Maschi

Appunti a favore della categoria

Mi concederò, in linea con lo spirito generalista del mio blog, un piccolo excursus puntuale su ciò che penso in merito all’annosa questione della differenza di genere: quest’infinita partita di calcio senza arbitro fra uomini e donne, dove non ho ancora chiaro cosa si disputi, ma che genera paradossalmente scontri  dai connotati tragici.

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Questa fugace riflessione che ora vi illustro è stata ispirata da una scena a cui ho assistito in ufficio  e che mi ha lasciato perplessa e basita al contempo. In sintesi, collega A si lamentava con collega B di un uomo. In pochi minuti, quello che già era un discorso urticante e privo di senso in merito alla superficialità e idiozia maschile è diventato un j’accuse pieno di volgarità e livore, ricco di  epiteti che neanche un veneto nei suoi momenti migliori avrebbe potuto equiparare. (Un racconto geniale sul ruolo della bestemmia  per i veneti lo trovate nel libro di Tiziano Scarpa, Occhi sulla Graticola). Demente, coglione, rincretinito, viscido, impotente, sono solo alcuni dei gioiosi  termini che ho potuto ascoltare. Io le osservavo, dall’esterno e vedevo queste due donne, ormai adulte e sulla quarantina, avvelenate, rabbiose, incupite e volgari che ponendosi ad un livello senz’altro migliore dell’uomo in questione si sentivano legittimate ad esprimersi in tal modo.

Io sono stata pusillanime, lo ammetto e non sono intervenuta. A mia discolpa posso dire che ho temuto per la mia vita. Forse avrei potuto essere aggredita, o mutilata, o tutte le due cose. Temendo comunque un’aggressione verbale, sono stata zitta e ho incassato il colpo. Ho incassato il colpo e ho pensato che io gli uomini li stimo e che anzi, escludendo ovviamente gli assassini, i manipolatori, gli stalker, gli stupratori e gli esibizionisti, ho vissuto dei momenti indimenticabili in loro compagnia e da loro sono stata, e sono, molto amata.

Lasciamo stare il papà, che se una ha la fortuna di averne uno buono, la vita parte già in discesa, ma a seguire per la maggior parte ho incontrato degli uomini che mi hanno fatto star bene. Ho incontrato anche quelli che mi hanno spezzato il cuore, fatto piangere, tradito e usato (Matteo Foresti, il primo ragazzino di cui mi innamorai follemente, di anni 10, mi rifiutò dicendo che non poteva amare una che non leggeva i libri game), ma a conti fatti la bilancia pende più verso il positivo piuttosto che il negativo.

Non entrerò nel panegirico su come la donna è stata trattata nei secoli, su come attualmente è trattata in alcuni Paesi e sui casi di femminicidio che sono all’ordine del giorno. C’est  une verité de la Palice, come direbbero i francesi, e ogni singolo caso in cui una donna viene umiliata, picchiata, manipolata e uccisa, va condannato con la massima pena. Per fortuna la maggior parte degli uomini non è così, e visto che già ci fanno una capa tanta su quello che va male nel mondo, parliamo per una volta di quello che invece funziona.

Ecco quindi una breve lista  (non esaustiva) di qualità o attributi maschili che io apprezzo:

  1. L’humor. Sto per dire una cosa molto impopolare, per cui verrò insultata dal gentil sesso, ma gli uomini tendenzialmente hanno più senso dell’umorismo delle donne.
  2. Il pragmatismo. Detta anche la capacità di azione in situazioni in cui la donna tende a perdersi nei suoi iperurani mentali e iperventilare.
  3. La protezione. Perché a volte quando stai fra le braccia dell’uomo giusto senti che niente di male ti potrà mai succedere.
  4. La virilità. Non aggiungerei altro perché siamo in fascia protetta.
  5. La dolcezza. La dolcezza maschile esiste, ed è estremamente pura. Certo le mie colleghe acide forse non l’hanno conosciuta e me ne dispiaccio per loro.
  6. Il testosterone. È un ormone meno menoso degli estrogeni. Vedi già il nome: testosterone è singolare, gli estrogeni sono necessariamente plurali.

