Ernest Hemingway vs Bear Grylls

Quando tutto è già stato detto

Mentre tutti i più grandi del mondo si sono riuniti a Taormina a discutere su come incasinare ancora di più le cose in questo mondo alla deriva, io mi sono rifugiata nella lettura di Ernest Hemingway.

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Una scelta semplice, avulsa dalle mode o dagli snobismi dilaganti, ma solida, intensa e priva di fronzoli come solo Ernest sa essere. In realtà questa selezione non stata è casuale: all’attivo non avevo moltissimi libri suoi letti e questo buco nel mio status di lettrice pesava, non tanto alla mia vita, quanto ai momenti condivisi con i miei colleghi alla scuola di scrittura creativa che frequento.

Premessa, Milano fa rima con competizione. Qualsiasi cosa si faccia a Milano non è mai priva di sottesi legati allo status. Anche nel tempo libero. Quindi se vai al corso di yoga ci sarà la corsa all’outfit migliore e se ti viene la malaugurata idea di frequentare un corso di scrittura creativa (come me), ti imbatterai nella competizione peggiore: quella di persone che condividono con te una passione. Questo all’inizio sembra bellissimo, ma è garantito che poco dopo si trasformerà in un terribile Hunger Games letterario, dove se non hai letto gli inediti di Carver,  i saggi mai usciti di Wallace, e non hai sottolineato con la matita tutto Proust, rientri automaticamente nel gruppo dei partecipanti di serie B: ovvero coloro che non solo non potranno mai diventare degli scrittori, ma non dovrebbero neanche avere l’ardire di pensarlo.

Questa mia apprensione legata alle letture, prima pressoché inesistente ha iniziato a crescere esponenzialmente alla frequentazione del corso. Non solo mi venivano ansie e palpitazioni ogni qual volta dovevo leggere un mio scritto, ma anche nei momenti di chiacchericcio informale, in cui tutti pur provenendo dalle professioni più disparate e dai contesti più variegati, diventavano improvvisamente dei Gillo Dorfles con all’attivo ore di lettura degne di un Guiness dei primati. Io con il mio libro sottobraccio in metro e con le mie rilassate letture nel tempo libero, mi sono sentita una dilettante.

Quindi quando una sera il nostro insegnante (chiamato Il Maestro dai più affiatati fan del corso) ci ha posto questa domanda: “Se voi poteste scegliere come scrivere, scegliereste Hemingway o Fitzgerald?”, non ho avuto dubbi e ho scelto subito Hemingway, affidandomi alla beatitudine dei suoi periodi paratattici e alla sacra essenzialità della sua prosa.

In realtà poi ripensandoci mi sono resa conto che era stato un rispondere approssimativo, perché io di Hemingway avevo solo letto Il vecchio e il mare e Addio alle Armi. Ho pensato fosse necessario recuperare questa lacuna e mi sono indirizzata su I quarantanove racconti.

Il racconto come genere mi piace moltissimo, lo trovo completo nella sua perfezione. So che è molto meno in auge del romanzo e che non a tutti piace la narrazione breve, ma io trovo al contrario sia la forma più adatta a descrivere la realtà. Non so voi, ma la mia vita è piuttosto frammentata, costruita da brevi azioni che portano a brevi avventure che spesso si chiudono con improbabili finali. Uno spazio in cui tragedia e commedia e mezzi pubblici e relazioni problematiche e famiglie disfunzionali compaiono recitando il loro ruolo.

La prosa di Hemingway mi sembra più vicino a tutto questo e oltretutto narrando di guerre, corride, Africa, battute di pesca e caccia, mi regala anche attimi preziosi di vita vera che il mio destino da donna paurosa e tendenzialmente ansiosa non esperirà mai. A patto che non mi scoli una boccetta di Lexotan, ci fumi qualche stupefacente sopra o mi facciano una lobotomia.

