Anziani di domani

Piccolo Compedio sul Fastidio

Se avrò mai l’ardire di invecchiare e diventare anziana, so già che sarò piena di rancore nei confronti di tutti. È un pensiero che ho realizzato pochi giorni fa, quando nel pieno di una crisi di misantropia in metropolitana, ho odiato profondamente tutti i presenti, esclusa la sottoscritta.  Mi infastidiscono troppe cose, situazioni, maleducazioni, per pensare che la situazione non peggiorerà in futuro e non mi trasformerò prima in una donna sulla cinquantina logorroica e dopo in un’anziana un po’ curva con una barba ispida e qualche baffo.

È noto infatti che in una donna dopo la menopausa i livelli di estrogeni calino in favore del testosterone e quindi non solo la biologia è stata bara con il gentil sesso nella sua età fertile, regalandogli cellulite, problemi mestruali, sbalzi umorali e compagnia bella, ma la trasforma poi negli anni in una versione ingentilita dello yeti, in un’età in cui bellezza e tonicità sono già sfioriti da tempo.

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Vorrei comunque stendere una lista degli atteggiamenti che più mi infastidiscono delle persone e del loro modo di vivere gli ambienti pubblici che subisco quotidianamente e che sono indice di un basso livello di educazione e senso civico, chiedendovi di contribuire a questo piccolo compendio del fastidio con quello che reputate manchi a questa preziosa lista.

  • Quelli che buttano i mozziconi di sigaretta a terra dopo aver fumato.
  • Quelli che con qualche scusa, o anche senza scusa, sorpassano le file.
  • Quelli che dal medico ti dicono, “Posso passare avanti, devo solo fare una ricetta” e poi stanno 45minuti ad occupare il medico raccontandogli dei loro calli e duroni plantari.
  • Quelli che in metro hanno lo zainetto, nonostante si stia stipati in 150 in 10mq, e non solo non se lo tolgono dalle spalle ma si girano scattando a destra e manca sfoderandoti sciabolate sulla faccia.
  • Quelli che sui mezzi pubblici a gran voce parlano di dettagli scabrosi della loro vita, visite mediche, risultati di esami, liti con i fidanzati, separazioni, ristrutturazioni di case e altro ancora.
  • Quelli che se ti urtano o pestano i piedi non ti chiedono scusa.
  • Quelli che non fanno sedere le donne incinte/anziane (o anziani) sui mezzi pubblici nonostante ce li abbiano di fronte.
  • Le coppie che si scambiano effusioni spinte, ovunque esse si trovino.
  • Quelli che non rallentano vicino alle strisce pedonali, anzi se vedono che provi ad attraversare accelerano per dissuaderti con la minaccia di un potenziale investimento.
  • Quelli che rinunciano alle regole base dell’igiene per deliziare chi incontrano con effluvi poco edificanti.
  • Quelli che hanno la Smart e la parcheggiano nei posti blu, dandoti l’illusione che il posto sia libero.
  • Quelli che al cinema o a teatro non spengono il telefono.
  • Quelli che ascoltano i messaggi vocali di fronte a tutti.
  • Quelli che non raccolgono le deiezioni dei loro cani.
  • Quelli che quando devi scendere alla tua fermata, non si spostano di un millimetro dalla loro posizione e devi fare la gimkana per scendere dal mezzo su cui ti trovi.
  • Quelli che buttano i rifiuti a terra, in spiaggia, nel mare, ovunque si trovino.
  • Quelli che all’autogrill o nei bagni pubblici lasciano situazioni imbarazzanti, non preoccupandosi che qualcuno dopo di loro, forse dovrà utilizzare quel bagno.

Mi rendo conto che il rancore nei confronti dei possessori di Smart non è politicamente corretto, ovviamente anche loro hanno il diritto di parcheggiare, ma comunque mi crea degli attriti interiori non da poco incontrare un parcheggio occupato da una Smart. La lista non prevede voci come: bambini rumorosi nei ristoranti, e altre piccole cose che mi infastidiscono ma che non rientrano, suppongo, all’interno di una questione di educazione o meno: a volte i figli, nonostante la buona educazione dei genitori, crescono un po’ come gli pare, e attraversano delle fasi difficili da piccoli Satana che spesso rientrano autonomamente.