Potrei continuare , ma questo post è già maledettamente lungo e io stessa non so se ne leggerei uno così lungo, quindi tenderei a chiudere qui non prima di dirvi che in realtà sto riflettendo su questo argomento, perché leggendo I 49 racconti di Hemingway mi sono imbattuta in 49 ritratti di uomini (le donne non sono quasi mai presenti o hanno un ruolo secondario) e proprio loro rappresentano forse una delle parti più interessanti e per cui vale la pena leggerlo.

Si ora ho finito per davvero, spero che le mie colleghe acide e pazze non finiscano mai da queste parti, ma nel caso succedesse e mi facessero sparire, sono contenta di aver pubblicato questi diciotto articoli  sul mio blog, rendendo la rete non un posto non migliore, ma sicuramente più affollato di parole.

 

Giuliacci aiutaci tu

Nuove frontiere della meteorologia

E come ogni anno arriva la sindrome dei fenomeni meteo, con gli annessi nomi che fanno da corollario a questo delirio. Scipione, Giuda, Caronte, el Ninõ, la Ninã, la Pinta e la Santa Maria. Ignoro se questo fenomeno sia tipicamente italiano, se siamo gli unici che ci dobbiamo sciroppare questo conio a cui ha dato inizio ilmeteo.it, o se gli altri stati europei hanno la grazia di avere previsioni meteo più scientifiche.  Fatto sta che siamo in Italia, e la scientificità e la sobrietà nell’affrontare le situazioni sembrano essere sempre meno nel nostro DNA. Bisogna  urlare per fare sentire la propria voce in questo Paese, in cui se giaci in un letto pieno di formiche in un ospedale, puoi pensare che qualcuno intervenga solo se finisci sulle pagine di qualche quotidiano. O se per creare un po’ di audience devi scomodare dalla tomba Muzio Scevola e appiopparci il nome dell’uragano di turno.

Forse hanno iniziato gli americani con questa cosa, non so la questione merita un approfondimento perchè mi sta logorando. Ogni estate infatti è sempre peggio e sempre più all’insegna dell’allarmismo, come se urlare questa cosa e ammorbarci la vita con l’afa potesse aiutarci a viverla meglio o a cambiare le cose. Siamo già condannati a vite in cui lavoriamo per la maggior parte del tempo a tutte le temperature caro ilmeteo.it, non ci aiuterai a lenire il nostro spleen esistenziale prevedendo caldo orribilis e tremendus fino a settembre. Ci farai solo venire voglia di tirare testate contro il muro e piangere in lingue a noi sconosciute.

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Devo dire che il caldo non è mai stato un problema per me, fino a quando non mi sono trasferita a Milano e ho iniziato a vivere l’estate con crescente apprensione. Perché effettivamente la sensazione di calore costante e l’afa opprimente e la calura che non ti lascia neanche di notte, sono infernali. Ogni anno penso che non sopravvivrò e morirò e ogni anno invece sopravvivo. Questa è una grande lezione di vita, perché sono giunta a conclusione che le cose che pensiamo ci uccideranno non lo faranno. Lavori che odiamo, persone che non sopportiamo, i dolori, la cafoneria della gente, il caldo estivo e Berlusconi che abbraccia gli agnelli a Pasqua. State tranquilli cari amici, queste cose non ci uccideranno, ci logoreranno forse, ma ci lasceranno in vita, solo con i cabasisi un po’ più gonfi e bassi.  Per chi ce li ha. Possiamo solo sperare che prima o poi torni il gusto per le cose di un tempo, il meteo alla vecchia maniera con Giuliacci in televisione, la bacchetta e la cartina dell’Italia.

