sono sentita quasi fiduciosa che la cosa potesse concludersi così.

Giammai c’era stato nella storia dell’umanità, un giudizio più affrettato. Una volta giunta a casa ho dovuto affrontare un’apocalisse di deiezioni canine sparse con metodo sul pavimento (cane anziano e incontinente, ma molto simpatico), e non ultimo una plafoniera in vetro si è staccata dal soffitto schiantatosi a terra un minuto dopo la mia uscita dalla doccia. Ho rischiato il classico incidente domestico potenzialmente fatale. Quelli che negli anni novanta, quando io ero piccina, ci avevano costruito un programma  televisivo in onda su Raitre il sabato sera, l’orribile e allo stesso tempo affascinante:”Ultimo Minuto”, un susseguirsi di macabri incidenti accaduti a persone che non sempre sopravvivevano, e che credo abbiano turbato il mio subconscio più di Twin Peaks.

La fatalità e concentrazione di questi sfortunati eventi mi hanno costretta ad una riflessione più ponderata sulla superstizione e ho deciso di recuperare questo bellissimo libro pop-up, che mi regalò ai tempi un ex collega per scoprire tutti i gesti indispensabili scaccia-sfortuna, di cui a questo punto sento di avere un grande bisogno.

The guide for the Unlucky

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Una preparazione di questo tipo si rende indispensabile, per affrontare serenamente questa nuova fase della mia vita in cui se non mi asciugo i capelli la sera vengo colta da orribili attacchi di cervicale.

 

Settimana della moda

L’insostenibile inadeguatezza dell’essere

E anche questa settimana della moda ce la siamo levata dalla scatole. Sono felice che si sia tornati al regolare intasamento metropolitano, e soprattutto gioisco nel non vedere più valchirie minorenni dalla bellezza sfolgorante camminarmi accanto.

Il mio personale contributo all’ esploit modaiolo di questi giorni, che in parte esplicita anche il mio interessamento alla questione, è stato girare per Milano vestita con cappotto,  cappello e sciarpa neri, leggins blu oceano e stivaletti color carne. Un’improbabile accozzaglia di colori che neanche La Rettore nei suoi momenti di gloria ha eguagliato. Il dettaglio di stile che impreziosiva il tutto era dato da delle striature immonde sui leggins, trasparenti ed equivoche, generate dal rovesciamento involontario di sciroppo per la tosse a base di bava di lumaca. Non avendo cambi a portata di mano ho dovuto girare così un sabato pomeriggio, creando ilarità e sorrisi di compatimento negli sguardi che incrociavo.

Comunque se devo dirla tutta, iniziare l’anno con Memorie dal Sottosuolo non è risultato essere una scelta propiziatoria, almeno dal punto di vista prettamente fisico/salutistico. Dopo essere infatti sopravvissuta alla prima ondata di influenza, sono caduta preda anche dalla seconda, inaugurando ufficialmente il 2017 come uno degli anni in cui le mie difese immunitarie si sono dimostrate un completo fallimento. Certo ho manifestato una sintomatologia differente dalla precedente, per cui se prima avevo bronchite-raffreddore-febbre questa volta ho potuto sperimentare l’accoppiata faringite- tracheite- tosse che si è dimostrata certo più persistente e fastidiosa della precedente. Anche in questo caso, quando in preda alla disperazione e assolutamente convinta di aver contratto la meningite ho pensato che sarei morta, sono invece sopravvissuta, grazie anche alle parole di conforto del mio medico di base, che ha ben pensato di liquidare la mia pratica al telefono, comunicandomi che se avessi avuto la meningite non avrei avuto il tempo di discorrere così amabilmente con lui.