Leggete i racconti di Hemingway, cari amici, nella peggiore delle ipotesi imparerete le regole della corrida, come si uccide un leone in Africa o come si effettua un parto cesareo in una tenda indiana in mezzo alle foreste della Virginia. A dimostrazione che Bear Grylls non si è inventato niente.

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Le otto montagne

Habemus Cognetti

Con il mio solito ritardo essenziale, sono approdata alla lettura di “Le otto montagne” di Paolo Cognetti. Confesso che non lo conoscevo come autore e che mi sono convinta ad acquistare il suo ultimo libro prostrata dalle ripetute sollecitazioni a cui il mondo mi ha sottoposta. Tipo che in ogni libreria in cui entravo il libro era lì nello scaffale dei best seller/novità/figata pazzesca e nonostante abbia  tentato più volte di ignorarlo, la forza di Cognetti è stata incontrastabile. Alla fine ho perso la mia battaglia contro le edizioni in copertina rigida di Einaudi e ho deciso di investire i miei 18,50€ in quest’opera, a cui però ho guardato con sospetto fin dall’inizio. Perché vi chiederete voi? Perché io con la montagna e soprattutto con la Val d’Aosta, regione in cui gran parte del libro è ambientato, ho un rapporto speciale. I miei nonni paterni vengono infatti da lì: mia nonna era una deliziosa francesina e mio nonno un valdostano guascone che le rubò il cuore. Si sono amati,  hanno avuto nove figli, e vissuto parte della loro vita in un piccolo paesino della Val d’Aosta. Nonostante io sia nata e vissuta nella ridente Pianura Padana, ho collezionato dei ricordi indelebili delle mie estati in montagna in mezzo ai boschi e agli alpeggi, circondata da questa grande famiglia italo francese, con cui facevo escursioni in cima alle montagne, portavo le mucche al pascolo e mi divertivo a smettere di essere l’educata bambina di città.

Questo per dire che ero pronta al peggio, pronta a leggere qualcosa di bello che però non avrebbe saputo restituirmi quelle atmosfere che avevo vissuto, pronta anche a leggere qualcosa di brutto, pronta a non essere pronta per i racconti sulla montagna. E invece Cognetti, nonostante la sua giovine età anagrafica, ci sa fare. Anzitutto scrive benissimo, la sua prosa è fluente e intensa. Ha una scrittura asciutta, priva di fronzoli, ma non banale. Non ultimo è in grado di essere commuovente senza cadere nel lirismo, ci sono stati dei passaggi in cui mi sono venuti i brividi, e non perché in metro c’erano -26gradi e avevo il bocchettone dell’aria condizionata sparato sulla cervicale.

La storia, che vi riassumo senza fare brutti spoiler, è semplice. Pietro è un ragazzino che vive a Milano, i suoi genitori sono veneti e hanno lasciato le montagne per raggiungere la città, in cerca di lavoro e di un nuovo inizio. Durante le vacanze estive affittano una piccola casa a Grana, un immaginario paese ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro conosce Bruno, un ragazzino di montagna suo coetaneo. Da lì si snoda tutta la trama che seguirà Pietro nella sua crescita, fino all’età adulta.

Un plot semplice ma ricco di delicatezza. Un libro che consiglio assolutamente. Anzitutto sono duecento pagine, quindi non è niente di inaffrontabile, in più ogni tanto del sacrosanto campanilismo non guasta, Cognetti è giovane e talentuoso e si merita grandi opportunità. Tutt’al più che essendo in Italia, dalle vendite del libro guadagnerà quattro ceci e tre banane.  Inoltre ha un blog su cui scrive e che vi linko qui, se vi venisse la voglia di leggerlo: http://paolocognetti.blogspot.it/

Alle donne più interessate, inserisco anche questa sua sognante fotografia, che non sia mai, come diceva mia nonna, magari è un buon partito.