Nel frattempo auguro a tutti di avere l’aria condizionata in casa e non vivere a Milano. Se si verifica almeno una delle due condizioni, cari amici, siete salvi, al contrario, sappiate che avete tutta la mia solidarietà. Bevete molto sempre e comunque! Meglio non alcolici, ma se volete farvi un cicchetto per la disperazione sappiate che non vi biasimo.

 

La virtù delle cariatidi

Anche detta la legge di Murphy

Il week-end appena trascorso è stato per me assai formativo. Non solo perché c’è stato il ponte lungo, (somma gioia per ogni lavoratore) ma perché ho effettuato attività inusuali che mi hanno condotta sulla via della conoscenza.  Forse non una conoscenza aulica e di livello, ma sicuramente utile e appagante.

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Ho scoperto, aprendomi così ai vostri giudizi sulla mia sconfinata ignoranza, che la cariatide, non è in realtà solo una donna vecchia ed eccentrica come io pensavo, una tipo zia Yetta per intenderci, o come la mia dirimpettaia, che mi dispiace molto non potervi mostrare, ma una figura iconica per la scultura greca: un busto femminile inserito in una colonna che regge un pilastro o una mensola.

Vi allego una foto, perché la mia descrizione apre ad ambiguità immaginative.

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Ecco queste sono un gruppo di cariatidi. Sono un po’ compiaciuta, lo ammetto, perché ogni qualvolta mi confronto con cose che non so (molte), riprovo un po’ quella magia antica nello scoprire che nel mondo c’è ancora spazio per l’esplorazione. La parte più appagante in realtà non è stato scoprirlo, ma il come questo è accaduto. Ero a Genova, alla mostra di Modigliani, che consiglio a tutti di vedere perché molto bella, e mentre l’audioguida dilettava le mie orecchie con la sua voce metallica, scopro che Modigliani adorava dipingere cariatidi. Lì ho capito subito che non potevano essere delle vecchiacce orribili senza denti, (il buon Amedeo era uno che apprezzava la Femmina), e quindi grazie a Wikipedia ho colmato questa lacuna recuperando il vantaggio che l’audioguida aveva su di me.

La domanda, cari amici, vi sporgerà spontanea, perché delle donne a reggere delle colonne? Non era meglio metterci dei maschioni che forse veicolavano più virilmente il concetto di forza? Ma va i greci, o come li chiamava una mia amica, i grechi, erano più sottili.

Cariatide dal greco significa “Donna di Carie” (città del Peloponneso), una città greca (tapina) che aveva deciso di schierarsi con i Persiani.  Quando Atene vinse sui Persiani e quindi su Carie, ai nostri amici Ateniesi parve giusto non farsi sfuggire la possibilità di infierire. Quindi distrussero la città, uccisero gli uomini e resero schiave le loro donne, scolpendone la disfatta nelle colonne di Atene ad imperitura memoria. Carini, no?

Ebbra di passione per questa scoperta e preda di saudade per la storia antica, ho scoperto che esiste anche una versione maschile delle cariatidi, i Telamoni, più machi e fichi delle loro omonime, che restavano comunque la scelta preferita degli Ateniesi. Infatti i Telamoni, mi dispiace per gli uomini, non hanno una storia così interessante alle spalle.

Dopo tutta questa lezione di storia, che dovete leggere necessariamente con la musica di Quark di sottofondo e la foto di Piero Angela sul desktop, giungo alla morale vera:  non so se esistesse la leggi di Murphy ai tempi, ma le Cariatidi ne sono state inconsapevoli antesignane: quando pensi che non potrà andar peggio di così, lo farà. E non solo lo farà, ma verrà scolpito nella pietra per secoli e secoli, e nonostante questo quando si parlerà di te nessuno ricorderà il bel busto delle colonne del tempio Eretteo, ma questo.

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C’è forse qualcosa di peggio?

Ernest Hemingway vs Bear Grylls

Quando tutto è già stato detto

Mentre tutti i più grandi del mondo si sono riuniti a Taormina a discutere su come incasinare ancora di più le cose in questo mondo alla deriva, io mi sono rifugiata nella lettura di Ernest Hemingway.

