David Copperfield

No, non l’illusionista

Nonostante sia arrivata solo a pagina duecentodiciannove, io a David Copperfield mi sono già affezionata.  Provo un attaccamento al personaggio e al libro che preannunciano la fine “capolavoro”.

Sarà che trovo Dickens uno dei più grandi scrittori di sempre, sarà che alla fine per me i classici sono intramontabili, ma David Copperfield proprio mi piace.

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In primis perché a sto povero bambino, glie ne capitano di tutti i colori, che se io pensavo di aver avuto un’infanzia disagiata, lui batte tutti su tutti i fronti. E quindi mi fa un po’ riflettere su tutte le menate che il benessere ha portato con sé nella vita dell’uomo del ventesimo secolo.

Parentesi, l’altro giorno leggevo che la sculacciata è un gesto vietato per legge in più di sessanta paesi al mondo. Tipo che se ti beccano a dare una sculacciata a tuo figlio, puoi andare in galera. Questa cosa mi ha fatto un po’ sorridere, non tanto per la bontà della legge in sé; sono d’accordissimo che la violenza sui minori vada combattuta, denunciata, e punita in modo severissimo, però non sono convinta che una sculacciata data una tantum possa rientrare nel perimetro del perseguibile penalmente. Perché allora non riesco proprio ad accettare che noi non sculacciamo i nostri figli, ma compriamo i vestiti di Zara che vengono dall’Indonesia prodotti in fabbriche che si avvalgono del lavoro minorile, e che ce ne freghiamo se i bambini (sempre degli altri) muoiono sui barconi in mare a centinaia. È il paradosso dell’uomo bianco: se le cose succedono a lui apriti cielo, se succedono agli altri e gli fa comodo, non è poi così grave.

Comunque senza che ci addentriamo in territori in cui si potrebbe stare a discutere e questionare per ore, sono al punto in cui al buon Copperfield glie ne sono già successe di tutti i colori, ma proprio tutte, e anche se ti aspetti che non ci possano essere altre sfighe, realizzi poi che sei solo a pagina duecento e quindi devi essere pronta a tutto.

In realtà la mia abnegazione e prontezza d’animo valicano questo aspetto puramente letterario e tracimano nel fisico, nel senso che il libro conta circa mille pagine e come è possibile immaginare ha un peso specifico non indifferente, non facile da gestire in contesti pubblici, come la ben nota metropolitana, dove il rischio  di slogarmi un polso reggendolo in mano o di colpire qualcuno è alto.

Inoltre presentandomi in ufficio in sua compagnia sono stata schernita più volte da un manipolo di colleghi che mi hanno sbeffeggiata chiedendomi se trasportavo il Castiglioni- Mariotti o se stavo leggendo la Bibbia.

Io ho risposto alle loro provocazioni con un sorriso sardonico, un po’ da joker, per nulla rassicurante, quasi folle direi, che li ha disincentivati a proseguire.

Sento quindi che nella sofferenza sono più vicina al mio amico David che in questo momento non se la sta cavando molto bene, ma è così coraggioso che alla fine tutti fanno il tifo per lui.

David, sappi che quando la metro inchioda e io volo per terra con un chilo e mezzo di libro in mano, il mio pensiero  è con te!

La la land

E la vita ti sorride

Faccio una premessa: i musical non mi piacciono. O meglio la mia struttura mentale, magari un po’ rigidina, prevede che una persona o parli o canti. Ma mai le due cose insieme. Il multitasking, che subisco già nella mia vita lavorativa, non mi piace applicato al tempo libero. Quindi o si mangia o si guarda o un film, o ci si deprime o si ride, detesto gli stati confusi in cui non è ben chiara la direzione da prendere.

Comunque questa premessa mi serviva a introdurre il fatto che ho aggirato la mia avversione per i musical e lo scorso week end sono andata a vedere La la land. In parte sono stata anche condizionata da tutte quelle nomination agli Oscar, che creano un po’ l’effetto best seller, e fanno leva sulla tua dabbenaggine da utente medio a caccia di entertainment di qualità. In più il fatto che il regista del film Damien Chazelle, abbia più o meno la mia età (in realtà è più giovane, mannaggia) mi motivava a supportare la sua opera. Spazio ai giovani, mi sono detta!