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1°Maggio

L’arte della hygge

Oggi era il primo maggio, ma io non me la sono sentita di festeggiare i lavoratori. Festeggiare i lavoratori quando il 70% dei giovani fra i 18 e i 24 un lavoro non ce l’ha e festeggiare tutti coloro che magari il lavoro lo odiano e non lo possono cambiare perché senno ci mettono un lustro a trovarne uno nuovo (io!io!io), mi è sembrato stridente come la cartavetrata al posto della carta igienica. Ho perso la fiducia nei confronti della politica italiana, e ricomincerò a fidarmi di lei, quando vedrò che qualcosa di tangibile verrà fatto per noi giovani, una generazione dal futuro distrutto sul cui presente si specula. Ho passato quindi una giornata sottotono a mangiare in maniera compulsiva, guardando serie tv su Netflix lobotomizzandomi in attesa che qualcosa di imprevisto succedesse, tipo che mi chiamasse qualche zio miliardario mai conosciuto per comunicarmi di essere l’unica erede dei suoi beni, o che improvvisamente il Regista venisse contattato da Steven Spielberg come assistente dando il via alla nostra nuova vita oltreoceano. Niente di questo è ovviamente successo, e complice anche una pioggia battente e un calo delle temperature che ve lo risparmio, ci siamo imbruttiti in casa, incapaci di lenire i nostri reciproci malumori. Solo il cane, che ivi allego in tutta la sua splendente bellezza, ha provato a distrarci disseminando fluidi canini per casa, con l’effetto di farci imprecare in lingue a noi sconosciute, stimolando il nostro apprendimento per le nuove culture.

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Mentre solerte pulivo armata di spazzettone e igienizzanti, pensavo a come vivono i danesi, fondatori della famosa filosofia hygge. Loro in una giornata di pioggia e festa, si sarebbero svegliati con il sorriso, avrebbero salutato il nuovo giorno con tazze di cioccolata calda nelle loro belle case di legno bianco wengé. I bambini, dei piccoli Thor biondi in camiciola tutto l’anno, si sarebbero buttati fra le braccia di mamma e papà a mangiare pan di zenzero spostandosi poi a giocare in silenzio fra di loro. Insieme alla famiglia il cane, uno stupendo golden retriver, sano e giovane, accucciato ai piedi del divano, su cui appoggiate con fare noncurante ci sarebbero state delle coperte all’uncinetto color crema. La giornata, passata ad impastare pane con i bambini, sarebbe proseguita nel pomeriggio: un bel bagno caldo per lei, e una lettura rilassante per lui, con candele profumate accese e dispensatori di oli essenziali. Forse tra un pisolino e l’altro dei bambini sarebbero anche riusciti a fare l’amore, concludendo poi la serata con una vellutata di piselli e semi di zucca, i bambini a letto, e loro due abbracciati a farsi le coccole prima di affrontare una nuova e stupenda giornata di lavoro.

La mia giornata invece è riassumibile in questi brevi ma incisivi passaggi.

  1. Risveglio traumatico alle sette per sveglia che giustamente pensa sia un lavorativo e squilla, la maledetta.
  2. Colazione con qualche fetta biscottata stantia.
  3. Divano, serie tv, lobi occipitali lobotomizzati, refresh isterico del Corriere.it
  4. Pranzo con pasta democratica, aglio olio e peperoncino. Fiatella orribile.
  5. Serie tv Netflix – tentativo di coccole mal riuscito con il Regista a causa di sindrome premestruale e nervosismo.
  6. Lavatrice-lavastoviglie, cena ordinata su Deliveroo con alto tasso di oli idrogenati.
  7. Dopo le 19:00, inizio della depressione comatosa causa rientro in ufficio.
  8. Ore 21:30 a letto con un libro e un’ammiccante bicchierino con 10 gocce di Lexotan da concedersi solo nelle occasioni speciali.

Oggi inoltre c’è stato anche un blackout elettrico del quartiere, e visto che la corrente non rientrava,  ho iniziato ad angosciarmi terribilmente per la potenziale gente bloccata in ascensore. Quindi la vengano a spiegare a me la filosofia hygge i danesi.