Vi prego di deliziarmi con i vostri rancori personali, non fatemi sentire sola in questa situazione. Non so se questo momento di odio nei confronti del mondo è causata dalla lettura che mi sta dilettando in questo periodo. Per farmi più male di quanto il mondo già faccia, sto leggendo Finzioni di Borges. Non mi sono mai sentita all’altezza di leggere Borges, e lo sto affrontando solo ora, constatando che la percezione di non essere in grado di leggerlo è stata esatta e puntuale. Sento di avere per le mani del materiale incandescente, di una certa difficoltà e pieno di citazioni auliche e dottissime: questo non solo acutizza la percezione che io conosca ben poco dello scibile umano, ma mi fa sognare un mondo in cui tutto sia pennellato alla perfezione come nei suoi racconti.

Invece mi confronto quotidianamente con la mancanza di decoro del mondo, e anche mio, perché suvvia non sono esente dall’ aver volontariamente o meno agito in modo maleducato qualche volta. Io però come anticipato, pagherò questo dazio con la barba e i baffi da anziana, e scusatemi, non è poco.

Una donna virtuosa

L’amore in tempi di crisi

In questi giorni ho riflettuto a lungo sul tema dell’amore. Mi si è ripetutamente proposto attraverso diversi contributi: ho terminato di leggere Notre-Dame de Paris, ho visto al cinema il pluricitato “Call me by your name” di Luca Guadagnino, e complice la pressante pubblicità di San Valentino che perseguita ovunque e chiunque non ho potuto non soffermarmi a riflettere. Non tanto sull’amore in sé, ma sulla verità dell’amore, che trovo sia un punto molto più interessante.

In fondo cresciamo con un’idea dei sentimenti molto stereotipata. Film, libri, racconti ci narrano di amori passionali, struggenti, a volte maledetti, ma sempre sostenuti da questa grande forza che tutto muove. Sembra che quando siamo innamorati si perda il senno, che l’incontro con l’anima gemella abbia quasi un potenziale salvifico, ci elevi dalla mediocritas, ci renda individui migliori, riempia bocca e cuore di parole e intenzioni romantiche, bruci i nostri sensi fino a desiderare l’altro in modi che non avevamo mai sperimentato.

Di fatto è così. Non dissento, la magia dell’incontro di due anime e di due corpi crea un vortice di sensazioni e sentimenti assolutamente unici e irripetibili. Ma passata questa fase, cosa succede all’amore?

Perché se si cerca qualcosa su quello che succede dopo, i contributi crollano precipitosamente. Raccontare il delicato passaggio fra il prima e il dopo, fra un quotidiano condiviso che genera routine, con la passione che si affievolisce, e l’alterità di due individui che da elemento di interesse iniziale diventa nel tempo abisso, non è facile, nonostante di fatto sia la fase più ampia che interessa un rapporto amoroso di una certa lunghezza.

Io mi sono interrogata tanto su questa fase, non tanto perché nutra un interesse antropologico sulla questione, ma perché più egoisticamente ho vissuto in prima persona, e sto vivendo un periodo che ha messo a dura prova la mia coppia. Non saprei spiegare bene come sia successo, ma dopo sei anni di relazione e quattro di convivenza, un giorno ci siamo ritrovati ad affrontare una crisi. Non una crisi passeggera, di quelle che con due mazzi di rose e due moine risolvi tutto, ma una crisi sostanziale, di prospettive, di quelle che investono il futuro e che fanno vacillare tutto.

E in mezzo a una crisi le regole dei sentimenti cambiano. Ci si trova a navigare in un mare burrascoso in cui tutto sembra vacillare. Tutto quello che prima era naturale, diventa difficile, si sperimentano sentimenti contrastanti, fa capolino una sensazione di solitudine difficile da verbalizzare.  E qual è la verità dell’amore quando sembra che tutto quel meraviglioso tripudio di ormoni e sentimenti sia sparito?

La verità è che diventa una scelta. Al pari di quella di cambiare lavoro. Si sceglie di amare, si sceglie di restare con una persona,  si sceglie di rimescolare le carte. Sono convinta che al di là delle belle parole e dei buoni sentimenti siano gli atti pratici a determinare gli esiti di un rapporto, la capacità di mettersi in discussione, di crescere insieme, accettando ed integrando i cambiamenti dell’altro.