Nel frattempo niente di nuovo è accaduto alla mia vita, se non che sono giunta a pagina seicento di David Copperfield, e ammetto di esserne sempre più entusiasta. Charles Dickens è un genio. Parlo al presente perchè se ti permetti di scrivere libri del suo calibro, alla fine non muori mai.  Sono al punto in cui David è un giovanotto e si è anche un po’ ripreso, per fortuna, dalle sfighe della sua infanzia, ma credo si appresti a nuovi dolori e delusioni. Vi terrò aggiornati. Comunque sono così entusiasta che sono finita su Etsy cercando una copia  datata del libro da collezionare, ovviamente di non pregevole fattura, che mi consentisse di dedicargli un posto privilegiato nella mia libreria, e  sono incappata in questo negozio, the Locket Library,  che mi ha fatto letteralmente impazzire.

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Praticamente questa ragazza fa piccoli gioielli con le copertine dei libri, collane, bracciali, orecchini. Io non ho potuto esimermi dal comprare un ciondolo con la copertina di David, ovviamente. Sarò orgogliosa di indossarlo con i miei maglioni dai colori improbabili, slumacati dai vari rimedi popolari anti ipocondria di cui mi avvalgo.

ps: vi consiglio di non sottovalutate la bava di lumaca come sciroppo, è la svolta!

 

 

 

David Copperfield

No, non l’illusionista

Nonostante sia arrivata solo a pagina duecentodiciannove, io a David Copperfield mi sono già affezionata.  Provo un attaccamento al personaggio e al libro che preannunciano la fine “capolavoro”.

Sarà che trovo Dickens uno dei più grandi scrittori di sempre, sarà che alla fine per me i classici sono intramontabili, ma David Copperfield proprio mi piace.

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In primis perché a sto povero bambino, glie ne capitano di tutti i colori, che se io pensavo di aver avuto un’infanzia disagiata, lui batte tutti su tutti i fronti. E quindi mi fa un po’ riflettere su tutte le menate che il benessere ha portato con sé nella vita dell’uomo del ventesimo secolo.

Parentesi, l’altro giorno leggevo che la sculacciata è un gesto vietato per legge in più di sessanta paesi al mondo. Tipo che se ti beccano a dare una sculacciata a tuo figlio, puoi andare in galera. Questa cosa mi ha fatto un po’ sorridere, non tanto per la bontà della legge in sé; sono d’accordissimo che la violenza sui minori vada combattuta, denunciata, e punita in modo severissimo, però non sono convinta che una sculacciata data una tantum possa rientrare nel perimetro del perseguibile penalmente. Perché allora non riesco proprio ad accettare che noi non sculacciamo i nostri figli, ma compriamo i vestiti di Zara che vengono dall’Indonesia prodotti in fabbriche che si avvalgono del lavoro minorile, e che ce ne freghiamo se i bambini (sempre degli altri) muoiono sui barconi in mare a centinaia. È il paradosso dell’uomo bianco: se le cose succedono a lui apriti cielo, se succedono agli altri e gli fa comodo, non è poi così grave.

Comunque senza che ci addentriamo in territori in cui si potrebbe stare a discutere e questionare per ore, sono al punto in cui al buon Copperfield glie ne sono già successe di tutti i colori, ma proprio tutte, e anche se ti aspetti che non ci possano essere altre sfighe, realizzi poi che sei solo a pagina duecento e quindi devi essere pronta a tutto.

In realtà la mia abnegazione e prontezza d’animo valicano questo aspetto puramente letterario e tracimano nel fisico, nel senso che il libro conta circa mille pagine e come è possibile immaginare ha un peso specifico non indifferente, non facile da gestire in contesti pubblici, come la ben nota metropolitana, dove il rischio  di slogarmi un polso reggendolo in mano o di colpire qualcuno è alto.

Inoltre presentandomi in ufficio in sua compagnia sono stata schernita più volte da un manipolo di colleghi che mi hanno sbeffeggiata chiedendomi se trasportavo il Castiglioni- Mariotti o se stavo leggendo la Bibbia.

Io ho risposto alle loro provocazioni con un sorriso sardonico, un po’ da joker, per nulla rassicurante, quasi folle direi, che li ha disincentivati a proseguire.

Sento quindi che nella sofferenza sono più vicina al mio amico David che in questo momento non se la sta cavando molto bene, ma è così coraggioso che alla fine tutti fanno il tifo per lui.