C’è di buono che ho iniziato a leggere “Le otto montagne” di Cognetti e lo amo già. Archiviamo questo primo maggio e speriamo per tutti, che il prossimo sia nettamente migliore!

Miopia

Quando il sogno non diventa realtà

Quando ero adolescente e iniziavo ad impattare con la realtà ero fermamente convinta che crescendo le cose sarebbero migliorate. Sarebbe migliorato il rapporto con me stessa e forse anche il mondo. Senza dubbio ero certa che avrei smesso di indossare gli occhiali a goccia che i miei mi avevano comprato per compensare l’orribile miopia che si era manifestata funesta ai miei dodici anni. Mi accorsi che qualcosa non andava con la mia vista, perché scambiavo tutti gli uomini che vedevo da lontano per mio Zio Felice, non importa se si trattasse di venditori di aspirapolvere, postini o vigili. Per semplificarmi la vita, ogni volta che qualcuno suonava al campanello dei miei, lo facevo entrare certa che fosse un volto conosciuto. Questo ovviamente non era considerato un bene dalla mia famiglia, che dopo aver ipotizzato un attaccamento eccessivo allo zio, mi portò dall’oculista, validando i dubbi che erano sorti in merito alla mia vista. Ne uscii, non potendo gran che scegliere fra le montature anni novanta dell’ottico del paese, con un paio di occhiali alla Steve di Otto sotto un Tetto: enormi, improbabili, assolutamente orribili.

Li odiavo a tal punto da toglierli per la maggior parte del tempo, continuando quindi a salutare gente che non conoscevo per strada, cosa che in fondo mi piaceva, perché mi aiutava a superare l’invalidante timidezza da cui ero affetta.

Jaleel White

In quella fase, in cui facevo a patti con gli sbalzi d’umore adolescenziali, con la goffaggine e l’assoluta inadeguatezza del mio essere, guardavo con speranza al futuro e mi immaginavo a trent’anni come una grande figa francese che avrebbe insegnato Letteratura in qualche Università nel mondo, con un paio di occhiali da vista alla moda, un marito filosofo, una casa di campagna in Provenza e tre bambini biondi, belli e sorridenti. Quell’adolescente impacciata e timida, con il seno piatto e la montatura d’occhiali improbabile, sognava il suo futuro disegnandone i contorni con speranza.

Ora che ho trent’anni (vado per i trentaquattro) e neanche una delle suddette condizioni si è avverata, guardo al futuro con meno ottimismo. A onor di cronaca una si: da sei anni divido infatti la difficoltà dell’esistenza con il Regista, mio amato compagno di vita, che pur non essendo filosofo, esercita una professione nell’ambito video-artistico cosa che fa di lui  a tutti gli effetti un umanista. Per il resto nulla è migliorato, continuo a sbattere la testa contro la mia incapacità di stare al mondo in modo efficiente e l’universo non mi sembra stia andando una direzione positiva per il proseguimento della vita. Ora che si sono messi a bisticciare anche Trump e il capo della Corea del Nord, gli scenari diventano sempre più apocalittici.

Per non cadere vittima della depressione di fronte al mio lavoro impiegatizio in un’orribile multinazionale, al salario risicato e alle mille difficoltà di vita che si stanno palesando sulla mia strada, fantastico sui miei sessant’anni prorogando alla seconda parte della mia vita la realizzazione di alcuni dei miei sogni, chiaramente ridimensionati all’età. Quindi mi immagino attraversare con facilità la menopausa, evitando l’osteoporosi e gli acciacchi, riuscendo forse a rientrare nel mondo della cultura grazie alla terza Università, magari madre di qualche giovane che immagino all’estero a perseguire i propri sogni, ancora compagna del Regista, che spero nel frattempo sia diventato, almeno lui, il nuovo Sorrentino.