Questa è la fase più bella, credo: la trasformazione di un sentimento è un processo delicatissimo, molto fragile, che va protetto e difeso con discrezione, ma è l’unico processo in grado di generare qualcosa di nuovo.

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A questo proposito vi introduco questo bellissimo libro che inserirò nella rubrica, Libri Introvabili, o Libri non alla moda, o Libri che non legge nessuno, che si intitola “Una donna virtuosa” di Kaye Gibbons.

È un librettino di 150 pagine edito da Feltrinelli negli anni 90’, io ho ancora una versione con il prezzo il lire. Credo però che si trovi ancora in giro abbastanza facilmente  (online lo trovate qui ).

È una storia d’amore ambientata nell’America rurale degli anni ’50. La narrazione è a due voci, un capitolo viene raccontato da Jack (il marito) e uno da Ruby (la moglie). Questo escamotage, per altro gestito benissimo anche dal punto di vista del registro linguistico, regala un grado di immersività durante la lettura davvero profondo.

Il loro rapporto, che sembra non avere niente di speciale, è invece ricco di sentimenti discreti e di piccoli gesti  di grandissima tenerezza. Ci sono dei dettagli veramente commuoventi.

Ve ne riporto uno. Ruby si ammala di cancro ai polmoni (non è uno spoiler perché viene raccontato nel primo capitolo), e i mesi prima di morire passa il tempo a cucinare e surgelare in monoporzioni  i pasti del marito, in modo che Jack, per i mesi a venire dopo la sua morte a pranzo e cena,  non debba far altro che aprire il freezer e scongelarne uno. Lo fa per evitargli in futuro di sentire troppo il vuoto della sua perdita, e perchè sa che Jack odia cucinare.

Non so voi, ma a me questa cosa fa venire la pelle d’oca. Credo di aver pianto al secondo capitolo, sono già fan di Kaye Gibbons, una misconosciuta autrice americana che ha scritto pochi libri, ma che sembra siano davvero imperdibili oltre che praticamente introvabili.

Comunque il libro è zeppo di questi micro esempi di delicatezza che giorno dopo giorno costruiscono la storia di un vero e grande amore. Se vi interessasse leggerlo e vi fosse impossibile trovarlo, perchè anche voi siete appassionati di storie mai più ristampate e lasciate all’oblio, sono sempre disponibile a cedere la mia copia.

Lo trovo anche un buon regalo da fare al proprio innamorato/a, se proprio volete festeggiare San Valentino e non volete arricchire la Nestlé facendovi venire le carie con i baci Perugina.

 

Grandi interrogativi di inizio anno

Mai ‘na gioia

Non me la sento di fare prognostici per questo 2018. Mi spaventa progettare il futuro, o anche solo immaginarlo. Sarà che ci sono troppi elementi traballanti nella mia vita ultimamente, situazioni appese che durano da troppo tempo perché possano resistere incolumi anche quest’anno.  Mi aspetto la famosa resa dei conti che sembra essere lì, ad attendermi, supportata anche da previsioni astrali che mi vedono protagonista di una Waterloo astrologica. Saturno e Urano contro, quadrature di pianeti non ancora conosciuti, Giove in retromarcia. Non che abbia mai creduto alla veridicità degli oroscopi, ma sono anche una persona umile che vede attorno a sé un mondo pieno di fenomeni ben lungi dall’essere conosciuti e spiegati, e quindi chi sono io per dire che non ci sia una connessione fra stelle e destino. Di certo c’è una connessione fra Luna e maree, quindi insomma se i pianeti influenzano il mondo fisico, forse possono anche influenzare quello immateriale.

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Comunque una cosa mi ero ripromessa, di non leggere libri di letteratura russa all’inizio dell’anno, come feci l’anno scorso con Memorie dal Sottosuolo del caro Fëdor, perché la letteratura russa è una specie di maledizione, è tanto bella quanto scava a fondo e iniziare l’anno con un certo grado di profondità impone che quel grado di introspezione tu possa supportarlo durante tutto l’anno, e invece da questo punto di vista sono stata una mezza chiavica: ho perso un sacco di tempo in modo inutile, guardando serie tv improbabili, leggendo riviste femminili prive di utilità, commiserandomi per tutto quello che non funzionava come volevo io, senza fare nulla ovviamente che potesse dare una direzione precisa agli eventi.