Ebbene devo dire che è un film davvero carino. Delizioso in alcune parti (non tutte). Anche se la gente parla e canta contemporaneamente, anche se si parla d’ amore (è sempre difficile parlarne senza scadere nel patetico o nel tragico) e anche se di fondo non affronta temi controversi o di denuncia. Quelli insomma un po’ strappalacrime che fanno sempre vincere gli Oscar. Certo chiariamo, non griderei al capolavoro come tanti inneggiano, anzi in alcuni punti per dirla tutta è anche noiosetto.

Detto questo, non vi spoilero la trama che è meglio se ve lo vedete, però ecco vi garantisco che anche il più pessimista di voi, potrà uscirne con un sorriso. Io sono giorni che canticchio le canzoni della colonna sonora e ogni volta che salgo in metro mi aspetto che a un certo punto tutti si fermino e inizino a cantare e ballare.

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La magia del film è che, nonostante non finisca bene, cosa notevole se consideriamo che l’happy end a Hollywood è di dovere, ti mette di buonumore e vi posso garantire che ci sono poche cose che mi mettono di buon umore attualmente, a parte leggere, lamentarmi della vita e mangiare patatine fritte. Sono rari i casi in cui i film mi alleggeriscono, è molto più frequente che mi facciano piangere, mi sconvolgano o mi facciano riflettere. Ecco in questo caso La la land mi ha regalato un po’ di buonumore, che di questi tempi è merce rara.

Quindi o voi quattro lettori di questo blog sperduto, se vi capita, così per caso o per volontà, andate a vedere La la land. Poi magari non vi piace e mi insultate e mi chiedete di rimborsarvi i soldi del biglietto, cosa che sappiate non farò, però ecco sono sicura che dopo averlo fatto qualche motivetto della colonna sonora vi risuonerà nella capoccia e forse vi verrà voglia di pensare che nelle mille baggianate che scrivo su questo avevo ragione. Nel caso peggiore sarete comunque andati al cinema, che nel week end è sicuramente una scelta migliore del centro commerciale, o dell’Ikea.

In fondo, come diceva quello che poi tapino è morto nel film Il corvo, “Non può piovere per sempre”. A lui non è andata molto bene, e non sono sicura che a noi andrà meglio, però let’s try!

 

Turbolenze virali

O anche come sopravvivere a Bolzano

E alla fine dopo tutto questo parlare di emergenza influenza, è subentrata la ben nota legge di Murphy e quindi l’influenza me la sono presa io.

Badate bene, non un piccolo e leggero malanno caratterizzato da qualche linea di febbre e il sorriso felice per i giorni di assenza lavorativa, ma una specie di monsone di virus e batteri che mi hanno travolta come la corazzata Potemkin.

In sintesi ho avuto per giorni un febbrone tremendo, altissimo. Quando chiudevo gli occhi in preda al delirio febbrile mi sentivo come il bambino del Sesto Senso: vedevo la gente morta. Dopo tre giorni così, in bilico fra la vita e una dimensione parallela dove filosofeggiavo con gli Umpa Lumpa, sono tornata sul pianeta terra, quasi felice di essere invasa dalla brutalità della vita. Quindi ho accettato di buon grado i messaggi del capo che mi chiedeva quando sarei tornata in ufficio, o della collega che si preoccupava fintamente del mio benessere. Per un attimo mi sono sentita felice di vivere a Milano nel 2017 e lo spleen baudleriano che mi affligge ha lasciato spazio a un sano orgoglio patriottico per il mio corpo che è riuscito a debellare il nemico invasore. Ci sono stati dei morti sul campo di battaglia, e credo che il mio viso ci metterà mesi a tornare di un colore normale, ma posso dire di aver sconfitto il temibile virus Bolzano. Che poi vorrei capire perchè gli epidemiologi hanno chiamato così il virus dell’influenza quest’anno. Forse è un omaggio agli abitanti del Trentino Alto Adige, o forse volevano definire la tenacia del virus attribuendogli qualcosa della durezza tedesca senza sconfinare nel nazifascismo.