Sognare non costa nulla, diceva qualche saggio di cui ora non ricordo il nome e che non ho voglia di cercare su Google, ma magari stasera,  nonostante la mia montatura di occhiali mi piaccia molto, proverò a toglierli, porterò il cane a fare il suo giretto e saluterò gente che non conosco, così per ricordare la mia tenerezza adolescenziale e perché no per farmi nuovi amici fra gli anziani che vivono nella mia zona, e che  a quanto pare sembrano gli unici socievoli nella bella Milano.

Il riso degli agnelli

Speculazioni sul Daimon

E anche questa Pasqua è andata. Sono estremamente lieta di archiviare coniglietti,  uova di cioccolato, e pure l’immagine del Berlusca abbracciato all’agnellino che ha capeggiato sulla pagina del Corriere.it per giorni e che mi ha inquietata oltremodo. Sarà che a lato c’era il trailer del nuovo remake di IT,  sarà che tutta quella levigatezza cutanea da filtro Photoshop su un 80enne fa un po’ necrologio, o forse l’impressione che l’agnellino si sentisse pure a suo agio, ma vi garantisco è stato l’incubo di Pasqua peggiore.  Gli altri non ve li sto neanche ad elencare, ma  sono felice di essere riuscita ad evitare con un incastro di finti impegni machiavellici il pranzo in Famiglia, che avrebbe previsto portate di cibo infinite alternate ai classici litigi epocali da nucleo famigliare disfunzionale, quale è il mio.

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Immagino che sia retaggio comune di molte famiglie, ma la mia è in grado di dare il peggio di sé stessa a Natale e Pasqua, o durante tutte le ricorrenze in cui è necessario metterci del buonsenso che nessuno pare in realtà aver voglia di dimostrare. Quindi se posso, se il mio diniego non si trasforma in dramma, spesso non mi paleso, pagando il dazio del diventare automaticamente la figlia degenere.

Come diceva Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e credo con un’assoluta certezza che si sia fatto questa opinione osservando i pranzi di famiglia, che sono uno spaccato socio-analitico ben più affidabile del paniere Istat.

Comunque il suddetto post voleva si essere dedicato al mio amico vegano Berlusca, ma anche in realtà al nuovo libro che sto leggendo, già  praticamente finito che è: “Il codice dell’anima” di James Hillman. Non è un romanzo, è un saggio-testo d’ impronta analitico-filosofica, scritto da uno degli analisti junghiani più famosi e anche controversi, quale era il buon Hillman. L’oggetto del testo si rifà al mito di Er di Platone, il quale afferma a grandi linee che quando veniamo al mondo, non siamo soli,  la nostra anima sceglie un “compagno” che i greci chiamavano daimon. Il daimon, che non è Doraemon, per quanto l’assonanza del nome getti luce interessanti sul cartone animato, è una sorta di spirito guida, un’immagine essenziale di noi stessi e della nostra più profonda vocazione. A supporto di questa tesi ci sono esempi di uomini straordinari, provenienti dal mondo della scienza, dello spettacolo, della politica, la cui vocazione sembrava davvero infusa da aspetti divini, tanto si manifestava con forza.

È un libro molto interessante, e al di là di alcuni aspetti, su cui si può dissentire o meno, c’è alla base di tutto una riflessione molto profonda sul nostro senso di uomini sulla terra, sulla direzione che le nostre vite prendono, che molto spesso è davvero lontana dalla nostra essenza più profonda e dalla nostra sensibilità. Secondo Hillman ci stiamo inoltrando in una società sempre più psicotica, in tutte le sue espressioni, perché si è perso questo contatto con il sé che invece è sempre stato un punto fondamentale nella vita dell’uomo prima che il consumismo arrivasse e ci convincesse a comprare come degli automi per sublimare i nostri conflitti.

Qui vi ho dato un’estrema sintesi dell’opera, ma per i più interessati a questo tema, ne consiglio la lettura, si legge molto bene, è scorrevole, Hillman usa un lessico molto semplice e se avrete una matita farete molte sottolineature. Ci sono moltissimi spunti di riflessione e una bibliografia molto estesa, per cui ci sono diversi riferimenti a molte opere che potrete approfondire. Qualora questo tema non vi dovesse interessare, ci sono sempre le avventure di Doraemon, una nobile alternativa nipponica ai turbamenti dell’anima!