Quindi trascinata un po’ come una barchetta spinta dalla corrente, durante il passato 2017 non ho fatto altro che ruotare attorno al perimetro di una vasca ittica da allevamento, compiendo grandi chilometri che di fatto non mi hanno portata da nessuna parte. Forse questa è la vita adulta, non lo so, ma è come se non riuscissi ad accettare questa specie di emorragia di vita che perdiamo quotidianamente lasciando trascorrere le giornate così, come vengono.

Lo trovo lacerante e forse non mi rassegnerò mai, come non riuscirò mai a rassegnarmi al fatto  di non essere nata con il talento di Jane Austen e il genio di Woody Allen.

Forse mi sto preparando a lunedì 15 gennaio che pare sia il lunedì più triste di tutto l’anno, quando ci si rende conto che mancano sei mesi alle vacanze estive e che quelle natalizie sono del tutto archiviate. Io ho passato le vacanze natalizie a letto con l’influenza della vita, ho saltato Natale, Santo Stefano, Capodanno e la Befana. Insomma il Blue Monday mi dovrebbe fare una pippa, invece riesce a deprimermi più di quanto batteri e virus abbiano già fatto.

Mai ‘na gioia, insomma. Mi consolo correggendomi la tisana con il Braulio la sera prima di andare a dormire: forse entro la fine dell’anno riesco a farmi venire la cirrosi epatica  come Bukowski. Vi aggiorno!

Buon Anno a tutti eh!

 

 

Ornellona nazionale

Più Vanoniterapia per tutti

Questo post ha subito notevoli trasformazioni prima di essere scritto. All’inizio volevo spendere qualche commento sul vincitore del premio Nobel per la Letteratura Kazuo Ishiguro, poi però ho realizzato di essere massimamente impreparata sull’argomento,  e quindi  per evitare di fare figure barbine ho pensato di  sostituirlo con una riflessione su un tema che nell’ultimo periodo mi è molto caro: ovvero la musica classica.

Mi ero fatta tutta una mappa mentale su come affrontare l’argomento senza sembrare una fighetta snob che non ascolta Justin Bieber ma nutre il suo udito con Mozart e compagnia bella, (anche perché la mia conoscenza della musica classica è lacunosa e priva di preparazione), ed ero giunta a un buon risultato: avevo deciso di parlare di come la musica classica, o meglio alcuni autori in particolare, mi stiano e abbiano aiutato molto nella mia lotta contro l’ansia. E mentre ero in metropolitana e la mia mente stava elaborando mentalmente tutto quello che poi avrei messo per iscritto, è arrivata lei e come un fulmine mi ha travolta, cancellando tutti i buoni propositi su Chopin, Čajkovskij, Bach e altri amici.

Di chi sto parlando? Ma dell’Ornellona Nazionale, l’unica e inimitabile Vanoni. É spuntata così, in una playlist “Viaggi in metro” di Spotify  a cui mi sono iscritta, con quella sua voce un po’ roca e cantilenante. Subito mi sono fatta rapire dalla malinconia del testo e della melodia del brano, “Domani è un altro giorno”.

L’inizio è tipo così :

È uno di quei giorni che
Ti prende la malinconia
Che fino a sera non ti lascia più…

Vi metto qui il video che un po’ di Ornellona fa bene a tutti e così  ve l’ascoltate e aumentate l’empatia nei miei confronti, come insegna lo zio Stanislavskij.

Comunque dopo aver sofferto con lei per tutta la durata del brano, e non potendo non invidiarle la scelta della sua chioma arancio che nel tempo non ha mai tradito, ho deciso di farmi una specie  di indigestione di Vanoni e ho scoperto che oltre ad avere una discografia piuttosto ampia, le sue canzoni trattano di amori, sfighe, politica, carcerati calabresi, bande criminali, incontri sessuali. Non si faceva mancare niente l’Ornellona (neanche con il botox si è trattenuta molto nell’ultimo decennio)!. Il tutto declinato con uno stile musicale unico e inconfondibile, tra il jazz e la canzone d’autore.

Giorno dopo giorno mi sono trovata sempre di più ad ascoltarla, sulla metro, mentre cucino, quando sento che mi sta salendo quel pizzico d’angoscia che ogni tanto mi coglie così, mentre svolgo le attività più inspiegabili e che compromette il mio quotidiano inserendo una sorta di spiacevole stridore di sottofondo.