Comunque sono qui, ho ancora la capacità di scrivere, quindi tutto sommato nulla è perduto. Anzi, ho avuto anche modo di terminare Memorie dal Sottosuolo e mi appresto quindi a dirvi la mia. Ovviamente mi è piaciuto tantissimo, non avevo grossi dubbi al riguardo, Fedor è una pietra miliare, una specie di colosso con cui tutti prima o poi dobbiamo fare a patti. Noi lettori intendo, perché non credo che tutta l’umanità incappi in Fedor nella sua vita, cosa che a tutti gli effetti trovo sia un gran peccato. Dicevo comunque che il libro mi è molto piaciuto, l’ho trovato una sorta di summa filosofica dei temi che verranno poi affrontati nei suoi libri postumi. In alcuni passaggi è assolutamente geniale, in altri perturbante, il protagonista è fastidioso, una “persona cattiva”, come si definisce lui. Da qui si snoda la trama, che è molto scarna in realtà, la prima parte è un soliloquio del protagonista, che si rivolge a un ipotetico lettore fantasma, la seconda si costruisce attorno a un paio di avvenimenti iconici che hanno caratterizzato e l’influenzato la vita del protagonista stesso, un abitante del sottosuolo.

Lo consiglio come lettura, anzitutto non è troppo lungo, inoltre non ha tutti quei nomi russi delle opere classiche di Dovstoevskij che ti mandano ai pazzi, perchè al terzo Pietr Ivanovic o alla quarta Maria Fedorovna hai già perso di vista di chi si sta parlando. Quindi per chi volesse approcciarsi al magico mondo russo del simpatico e travagliato Federico, è un buon inizio!

Io ora che sono uscita dal mio sottosuolo batteriologico, mi dedicherò invece alla lettura di un’altra opera mostro della letteratura, ovvero David Copperfield.

Ho sempre amato le storie di Dickens, mi fanno sentire rassicurata, è una lettura che procede strutturata, che lenisce il turbamento perchè nonno Dickens è sempre accanto a te. Quindi dopo tutto questo inizio d’anno turbolento era giusto spalmare un po’ di balsamo british alle mie ferite russe. Se qualcuno di voi, o lettori, l’ha letto, si faccia avanti e non lesini nei commenti!

Anche voi, lettori cinesi, che so che ci siete, fatevi avanti, senza vergogne. (si ho scoperto di avere una pletora di visitatori cinesi, che probabilmente arrivano sul mio blog scrivendo turpi oscenità su google. Misschorri sarà senz’altro qualche parte anatomica femminile e/o animale!).

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Emergenza

O il disagio della vita quotidiana

Molto spesso mi capita di pensare e riflettere sul momento storico che il mondo sta attraversando e che noi uomini sul pianeta terrestre stiamo vivendo. Mi piace tenermi aggiornata e nonostante non sia una fanatica della notizia, mi tengo sempre informata su quello che succede, sfidando tutte le leggi del buonsenso e del raziocinio, visto che per una cosa che va bene ce ne sono cento che vanno, come direbbe Montalbano, a schifio.

L’altro giorno in ufficio, leggevo sul Corriere che stanno aumentando nella popolazione le casistiche di depressi e ansiosi e pare che il numero di gente che assume psicofarmaci sia in costante crescita. Commentava la notizia qualche superguru della psichiatria sperticandosi in dissertazioni dense di virtuosismi freudiani. Ora non mi serve essere Andreoli, per farmi un’idea (personale) di questo fantomatico perché.

Viviamo in un mondo proiettato verso tempi bui, forse anche nel Basso Medioevo era così, e noi al posto dei nostri avi medioevali ce la stiamo spassando alla grande, ma ci sono comunque mille motivi di ansie e preoccupazioni generati dal contesto  globale  su cui non abbiamo controllo: cambiamenti climatici, guerre, terrorismo, malattie, sofferenze, epidemie. Per una persona dotata di un minimo di sensibilità è impossibile non essere invaso da una vaga sensazione d’ansia, amplificato poi dalla diffusione di notizie in tempi record.