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Maledetta Primavera

Che fretta c’era!

Ebbene si, la Primavera è arrivata. Già da qualche settimana devo dire, ma io sono abbastanza lenta a interiorizzare i cambiamenti del contesto che mi circonda, soprattutto climatico. Quindi passo sempre attraverso fasi progressive di rifiuto in cui continuo a mettere capi d’abbigliamento invernale, finché prostrata dall’evidente  gioia di cui il mondo si sazia di fronte ai fiori, agli uccellini e alle belle giornate di sole, capitolo anche io.

Non è mai una capitolazione indolore, io mal sopporto il caldo e qualsiasi fase mi avvicini all’estate lombarda mi getta nello sconforto, riportandomi ai dolorosi ricordi dell’estate 2015:  al colmo della disperazione da caldo, quando nemmeno il condizionatore riusciva a refrigerare il mio appartamento, mi coricavo la notte con le cariche del freezer dentro le lenzuola, pregando numi pagani per farmi addormentare.

Inoltre una bella giornata di sole con il cielo terso, che rende grazia persino a Milano, acuisce l’insofferenza per la mia vita da ufficio, che mi vede protagonista, come molti altri, di interminabili giornate seduta alla scrivania  intenta ad occuparmi di cose che non mi interessano e spesso mi mortificano, ma che sono l’unica soluzione per il procacciamento del vivere quotidiano. Quindi in questi giorni, non faccio altro che fare un refresh isterico della pagina Ilmeteo.it, per fare delle valutazioni ponderate su come sarà l’estate 2017. Se qualcuno che mi legge è meteorologo,  si faccia avanti e dica la sua.

Comunque, giusto per evitare che questo post diventi oggetto delle mie deliranti idee sulla vita primaverile, tornerò a bomba sul perché  dovreste leggere David Copperfield. Non mi soffermerò su tutti i motivi critico-letterari, di cui potrete leggere i solluccheri sui vari blog migliori del mio, ma su motivazioni più pragmatiche, ma altrettanto nobili.

  • La compagnia. David Copperfield è un libro di mille pagine, per cui tolto che siate Mandrake o leggiate una pagina ogni dieci, sarà un libro che vi terrà compagnia per un lasso di tempo variabile, ma sicuramente superiore a una settimana. I libri che mi fanno compagnia per un certo periodo, mi restano sempre più nel cuore di quelli che riesco a finire in qualche giorno e che mi lasciano sempre con l’amara sensazione di una botta e via. Leggere David Cooperfield è come avere una relazione, breve se vogliamo, ma si sperimentano tutte le fasi, entusiasmo, distacco, noia, ripresa dell’entusiasmo etc.
  • Il tempo. Essendo un romanzo di formazione, o come piace dire agli amici “teteschi”, Bildungsroman, David Cooperfield, narra la vita del simpatico David a partire dalla nascita sino ai suoi trent’anni. Quindi, tolto che siate dei mostri privi di cuore, vi affezionerete subito al ragazzino e tiferete per lui e starete male per le sue sventure, come se fosse un vostro amico, o un parente, o tutte e due messi insieme. Non solo, considerato il genio indiscusso di Dickens nella creazione dei personaggi, vi affezionerete a tutti, alla zia Betsey, al Signor Micawber a Peggoty e vi dispiacerete,  come ho fatto io, quando il libro sarà finito.
  • La modernità. Dickens mi fa rivedere le mie posizioni sugli scrittori russi. Voi direte, embé, quindi? Quindi è importante. Perché la modernità estrema (non solo di prosa, ma anche di prospettive) che ho potuto riscontrare leggendo questo libro, è sicuramente differente da quella di Dostoevskij, ma altrettanto grandiosa. Per altro pare che il buon Fedor fosse un lettore accanito di Dickens e che anzi David Cooperfield fosse il suo libro preferito (potrebbe essere una Chiarata questa, verificatela). Il libro è pervaso di etica, di storia, di umorismo, di disperazione e di felicità, infuse in maniera suberba.
  • Scene di addio/morte. Non so se questo sia un plus o meno, ma io ve lo dico lo stesso, Dickens è un drago nel descrivere le scene di addio e/o morte. Fanno venire i brividi, sono così intense che le devi rileggere duecento volte, per capire come fa.  Io che amo molto i momenti di tensione melodrammatica l’ho trovato incantevole.