Non so se è proprio la Vanoni in sé che mi evoca questa lievità d’animo o il ricordo che genera la sua musica e che rimanda alle mie estati al mare da bambina, con mia nonna che accendeva il giradischi e metteva lei e Gino Paoli mentre preparava la cena e mi districava i lunghi capelli ingarbugliati e secchi dopo una giornata di mare.

Quella musica così leggera e spensierata, si accordava così bene al mio stato d’animo di allora: forse è proprio il ricordo di quel periodo della mia infanzia la mia vera bolla anti-ansia.

Non so, potrei speculare e riflettere per ore su questo argomento, fatto sta che ad oggi, undici ottobre 2017, Ornellona è entrata nell’empireo degli autori musicali che mi aiutano a lenire il male di vivere quotidiano.

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Credo che Bach, Mozart e Chopin, non potranno che essere felici di avere tra loro questa nuova e conturbante compagna di avventura: si sa che all’Ornella il maschio ci piaceva!

 

 

 

Orange is the new black

Contributi stilistici alla Fashion Week

Stamattina in ufficio si è svolta l’esercitazione anti-incendio. Non sarebbe un evento degno di nota se non fossi stata estratta fra cinquecento dipendenti per vestire  la divisa della squadra di emergenza. In poco tempo ho appreso che avrei dovuto vestirmi con caschetto arancione, gilet catarifrangente e scarpe infortunistiche e guidare i miei colleghi all’evacuazione dell’edificio. La mia reazione è stata estremamente ostile, non tanto per la mia assoluta incapacità di mettere in salvo degli esseri viventi (alcuni dei quali, lo ammetto candidamente non avrei salvato dall’ipotetica calamità), quanto più per l’orribile divisa che avrei dovuto indossare e che mi avrebbe reso lo zimbello di tutta l’azienda per i mesi a seguire.

Tutti possono dimenticare qualcosa, ma non se indossi un gilet catarifrangente arancione e un caschetto in tinta che farebbero sembrare poco credibile anche Rita Levi Montalcini.   A questo si aggiungeva anche una certa difficoltà nel portare a termine l’obiettivo desiderato dall’azienda: l’esercitazione non solo prevede la banale evacuazione dell’edificio in caso di emergenza, ma stabilisce che avvenga nei tempi previsti dal regolamento aziendale.

I Sacri Padri  Fondatori del regolamento aziendale (cinici e bari), hanno stabilito che il tempo utile per evitare morte e distruzione in caso di calamità sia intorno agli otto minuti. Otto minuti in cui circa 500 persone disposte su 17 piani devono scendere in modo ordinato da un’angusta scala d’emergenza per raggiungere la strada e posizionarsi in un cosiddetto angolo sicuro, che in questo caso è rappresentato da un quadrante di un incrocio nel centro di Milano.

Forse i Sacri Padri Fondatori avevano escogitato ciò per liberarsi massivamente dei propri dipendenti, teoria che ho provato ad esporre al Responsabile della Sicurezza, il quale però non ha voluto sentire ragioni in merito alla mia possibile defezione.

Così armata di caschetto, gilet e scarpe pesanti ho atteso che il rombo dell’allarme desse il via alla mia impresa. Ordinata e felice ho invitato i colleghi a defluire verso le uscite di sicurezza e una volta certa che tutti avessero prontamente eseguito l’ordine sono uscita a mia volta, incespicando sulle mie nuove scarpe infortunistiche. Ho ignorato le risatine di beffa delle colleghe, gli sguardi di compatimento di altri, e orgogliosa sono uscita dall’edificio, insieme agli altri addetti della sicurezza, che come me condividevano questo infame destino.

La mia espressione di gaudio, una volta giunta all’angolo di sicurezza, unita all’outfit pregiato di cui ero testimone, è stata immortalata da un tale, che in piena Fashion Week ha pensato forse fossi una fashion blogger disagiata, o qualcosa di simile. Ho tentato di inveire e farlo smettere, ma in pochi secondi era sparito, seguendo una koreana con i capelli verde smeraldo.

Forse ora sarò su qualche profilo instagram alla moda, o taggata con qualche hashtag tipo #fashiondiscomfort #crazypeople #italiansdoitbetter #orangeisthenewblack.

E pensare che per condurre una vita lavorativa così vicina a quella del Ragioner Fantozzi ho dovuto fare dei pregevoli studi.

Karl Lagerfeld, salvami tu.