Secondo, io sono convinta del fatto, che viviamo delle vite che non sono più a misura d’uomo. In fondo l’evoluzione della specie è lenta, noi abbiamo ancora i denti del giudizio che a tutti gli effetti non ci servono a un tubo, se non a rendere felici i dentisti e farci passare dei brutti momenti. Ai primitivi invece, servivano e pare che solo fra non so quante migliaia di anni gli uomini non li avranno più, perché l’evoluzione se ne sarà liberata. Se ci mettiamo a fare due conti, capiamo che non siamo proprio studiati per i cambiamenti repentini, e invece nell’ultimo secolo la vita dell’uomo si è stravolta. Da una società agricola, siamo balzati a una società industriale, ci hanno preso e forzato i tempi, chiusi negli uffici per dieci ore con le chiappe inchiodate alla sedia a la mente inebetita al computer o in qualche fabbrica alla catena di montaggio. C’è a chi piace certo (a me personalmente non tanto). Ritengo che questo incida profondamente sulla qualità della vita dell’uomo.

Un altro aspetto è senz’altro il pessimo lavoro che stanno facendo i media di questi tempi. L’allarmismo è sempre dietro l’angolo. Nel giro di poco si passa, dall’emergenza caldo, all’emergenza freddo (come se caldo e neve non fossero sempre esistiti nella vita dell’uomo), poi abbiamo l’emergenza terrorismo, quest’anno c’è anche l’emergenza meningite (che si accumula alla nefasta emergenza dell’influenza stagionale), l’emergenza terremoto, l’emergenza clima, l’emergenza disoccupazione. In tutte queste emergenze anche il più sano di mente perde la brocca. Anche perché a corollario di tutto questo c’è la cronaca nera, delitti, omicidi, assassinii, e non in ultimis lo spauracchio malattia, quindi c’è il mese della prevenzione al seno, il mese della prevenzione alla prostata, quella del colon, il mese del sorriso, il mese del ginecologo il mese dell’otorino. Che se uno seguisse il calendario per davvero dovrebbe essere dal medico tutte le settimane.

Badate bene, non sono dell’idea che si debba stare nel mondo, come degli sciocchi sprovveduti a fingere che tutto vada bene e sia tutto bello, niente affatto. Sono però per la consapevolezza mediata, ovvero una consapevolezza strutturale che aiuti l’individuo a muoversi nel mondo responsabilmente, senza essere vinto dalla paura di vivere. Purtroppo con un bombardamento quotidiano di questo tipo è molto difficile.

In poco tempo si ottiene una massa di individui terrorizzati dal mondo, depressi, che si bevono il Lexotan a colazione e si comprano il dizionario dei sintomi (maledetto chi lo inventò!) da poter sfogliare ogni qualvolta l’ipocondria bussa. Io stessa sono così, ci combatto tutti i giorni, o almeno ci provo.

Comunque questo post è venuto lunghissimo e barboso come un discorso di Monti, quindi adesso chiudo. Visto che però è morto il mio amico Zygmunt Bauman, a medicina di quanto sopra scritto, vi suggerisco la lettura di questo libro.

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Io ora vado ad affrontare l’emergenza neve!

Mappe

Perchè a volte se sai dove vai è meglio

Nonostante la mia vita interiore, e con tutta onestà anche quella esteriore, siano governate dal caos e dall’entropia, in alcuni e limitatissimi ambiti tendo ad impormi un metodo che di norma rispetto con una certa dovizia.

Uno di questi è senza dubbio la lettura. Nata lettrice mi sono sempre mossa all’interno del vasto panorama letterario grazie all’istinto e poi più grandicella spinta dalle suggestioni di qualche illuminato professore. Infatti entrare in una libreria senza avere idee particolari, può essere da certi punti di vista molto stimolante, ma da altri simula un po’ quello io chiamo l’effetto autogrill. Ti trovi circondato da un’accozzaglia di libri disposti in modo che dovunque ti giri, c’è sempre un Fabio Volo che ti sorride sornione. Per sapermi muovere in questo mondo così frastagliato, dove il vero best seller che ti propongono è l’autobiografia di Marta Marzotto, ho un paio di libri che mi aiutano ad organizzare le cose.