David, sappi che quando la metro inchioda e io volo per terra con un chilo e mezzo di libro in mano, il mio pensiero  è con te!

La la land

E la vita ti sorride

Faccio una premessa: i musical non mi piacciono. O meglio la mia struttura mentale, magari un po’ rigidina, prevede che una persona o parli o canti. Ma mai le due cose insieme. Il multitasking, che subisco già nella mia vita lavorativa, non mi piace applicato al tempo libero. Quindi o si mangia o si guarda o un film, o ci si deprime o si ride, detesto gli stati confusi in cui non è ben chiara la direzione da prendere.

Comunque questa premessa mi serviva a introdurre il fatto che ho aggirato la mia avversione per i musical e lo scorso week end sono andata a vedere La la land. In parte sono stata anche condizionata da tutte quelle nomination agli Oscar, che creano un po’ l’effetto best seller, e fanno leva sulla tua dabbenaggine da utente medio a caccia di entertainment di qualità. In più il fatto che il regista del film Damien Chazelle, abbia più o meno la mia età (in realtà è più giovane, mannaggia) mi motivava a supportare la sua opera. Spazio ai giovani, mi sono detta!

Ebbene devo dire che è un film davvero carino. Delizioso in alcune parti (non tutte). Anche se la gente parla e canta contemporaneamente, anche se si parla d’ amore (è sempre difficile parlarne senza scadere nel patetico o nel tragico) e anche se di fondo non affronta temi controversi o di denuncia. Quelli insomma un po’ strappalacrime che fanno sempre vincere gli Oscar. Certo chiariamo, non griderei al capolavoro come tanti inneggiano, anzi in alcuni punti per dirla tutta è anche noiosetto.

Detto questo, non vi spoilero la trama che è meglio se ve lo vedete, però ecco vi garantisco che anche il più pessimista di voi, potrà uscirne con un sorriso. Io sono giorni che canticchio le canzoni della colonna sonora e ogni volta che salgo in metro mi aspetto che a un certo punto tutti si fermino e inizino a cantare e ballare.

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La magia del film è che, nonostante non finisca bene, cosa notevole se consideriamo che l’happy end a Hollywood è di dovere, ti mette di buonumore e vi posso garantire che ci sono poche cose che mi mettono di buon umore attualmente, a parte leggere, lamentarmi della vita e mangiare patatine fritte. Sono rari i casi in cui i film mi alleggeriscono, è molto più frequente che mi facciano piangere, mi sconvolgano o mi facciano riflettere. Ecco in questo caso La la land mi ha regalato un po’ di buonumore, che di questi tempi è merce rara.

Quindi o voi quattro lettori di questo blog sperduto, se vi capita, così per caso o per volontà, andate a vedere La la land. Poi magari non vi piace e mi insultate e mi chiedete di rimborsarvi i soldi del biglietto, cosa che sappiate non farò, però ecco sono sicura che dopo averlo fatto qualche motivetto della colonna sonora vi risuonerà nella capoccia e forse vi verrà voglia di pensare che nelle mille baggianate che scrivo su questo avevo ragione. Nel caso peggiore sarete comunque andati al cinema, che nel week end è sicuramente una scelta migliore del centro commerciale, o dell’Ikea.

In fondo, come diceva quello che poi tapino è morto nel film Il corvo, “Non può piovere per sempre”. A lui non è andata molto bene, e non sono sicura che a noi andrà meglio, però let’s try!

 

Turbolenze virali

O anche come sopravvivere a Bolzano

E alla fine dopo tutto questo parlare di emergenza influenza, è subentrata la ben nota legge di Murphy e quindi l’influenza me la sono presa io.

Badate bene, non un piccolo e leggero malanno caratterizzato da qualche linea di febbre e il sorriso felice per i giorni di assenza lavorativa, ma una specie di monsone di virus e batteri che mi hanno travolta come la corazzata Potemkin.