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Una scelta semplice, avulsa dalle mode o dagli snobismi dilaganti, ma solida, intensa e priva di fronzoli come solo Ernest sa essere. In realtà questa selezione non stata è casuale: all’attivo non avevo moltissimi libri suoi letti e questo buco nel mio status di lettrice pesava, non tanto alla mia vita, quanto ai momenti condivisi con i miei colleghi alla scuola di scrittura creativa che frequento.

Premessa, Milano fa rima con competizione. Qualsiasi cosa si faccia a Milano non è mai priva di sottesi legati allo status. Anche nel tempo libero. Quindi se vai al corso di yoga ci sarà la corsa all’outfit migliore e se ti viene la malaugurata idea di frequentare un corso di scrittura creativa (come me), ti imbatterai nella competizione peggiore: quella di persone che condividono con te una passione. Questo all’inizio sembra bellissimo, ma è garantito che poco dopo si trasformerà in un terribile Hunger Games letterario, dove se non hai letto gli inediti di Carver,  i saggi mai usciti di Wallace, e non hai sottolineato con la matita tutto Proust, rientri automaticamente nel gruppo dei partecipanti di serie B: ovvero coloro che non solo non potranno mai diventare degli scrittori, ma non dovrebbero neanche avere l’ardire di pensarlo.

Questa mia apprensione legata alle letture, prima pressoché inesistente ha iniziato a crescere esponenzialmente alla frequentazione del corso. Non solo mi venivano ansie e palpitazioni ogni qual volta dovevo leggere un mio scritto, ma anche nei momenti di chiacchericcio informale, in cui tutti pur provenendo dalle professioni più disparate e dai contesti più variegati, diventavano improvvisamente dei Gillo Dorfles con all’attivo ore di lettura degne di un Guiness dei primati. Io con il mio libro sottobraccio in metro e con le mie rilassate letture nel tempo libero, mi sono sentita una dilettante.

Quindi quando una sera il nostro insegnante (chiamato Il Maestro dai più affiatati fan del corso) ci ha posto questa domanda: “Se voi poteste scegliere come scrivere, scegliereste Hemingway o Fitzgerald?”, non ho avuto dubbi e ho scelto subito Hemingway, affidandomi alla beatitudine dei suoi periodi paratattici e alla sacra essenzialità della sua prosa.

In realtà poi ripensandoci mi sono resa conto che era stato un rispondere approssimativo, perché io di Hemingway avevo solo letto Il vecchio e il mare e Addio alle Armi. Ho pensato fosse necessario recuperare questa lacuna e mi sono indirizzata su I quarantanove racconti.

Il racconto come genere mi piace moltissimo, lo trovo completo nella sua perfezione. So che è molto meno in auge del romanzo e che non a tutti piace la narrazione breve, ma io trovo al contrario sia la forma più adatta a descrivere la realtà. Non so voi, ma la mia vita è piuttosto frammentata, costruita da brevi azioni che portano a brevi avventure che spesso si chiudono con improbabili finali. Uno spazio in cui tragedia e commedia e mezzi pubblici e relazioni problematiche e famiglie disfunzionali compaiono recitando il loro ruolo.

La prosa di Hemingway mi sembra più vicino a tutto questo e oltretutto narrando di guerre, corride, Africa, battute di pesca e caccia, mi regala anche attimi preziosi di vita vera che il mio destino da donna paurosa e tendenzialmente ansiosa non esperirà mai. A patto che non mi scoli una boccetta di Lexotan, ci fumi qualche stupefacente sopra o mi facciano una lobotomia.

Leggete i racconti di Hemingway, cari amici, nella peggiore delle ipotesi imparerete le regole della corrida, come si uccide un leone in Africa o come si effettua un parto cesareo in una tenda indiana in mezzo alle foreste della Virginia. A dimostrazione che Bear Grylls non si è inventato niente.