Il primo è 1001 libri da leggere prima di morire.

Si, lo so, che mai potrà esistere una classifica univoca dei libri da leggere prima che nostro Signore Iddio ci porti a banchettare con lui alla mensa dei giusti, però dopo aver storto io stessa il naso quando l’ho ricevuto come regalo di Natale, ho imparato ad apprezzarne l’utilità. Anzitutto metto un post it su ogni pagina di libro già letto, e mi faccio quindi un’idea precisa di quanto sono ignorante visto che ancora molto mi manca per arrivare ai mille, e poi grazie al suo contributo ho scoperto autori che mai probabilmente avrei incrociato. In più quando sono in qualche fase in cui manco di motivazione, faccio un giochino, apro casualmente la pagina e mi impongo di leggere il libro visualizzato, qualunque esso sia.

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Il secondo libro, che mi sono comprata in una delle mie frequenti crisi di ipocondria, è Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno. È molto carino, per ogni patologia c’è una suggestione letteraria molto divertente. Il tutto è affrontato con ironia, per cui se come me, preda di una crisi d’ansia in cui pensi di avere i minuti contati e stai già scrivendo il testamento, lo apri e leggi la tua cura letteraria, ti fai anche qualche risata e posticipi la tua morte ormai data per certa. I libri suggeriti sono per lo più classici della letteratura, per cui stati certi che alla voce Frattura del Menisco, non troverete la bibliografia di Maldini come indicazione.

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L’ultimo è un’acquisizione recente. Anch’esso regalatomi per Natale, è Lettori Selvaggi di Giuseppe Montesano. È un libro di più di 2000 pagine in cui c’è una sorta di mappatura dello scibile umano. Parte dalla preistoria e dalle grotte di Lascaux fino ad arrivare ai giorni nostri. Uno può leggere solo i capitoli che gli interessano, o leggerlo dall’ultima pagina alla prima (io lo faccio sempre con i quotidiani), e trovare inspirazioni letterarie per i temi interessanti. Io ho letto solo poche pagine, ma sono già stata illuminata quando si parla di questa poesia trovata in un papiro egiziano. Ve la riporto qui di sotto.

Segui il tuo cuore
fintanto che vivi!
Metti mirra sul tuo capo,
vestiti di lino fine,
profumati di vere meraviglie…
Aumenta la tua felicità,
che non languisca il tuo cuore…
I pianti dei sopravvissuti non salvano nessuno dalla tomba:
non ce n’è uno che porti con sé i propri beni,
e non torna chi se n’è andato…
Pensaci,
e passa il giorno felice:
non te ne stancare!

Forse abbiamo scoperto un antenato egiziano della Tamaro: anche lui andava dove lo portava il cuore.

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Tu chiamale se vuoi emozioni

Milano, o cara

Oggi è una bella giornata. Facendo un refresh isterico sulle statistiche di wordpress ho realizzato, con somma emozione, che in questi giorni  ho avuto cinque visitatori.

Cinque visitatori mi sembrano tantissimi. Sto provando ad immaginarmi da ore i loro volti da casuali avventori. Più che altro mi chiedo come siano approdati a misschorri. Probabilmente stavano cercando altro e il fato li ha voluti condurre su questa disastrosa pagina, che  oltre a dimostrare le mie scarse capacità nell’uso di wordpress non renderà il mondo un posto migliore.

O forse lo renderà, considerato che migliorando il mio umore sono più avvezza a elargire sorrisi e quindi a riversare molecole di felicità nell’aria di Milano, che diciamocelo pure, di felicità ne ha assai bisogno.

Ho quest’idea, personalissima e ovviamente contestabile, che la gente a Milano non sia felice.  Non voglio farne una legge universalmente incisa nelle sacre pietre bibliche,  però basta guardare un po’ le facce in giro per farsi un’idea. Pochi sorrisi, molta nevrosi, gente che corre, spinge e urta, psicosi da terrorismo.

Io nonostante ci viva da tre anni, sono ancora nella fase della negazione freudiana. Mi sveglio la mattina e mi infliggo delle punizioni corporali per verificare che non sia tutto un sogno. Quando mi rendo conto che sto solo bruciando minuti preziosi alla colazione, passo alla fase dell’accettazione e affronto la dura realtà. Il rituale si ripropone identico dal lunedì al venerdì, d’estate anche nei festivi.