In sintesi ho avuto per giorni un febbrone tremendo, altissimo. Quando chiudevo gli occhi in preda al delirio febbrile mi sentivo come il bambino del Sesto Senso: vedevo la gente morta. Dopo tre giorni così, in bilico fra la vita e una dimensione parallela dove filosofeggiavo con gli Umpa Lumpa, sono tornata sul pianeta terra, quasi felice di essere invasa dalla brutalità della vita. Quindi ho accettato di buon grado i messaggi del capo che mi chiedeva quando sarei tornata in ufficio, o della collega che si preoccupava fintamente del mio benessere. Per un attimo mi sono sentita felice di vivere a Milano nel 2017 e lo spleen baudleriano che mi affligge ha lasciato spazio a un sano orgoglio patriottico per il mio corpo che è riuscito a debellare il nemico invasore. Ci sono stati dei morti sul campo di battaglia, e credo che il mio viso ci metterà mesi a tornare di un colore normale, ma posso dire di aver sconfitto il temibile virus Bolzano. Che poi vorrei capire perchè gli epidemiologi hanno chiamato così il virus dell’influenza quest’anno. Forse è un omaggio agli abitanti del Trentino Alto Adige, o forse volevano definire la tenacia del virus attribuendogli qualcosa della durezza tedesca senza sconfinare nel nazifascismo.

Comunque sono qui, ho ancora la capacità di scrivere, quindi tutto sommato nulla è perduto. Anzi, ho avuto anche modo di terminare Memorie dal Sottosuolo e mi appresto quindi a dirvi la mia. Ovviamente mi è piaciuto tantissimo, non avevo grossi dubbi al riguardo, Fedor è una pietra miliare, una specie di colosso con cui tutti prima o poi dobbiamo fare a patti. Noi lettori intendo, perché non credo che tutta l’umanità incappi in Fedor nella sua vita, cosa che a tutti gli effetti trovo sia un gran peccato. Dicevo comunque che il libro mi è molto piaciuto, l’ho trovato una sorta di summa filosofica dei temi che verranno poi affrontati nei suoi libri postumi. In alcuni passaggi è assolutamente geniale, in altri perturbante, il protagonista è fastidioso, una “persona cattiva”, come si definisce lui. Da qui si snoda la trama, che è molto scarna in realtà, la prima parte è un soliloquio del protagonista, che si rivolge a un ipotetico lettore fantasma, la seconda si costruisce attorno a un paio di avvenimenti iconici che hanno caratterizzato e l’influenzato la vita del protagonista stesso, un abitante del sottosuolo.

Lo consiglio come lettura, anzitutto non è troppo lungo, inoltre non ha tutti quei nomi russi delle opere classiche di Dovstoevskij che ti mandano ai pazzi, perchè al terzo Pietr Ivanovic o alla quarta Maria Fedorovna hai già perso di vista di chi si sta parlando. Quindi per chi volesse approcciarsi al magico mondo russo del simpatico e travagliato Federico, è un buon inizio!

Io ora che sono uscita dal mio sottosuolo batteriologico, mi dedicherò invece alla lettura di un’altra opera mostro della letteratura, ovvero David Copperfield.

Ho sempre amato le storie di Dickens, mi fanno sentire rassicurata, è una lettura che procede strutturata, che lenisce il turbamento perchè nonno Dickens è sempre accanto a te. Quindi dopo tutto questo inizio d’anno turbolento era giusto spalmare un po’ di balsamo british alle mie ferite russe. Se qualcuno di voi, o lettori, l’ha letto, si faccia avanti e non lesini nei commenti!

Anche voi, lettori cinesi, che so che ci siete, fatevi avanti, senza vergogne. (si ho scoperto di avere una pletora di visitatori cinesi, che probabilmente arrivano sul mio blog scrivendo turpi oscenità su google. Misschorri sarà senz’altro qualche parte anatomica femminile e/o animale!).

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Emergenza

O il disagio della vita quotidiana

Molto spesso mi capita di pensare e riflettere sul momento storico che il mondo sta attraversando e che noi uomini sul pianeta terrestre stiamo vivendo. Mi piace tenermi aggiornata e nonostante non sia una fanatica della notizia, mi tengo sempre informata su quello che succede, sfidando tutte le leggi del buonsenso e del raziocinio, visto che per una cosa che va bene ce ne sono cento che vanno, come direbbe Montalbano, a schifio.