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Tragedie in due battute

Socialità canaglia

Milano, una sera qualunque. La scena si svolge sull’uscio di casa.

A: “Dai ragazzi vediamo di incontrarci più spesso: organizziamo una cena una sera a Milano, anche in settimana, in quaranta minuti io sono qui. O voi venite da me, mi piacerebbe farvi vedere la mia nuova casa!”

Regista: “Volentieri A., non facciamo passare i mesi come di solito.”

A. “Cosi ne approfitto per farvi conoscere la mia nuova bella!”

Miss Chorrì: ” Chi, il tuo nuovo cane?”

A. “No la mia fidanzata”.

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Depressione post-rientro

Da Klimt al Bricocenter

Ci ho messo una settimana a riprendermi dallo shock per la fine delle vacanze e il mio rientro in ufficio. Ho avuto una sequela di sintomi che non ve li racconto, culminati con umori ballerini e voglia repentina di cambiare vita/lavoro/città, se possibile in un’unica formula.

Mentre preda della più cupa disperazione tentavo di affrontare la situazione appellandomi a tutta la farmacologia da banco disponibile, Il CorrieredellaSera.it, mio compagno delle giornate più nere, è venuto in soccorso pubblicando giusto pochi giorni fa una lista delle cose da fare per non incappare nella depressione post rientro.

La lista, sulla quale non avevo grandi aspettative, si è rivelata abbastanza inutile. Aveva uno stile che si collocava a metà fra i consigli della nonna e quelli di Luciano Onder. In alcuni punti il tono si faceva così aziendalista da farmi temere che questa sequela di consigli fossero in realtà redatti da qualche multinazionale cattiva e un po’ inquietante, come la Monsanto o la Bayer.

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Di tutti i consigli poco efficaci presentati, tipo dormi otto ore, ricordati di essere sempre grato di quello che hai, abbraccia i tuoi colleghi e sorridi alla vita, ce n’era uno che mi è sembrato l’unico salvabile e che ho pensato di applicare alla mia situazione, anche con un certo entusiasmo.

Sembra infatti che il rientro sia più dolce, se si mantengono vive le abitudini che ci hanno fatto bene in vacanza e che tendiamo ad accantonare una volta rientrati alla quotidianità. Anche questo a dire il vero sembra un consiglio alla Paolo Crepet, però ho voluto dargli una chance e  ho quindi pensato di progettare il primo week-end di rientro dalle vacanze con attività e gite che sarebbero culminate con la visione della mostra Klimt Experience che c’è al Mudec di Milano.

Non so che cosa sia esattamente questa Klimt Experience, ma pare sia una sorta di mostra interattiva-immersiva con i quadri proiettati sui soffitti, buio e musica di accompagnamento. Una cosa bella, da fare, per chi come me adora la Secessione Viennese.

Ho quindi acquistato il biglietto in prevendita, garantendo a me e al Regista un’entrata snella e priva di coda. Peccato che il destino baro alla mostra non ci abbia fatto arrivare, nonostante i trenta euro non rimborsabili della prevendita avrebbero convinto anche nostro Signore  della bontà di non farci mancare all’evento.

Una congestione fulminante ha costretto il Regista al divano, rantolante e con un colorito ceruleo da rigor mortis. La colpa è stata ovviamente sua, visto che con una parmigiana di melanzane sullo stomaco, un tiramisù e svariati biscottini, ha deciso di portare il cane a passeggio in canottiera, incurante del calo di temperatura portataci dal sempre benvoluto  ciclone Poppea.

Depressa, arrabbiata e con poca voglia di occuparmi del consorte, mi sono trovata a girovagare sotto casa come un’anima in pena cercando di ritrovare il senso perduto della mia domenica. Purtroppo non l’ho trovato, sono solo incappata nel Bricocenter del quartiere, un posto orribile, la patria del bricolage per i depressi, dove ebbra di disperazione ho acquistato una scopa, dei sacchi per la spazzatura e dei panni in microfibra per la casa, che si sa, se ne ha sempre bisogno.

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Non so che cosa avrebbe pensato l’autore dell’articolo sul Corriere del mio tentativo fallito di nobilitare la prima domenica di rientro dalle vacanze.

Io so solo che a quella lista inutile di consigli, mancava quello più importante di tutti: copritevi lo stomaco e evitate i Bricocenter.