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Le otto montagne

Habemus Cognetti

Con il mio solito ritardo essenziale, sono approdata alla lettura di “Le otto montagne” di Paolo Cognetti. Confesso che non lo conoscevo come autore e che mi sono convinta ad acquistare il suo ultimo libro prostrata dalle ripetute sollecitazioni a cui il mondo mi ha sottoposta. Tipo che in ogni libreria in cui entravo il libro era lì nello scaffale dei best seller/novità/figata pazzesca e nonostante abbia  tentato più volte di ignorarlo, la forza di Cognetti è stata incontrastabile. Alla fine ho perso la mia battaglia contro le edizioni in copertina rigida di Einaudi e ho deciso di investire i miei 18,50€ in quest’opera, a cui però ho guardato con sospetto fin dall’inizio. Perché vi chiederete voi? Perché io con la montagna e soprattutto con la Val d’Aosta, regione in cui gran parte del libro è ambientato, ho un rapporto speciale. I miei nonni paterni vengono infatti da lì: mia nonna era una deliziosa francesina e mio nonno un valdostano guascone che le rubò il cuore. Si sono amati,  hanno avuto nove figli, e vissuto parte della loro vita in un piccolo paesino della Val d’Aosta. Nonostante io sia nata e vissuta nella ridente Pianura Padana, ho collezionato dei ricordi indelebili delle mie estati in montagna in mezzo ai boschi e agli alpeggi, circondata da questa grande famiglia italo francese, con cui facevo escursioni in cima alle montagne, portavo le mucche al pascolo e mi divertivo a smettere di essere l’educata bambina di città.

Questo per dire che ero pronta al peggio, pronta a leggere qualcosa di bello che però non avrebbe saputo restituirmi quelle atmosfere che avevo vissuto, pronta anche a leggere qualcosa di brutto, pronta a non essere pronta per i racconti sulla montagna. E invece Cognetti, nonostante la sua giovine età anagrafica, ci sa fare. Anzitutto scrive benissimo, la sua prosa è fluente e intensa. Ha una scrittura asciutta, priva di fronzoli, ma non banale. Non ultimo è in grado di essere commuovente senza cadere nel lirismo, ci sono stati dei passaggi in cui mi sono venuti i brividi, e non perché in metro c’erano -26gradi e avevo il bocchettone dell’aria condizionata sparato sulla cervicale.

La storia, che vi riassumo senza fare brutti spoiler, è semplice. Pietro è un ragazzino che vive a Milano, i suoi genitori sono veneti e hanno lasciato le montagne per raggiungere la città, in cerca di lavoro e di un nuovo inizio. Durante le vacanze estive affittano una piccola casa a Grana, un immaginario paese ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro conosce Bruno, un ragazzino di montagna suo coetaneo. Da lì si snoda tutta la trama che seguirà Pietro nella sua crescita, fino all’età adulta.

Un plot semplice ma ricco di delicatezza. Un libro che consiglio assolutamente. Anzitutto sono duecento pagine, quindi non è niente di inaffrontabile, in più ogni tanto del sacrosanto campanilismo non guasta, Cognetti è giovane e talentuoso e si merita grandi opportunità. Tutt’al più che essendo in Italia, dalle vendite del libro guadagnerà quattro ceci e tre banane.  Inoltre ha un blog su cui scrive e che vi linko qui, se vi venisse la voglia di leggerlo: http://paolocognetti.blogspot.it/

Alle donne più interessate, inserisco anche questa sua sognante fotografia, che non sia mai, come diceva mia nonna, magari è un buon partito.