L’altro giorno in ufficio, leggevo sul Corriere che stanno aumentando nella popolazione le casistiche di depressi e ansiosi e pare che il numero di gente che assume psicofarmaci sia in costante crescita. Commentava la notizia qualche superguru della psichiatria sperticandosi in dissertazioni dense di virtuosismi freudiani. Ora non mi serve essere Andreoli, per farmi un’idea (personale) di questo fantomatico perché.

Viviamo in un mondo proiettato verso tempi bui, forse anche nel Basso Medioevo era così, e noi al posto dei nostri avi medioevali ce la stiamo spassando alla grande, ma ci sono comunque mille motivi di ansie e preoccupazioni generati dal contesto  globale  su cui non abbiamo controllo: cambiamenti climatici, guerre, terrorismo, malattie, sofferenze, epidemie. Per una persona dotata di un minimo di sensibilità è impossibile non essere invaso da una vaga sensazione d’ansia, amplificato poi dalla diffusione di notizie in tempi record.

Secondo, io sono convinta del fatto, che viviamo delle vite che non sono più a misura d’uomo. In fondo l’evoluzione della specie è lenta, noi abbiamo ancora i denti del giudizio che a tutti gli effetti non ci servono a un tubo, se non a rendere felici i dentisti e farci passare dei brutti momenti. Ai primitivi invece, servivano e pare che solo fra non so quante migliaia di anni gli uomini non li avranno più, perché l’evoluzione se ne sarà liberata. Se ci mettiamo a fare due conti, capiamo che non siamo proprio studiati per i cambiamenti repentini, e invece nell’ultimo secolo la vita dell’uomo si è stravolta. Da una società agricola, siamo balzati a una società industriale, ci hanno preso e forzato i tempi, chiusi negli uffici per dieci ore con le chiappe inchiodate alla sedia a la mente inebetita al computer o in qualche fabbrica alla catena di montaggio. C’è a chi piace certo (a me personalmente non tanto). Ritengo che questo incida profondamente sulla qualità della vita dell’uomo.

Un altro aspetto è senz’altro il pessimo lavoro che stanno facendo i media di questi tempi. L’allarmismo è sempre dietro l’angolo. Nel giro di poco si passa, dall’emergenza caldo, all’emergenza freddo (come se caldo e neve non fossero sempre esistiti nella vita dell’uomo), poi abbiamo l’emergenza terrorismo, quest’anno c’è anche l’emergenza meningite (che si accumula alla nefasta emergenza dell’influenza stagionale), l’emergenza terremoto, l’emergenza clima, l’emergenza disoccupazione. In tutte queste emergenze anche il più sano di mente perde la brocca. Anche perché a corollario di tutto questo c’è la cronaca nera, delitti, omicidi, assassinii, e non in ultimis lo spauracchio malattia, quindi c’è il mese della prevenzione al seno, il mese della prevenzione alla prostata, quella del colon, il mese del sorriso, il mese del ginecologo il mese dell’otorino. Che se uno seguisse il calendario per davvero dovrebbe essere dal medico tutte le settimane.

Badate bene, non sono dell’idea che si debba stare nel mondo, come degli sciocchi sprovveduti a fingere che tutto vada bene e sia tutto bello, niente affatto. Sono però per la consapevolezza mediata, ovvero una consapevolezza strutturale che aiuti l’individuo a muoversi nel mondo responsabilmente, senza essere vinto dalla paura di vivere. Purtroppo con un bombardamento quotidiano di questo tipo è molto difficile.

In poco tempo si ottiene una massa di individui terrorizzati dal mondo, depressi, che si bevono il Lexotan a colazione e si comprano il dizionario dei sintomi (maledetto chi lo inventò!) da poter sfogliare ogni qualvolta l’ipocondria bussa. Io stessa sono così, ci combatto tutti i giorni, o almeno ci provo.