Non andrò oltre, in primis perché superate le trenta righe, io stessa non leggerei un post così lungo, secondo perché dovete correre a comprare David Cooperfield. Possibilmente non su Amazon,  ma in qualche libreria che ha bisogno del vostro acquisto.

Se volete potete iniziare a leggerlo sulle note della Goggi, che con Maledetta Primavera ci sistema tutti, altro che global warming.

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Iconografia del feticcio

Come ti instagrammo il libro

In questi giorni ho ordito una riflessione puntuale sulla questione lettura –libri- lettori. L’ho fatto stimolata da un’amica che iscritta a diversi canali social sul tema mi riportava che al pari del cibo, anche per la lettura è sempre più di moda una sorta di esposizione mediatica del libro che spesso riduce l’oggetto al pari di un feticcio. Ci sono canali di persone che postano le loro letture, libri, librerie, e via dicendo in un escalation di contenuti molto liquidi e veloci, che secondo me si mal prestano all’argomento che trattano.

Probabilmente si mal prestano anche se pensiamo al cibo, che da strumento per il nostro sostentamento e benessere è diventato una sorta di scelta blasé per rivendicare uno status, e forse per le vite delle persone stesse che da diversi anni sono diventate oggetto di piattaforme di comunicazione mal utilizzate.

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Io ho non ho una vita social, tranne che per un canale twitter semi abbandonato. Ho deciso, rispettando anche una mia forma di timidezza di fondo, che la mia vita era già abbastanza complicata da gestire sull’off-line e questa trasposizione non avrebbe giovato al mio benessere. Quindi parlo forse senza cognizione di causa, però sento di non poter ritenere affidabile una persona che legge Guerra e Pace in due giorni, o posta sul suo canale sette libri a settimana recensendoli come fossero il bollettino meteo.

Credo non sia possibile. Sono dell’idea che la lettura vada oltre l’esercizio del leggere in sé, ma sia un processo di assimilazione profondo, astrazione fantastica,  riflessione anche e che ci sia un tempo necessario perché la storia decanti e entri dentro di noi. Il tempo poi è variabile ovviamente, a volte la brama della lettura ci rapisce tanto che finiamo per consumare i libri più che leggerli, e anche a me succede, ma non sono certa possa andare sempre così.

Se va sempre così credo diventi un mero esercizio di stile, un volteggio narcisistico, una masturbazione volta ad ottenere pacche sulle spalle e riconoscimenti pubblici. Con questo non voglio negare la parte narcisistica che coinvolge tutti (me compresa). L’accumulo di libri, il creare la propria libreria, il condividerla, essere letti e apprezzati è una cosa gratificante e bella, ma questo non sostituisce la vera esperienza del leggere che ognuno di noi vive nella bellezza della solitudine.

Comunque ovviamente ho fatto tutto questo panegirico pesantissimo, per giustificare il fatto che ho appena finito David Copperfield. Questo mi rende una lettrice non all’altezza dei tempi, ci ho messo quasi due mesi a terminarlo, mesi nei quali però ho accumulato una serie di attività meno piacevoli e più orientate al disagio, come lavorare in modo matto e disperato, deprimermi, farmi venire attacchi d’ansia, comprare un’aspirapolvere nuova, curare il cane. A breve vi illuminerò sul perché tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero leggere il buon David Copperfield.