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1°Maggio

L’arte della hygge

Oggi era il primo maggio, ma io non me la sono sentita di festeggiare i lavoratori. Festeggiare i lavoratori quando il 70% dei giovani fra i 18 e i 24 un lavoro non ce l’ha e festeggiare tutti coloro che magari il lavoro lo odiano e non lo possono cambiare perché senno ci mettono un lustro a trovarne uno nuovo (io!io!io), mi è sembrato stridente come la cartavetrata al posto della carta igienica. Ho perso la fiducia nei confronti della politica italiana, e ricomincerò a fidarmi di lei, quando vedrò che qualcosa di tangibile verrà fatto per noi giovani, una generazione dal futuro distrutto sul cui presente si specula. Ho passato quindi una giornata sottotono a mangiare in maniera compulsiva, guardando serie tv su Netflix lobotomizzandomi in attesa che qualcosa di imprevisto succedesse, tipo che mi chiamasse qualche zio miliardario mai conosciuto per comunicarmi di essere l’unica erede dei suoi beni, o che improvvisamente il Regista venisse contattato da Steven Spielberg come assistente dando il via alla nostra nuova vita oltreoceano. Niente di questo è ovviamente successo, e complice anche una pioggia battente e un calo delle temperature che ve lo risparmio, ci siamo imbruttiti in casa, incapaci di lenire i nostri reciproci malumori. Solo il cane, che ivi allego in tutta la sua splendente bellezza, ha provato a distrarci disseminando fluidi canini per casa, con l’effetto di farci imprecare in lingue a noi sconosciute, stimolando il nostro apprendimento per le nuove culture.

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Mentre solerte pulivo armata di spazzettone e igienizzanti, pensavo a come vivono i danesi, fondatori della famosa filosofia hygge. Loro in una giornata di pioggia e festa, si sarebbero svegliati con il sorriso, avrebbero salutato il nuovo giorno con tazze di cioccolata calda nelle loro belle case di legno bianco wengé. I bambini, dei piccoli Thor biondi in camiciola tutto l’anno, si sarebbero buttati fra le braccia di mamma e papà a mangiare pan di zenzero spostandosi poi a giocare in silenzio fra di loro. Insieme alla famiglia il cane, uno stupendo golden retriver, sano e giovane, accucciato ai piedi del divano, su cui appoggiate con fare noncurante ci sarebbero state delle coperte all’uncinetto color crema. La giornata, passata ad impastare pane con i bambini, sarebbe proseguita nel pomeriggio: un bel bagno caldo per lei, e una lettura rilassante per lui, con candele profumate accese e dispensatori di oli essenziali. Forse tra un pisolino e l’altro dei bambini sarebbero anche riusciti a fare l’amore, concludendo poi la serata con una vellutata di piselli e semi di zucca, i bambini a letto, e loro due abbracciati a farsi le coccole prima di affrontare una nuova e stupenda giornata di lavoro.

La mia giornata invece è riassumibile in questi brevi ma incisivi passaggi.

  1. Risveglio traumatico alle sette per sveglia che giustamente pensa sia un lavorativo e squilla, la maledetta.
  2. Colazione con qualche fetta biscottata stantia.
  3. Divano, serie tv, lobi occipitali lobotomizzati, refresh isterico del Corriere.it
  4. Pranzo con pasta democratica, aglio olio e peperoncino. Fiatella orribile.
  5. Serie tv Netflix – tentativo di coccole mal riuscito con il Regista a causa di sindrome premestruale e nervosismo.
  6. Lavatrice-lavastoviglie, cena ordinata su Deliveroo con alto tasso di oli idrogenati.
  7. Dopo le 19:00, inizio della depressione comatosa causa rientro in ufficio.
  8. Ore 21:30 a letto con un libro e un’ammiccante bicchierino con 10 gocce di Lexotan da concedersi solo nelle occasioni speciali.

Oggi inoltre c’è stato anche un blackout elettrico del quartiere, e visto che la corrente non rientrava,  ho iniziato ad angosciarmi terribilmente per la potenziale gente bloccata in ascensore. Quindi la vengano a spiegare a me la filosofia hygge i danesi.

C’è di buono che ho iniziato a leggere “Le otto montagne” di Cognetti e lo amo già. Archiviamo questo primo maggio e speriamo per tutti, che il prossimo sia nettamente migliore!