Comunque questo post è venuto lunghissimo e barboso come un discorso di Monti, quindi adesso chiudo. Visto che però è morto il mio amico Zygmunt Bauman, a medicina di quanto sopra scritto, vi suggerisco la lettura di questo libro.

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Io ora vado ad affrontare l’emergenza neve!

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Perchè a volte se sai dove vai è meglio

Nonostante la mia vita interiore, e con tutta onestà anche quella esteriore, siano governate dal caos e dall’entropia, in alcuni e limitatissimi ambiti tendo ad impormi un metodo che di norma rispetto con una certa dovizia.

Uno di questi è senza dubbio la lettura. Nata lettrice mi sono sempre mossa all’interno del vasto panorama letterario grazie all’istinto e poi più grandicella spinta dalle suggestioni di qualche illuminato professore. Infatti entrare in una libreria senza avere idee particolari, può essere da certi punti di vista molto stimolante, ma da altri simula un po’ quello io chiamo l’effetto autogrill. Ti trovi circondato da un’accozzaglia di libri disposti in modo che dovunque ti giri, c’è sempre un Fabio Volo che ti sorride sornione. Per sapermi muovere in questo mondo così frastagliato, dove il vero best seller che ti propongono è l’autobiografia di Marta Marzotto, ho un paio di libri che mi aiutano ad organizzare le cose.

Il primo è 1001 libri da leggere prima di morire.

Si, lo so, che mai potrà esistere una classifica univoca dei libri da leggere prima che nostro Signore Iddio ci porti a banchettare con lui alla mensa dei giusti, però dopo aver storto io stessa il naso quando l’ho ricevuto come regalo di Natale, ho imparato ad apprezzarne l’utilità. Anzitutto metto un post it su ogni pagina di libro già letto, e mi faccio quindi un’idea precisa di quanto sono ignorante visto che ancora molto mi manca per arrivare ai mille, e poi grazie al suo contributo ho scoperto autori che mai probabilmente avrei incrociato. In più quando sono in qualche fase in cui manco di motivazione, faccio un giochino, apro casualmente la pagina e mi impongo di leggere il libro visualizzato, qualunque esso sia.

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Il secondo libro, che mi sono comprata in una delle mie frequenti crisi di ipocondria, è Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. È molto carino, per ogni patologia c’è una suggestione letteraria molto divertente. Il tutto è affrontato con ironia, per cui se come me, preda di una crisi d’ansia in cui pensi di avere i minuti contati e stai già scrivendo il testamento, lo apri e leggi la tua cura letteraria, ti fai anche qualche risata e posticipi la tua morte ormai data per certa. I libri suggeriti sono per lo più classici della letteratura, per cui stati certi che alla voce Frattura del Menisco, non troverete la bibliografia di Maldini come indicazione.

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L’ultimo è un’acquisizione recente. Anch’esso regalatomi per Natale, è Lettori Selvaggi di Giuseppe Montesano. È un libro di più di 2000 pagine in cui c’è una sorta di mappatura dello scibile umano. Parte dalla preistoria e dalle grotte di Lascaux fino ad arrivare ai giorni nostri. Uno può leggere solo i capitoli che gli interessano, o leggerlo dall’ultima pagina alla prima (io lo faccio sempre con i quotidiani), e trovare inspirazioni letterarie per i temi interessanti. Io ho letto solo poche pagine, ma sono già stata illuminata quando si parla di questa poesia trovata in un papiro egiziano. Ve la riporto qui di sotto.

Segui il tuo cuore
fintanto che vivi!
Metti mirra sul tuo capo,
vestiti di lino fine,
profumati di vere meraviglie…
Aumenta la tua felicità,
che non languisca il tuo cuore…
I pianti dei sopravvissuti non salvano nessuno dalla tomba:
non ce n’è uno che porti con sé i propri beni,
e non torna chi se n’è andato…
Pensaci,
e passa il giorno felice:
non te ne stancare!

Forse abbiamo scoperto un antenato egiziano della Tamaro: anche lui andava dove lo portava il cuore.

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