Il momento peggiore, quello in cui di norma, mi riprometto di licenziarmi, trasferirmi in cima a una montagna e occuparmi di pastorizia, è quando affronto la metropolitana.

L’esperienza, ammettiamolo, può essere anche inverosimilmente preziosa e formativa, ma solo per chi è disposto ad imparare. Si può venire spesso demoralizzati dal poco spazio pro capite a disposizione, dalle condizioni estreme dei vagoni (caldo soffocante d’estate e freddo ibernante d’inverno), dall’invadenza dei costumi delle persone che la frequentano (gente che discute al telefono di dettagli intimi della propria vita, gente che non si toglie lo zainetto anche se si è in 500 in 5mq, gente che impone le proprie scarse regole di igiene personale e i loro conseguenti effluvi) e dalle innumerevoli interruzioni del servizio per uomini ritrovati in galleria,  tragici suicidi e presunti pacchi bomba.

Vi posso però garantire che chi sopravvive, acquisisce una tempra che lo aiuta a scalare la dura piramide dell’evoluzione. Darwin si è fermato all’Homo Sapiens, perché ai suoi tempi le metro non c’erano. Ma sono sicura che nel caso ci fossero state avremmo avuto l’Homo Metrus. Con lo zainetto, ovviamente.

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Buoni propositi

Detti anche elenchi inutili

Superata la soglia dei trenta, stilare la lista dei buoni propositi per l’anno nuovo diventa un’attività che sconfina nel penoso. In primis perché è raro che si depenni anche solo una voce della suddetta lista, secondo perché quello che ci si propone di migliorare nella propria vita (mangiare sano, andare a letto presto, iscriversi in palestra, bere tanta acqua) aggiunge disagio a un quotidiano che è già di suo drammatico. Non è facile infatti iniziare a sentire i primi acciacchi, realizzare che non sono capelli biondissimi quelli che vedi, ma bianchi, o fare a patti con l’invecchiamento dei tuoi ovuli e con gli attacchi di cervicale. I buoni propositi in un contesto simile aumentano solo il tasso di frustrazione e quindi, in dignitosa antitesi con il sistema, io affronto l’inizio di ogni anno, con il mio solito e proverbiale lassismo. Anzi, tendo anche a cullarmi nella depressione, conscia del fatto che se si inizia l’anno al peggio delle possibilità non potrà che andare meglio.

Quest’anno però, a differenza dei precedenti, ho dedicato massima attenzione al libro che avrebbe dovuto aprire le danze a questo 2017, che secondo tutti gli oroscopi disponibili on line, dovrebbe essere per la Bilancia, un anno non male.  Stazionava sul comodino da tempo, ma ho sempre storto il naso all’idea di iniziarlo, perché non mi sentivo pronta a leggere il mio amico Fëdor senza la giusta predisposizione d’animo. Bene, terminate le feste e conclusa la bagarre natalizia con le sue atmosfere zuccherine e stucchevoli, ho inaugurato Memorie dal Sottosuolo. Per ora ho solo letto ventotto pagine, quindi non posso esprimermi molto in merito, ma posso però già confermare quella nota ed edificante sensazione di prossimità che mi pervade ogni qualvolta leggo un libro del buon Dostoevskij. Certo lui era un genio russo con l’epilessia, io sono solo una giovane donna che respira particolato e polveri fini a Milano, però questo fatto dei tormenti della coscienza ipertrofica, li capisco. Anche io nel mio piccolo tendo a farmi mille domande e crogiolarmi nei miei dolori provando una lieve forma di sadico godimento nel non risolverli. Ecco, dunque, pur non essendo ancora entrata nel merito del libro mi piace, e lo consiglio a tutti voi, lettori inesistenti, se avete come me un problema di coscienza ipertrofica. Magari se siete innamorati o felici o avete vinto al superenalotto, no, però se siete come me alla ricerca di diamanti preziosi con cui levigare gli animi affranti, salutate anche voi il 2017, con siffatto gioiellino.