Miopia

Quando il sogno non diventa realtà

Quando ero adolescente e iniziavo ad impattare con la realtà ero fermamente convinta che crescendo le cose sarebbero migliorate. Sarebbe migliorato il rapporto con me stessa e forse anche il mondo. Senza dubbio ero certa che avrei smesso di indossare gli occhiali a goccia che i miei mi avevano comprato per compensare l’orribile miopia che si era manifestata funesta ai miei dodici anni. Mi accorsi che qualcosa non andava con la mia vista, perché scambiavo tutti gli uomini che vedevo da lontano per mio Zio Felice, non importa se si trattasse di venditori di aspirapolvere, postini o vigili. Per semplificarmi la vita, ogni volta che qualcuno suonava al campanello dei miei, lo facevo entrare certa che fosse un volto conosciuto. Questo ovviamente non era considerato un bene dalla mia famiglia, che dopo aver ipotizzato un attaccamento eccessivo allo zio, mi portò dall’oculista, validando i dubbi che erano sorti in merito alla mia vista. Ne uscii, non potendo gran che scegliere fra le montature anni novanta dell’ottico del paese, con un paio di occhiali alla Steve di Otto sotto un Tetto: enormi, improbabili, assolutamente orribili.

Li odiavo a tal punto da toglierli per la maggior parte del tempo, continuando quindi a salutare gente che non conoscevo per strada, cosa che in fondo mi piaceva, perché mi aiutava a superare l’invalidante timidezza da cui ero affetta.

Jaleel White

In quella fase, in cui facevo a patti con gli sbalzi d’umore adolescenziali, con la goffaggine e l’assoluta inadeguatezza del mio essere, guardavo con speranza al futuro e mi immaginavo a trent’anni come una grande figa francese che avrebbe insegnato Letteratura in qualche Università nel mondo, con un paio di occhiali da vista alla moda, un marito filosofo, una casa di campagna in Provenza e tre bambini biondi, belli e sorridenti. Quell’adolescente impacciata e timida, con il seno piatto e la montatura d’occhiali improbabile, sognava il suo futuro disegnandone i contorni con speranza.

Ora che ho trent’anni (vado per i trentaquattro) e neanche una delle suddette condizioni si è avverata, guardo al futuro con meno ottimismo. A onor di cronaca una si: da sei anni divido infatti la difficoltà dell’esistenza con il Regista, mio amato compagno di vita, che pur non essendo filosofo, esercita una professione nell’ambito video-artistico cosa che fa di lui  a tutti gli effetti un umanista. Per il resto nulla è migliorato, continuo a sbattere la testa contro la mia incapacità di stare al mondo in modo efficiente e l’universo non mi sembra stia andando una direzione positiva per il proseguimento della vita. Ora che si sono messi a bisticciare anche Trump e il capo della Corea del Nord, gli scenari diventano sempre più apocalittici.

Per non cadere vittima della depressione di fronte al mio lavoro impiegatizio in un’orribile multinazionale, al salario risicato e alle mille difficoltà di vita che si stanno palesando sulla mia strada, fantastico sui miei sessant’anni prorogando alla seconda parte della mia vita la realizzazione di alcuni dei miei sogni, chiaramente ridimensionati all’età. Quindi mi immagino attraversare con facilità la menopausa, evitando l’osteoporosi e gli acciacchi, riuscendo forse a rientrare nel mondo della cultura grazie alla terza Università, magari madre di qualche giovane che immagino all’estero a perseguire i propri sogni, ancora compagna del Regista, che spero nel frattempo sia diventato, almeno lui, il nuovo Sorrentino.

Sognare non costa nulla, diceva qualche saggio di cui ora non ricordo il nome e che non ho voglia di cercare su Google, ma magari stasera,  nonostante la mia montatura di occhiali mi piaccia molto, proverò a toglierli, porterò il cane a fare il suo giretto e saluterò gente che non conosco, così per ricordare la mia tenerezza adolescenziale e perché no per farmi nuovi amici fra gli anziani che vivono nella mia zona, e che  a quanto pare sembrano gli unici socievoli nella bella Milano.