The young Baricco

E le camicie arrotolate sui bicipiti

Ultimamente nutro una vera e propria passione per la letteratura ceca. In realtà sono piuttosto ciclica nelle mie fasi: prima c’è stata la fase Americana, poi quella Sudamericana, poi quella Medio-Orientale a da tempo ha fatto capolino quella ceca.

Il responsabile di questa passione unilaterale, perché non credo che l’elite culturale ceca mi conosca è Boumil Hrabal.

Fatico molto a scrivere di lui, perché ho un rapporto speciale con questo ometto con il vizio dell’alcolismo. Forse perché non è conosciutissimo e mi piacerebbe che questa cosa restasse così e che le sue parole non fossero oggetto di critiche e di giudizi approssimativi. La sua figura è infatti controversa, e il suo problema con l’alcolismo ha portato a facili giudizi sulla sua scrittura, molto spesso ridotta a un effetto collaterale delle sue frequenti sbornie.

In verità non è autore facile da approcciare perché scrive seguendo un flusso di coscienza, con tutte le implicazioni del caso, scarsa punteggiatura e pensieri che si sovrappongono in modo rutilante. All’interno di questo panorama confuso, però si trovano delle perle di rara bellezza e verità, che sono impossibili da dimenticare. Chi legge Hrabal, lo può odiare o amare, ma non se lo dimenticherà mai. C’è tanta di quell’umanità nelle sue parole che raramente l’ho ritrovata in altri testi.

Il merito di questa scoperta letteraria, motivo per il quale nutrirò sempre una sorta di vaga gratitudine nei suoi confronti è stato, invero, Alessandro Baricco.

1495091256854_baricco_2048x1536

C’è stato un tempo infatti, in cui lo ammetto candidamente, Baricco mi piaceva come scrittore. Ero poco più che ventenne e i suoi capelli mossi e il suo proverbiale eloquio mi avevano stregato. Un giorno preda di un sortilegio ormonale, ho trovato su Youtube degli estratti di un programma, “Picwick. Del leggere e dello scrivere”,  che lui presentava in Rai a metà degli anni 90.

Era un programma dedicato alla lettura, dove venivano letti e commentati degli spezzoni tratti da opere varie che un giovane Baricco dai folti capelli bruni recitava con passione. Inutile dire che ero completamente rapita da quest’uomo che ai miei occhi riusciva  a coniugare bellezza, fascino e cultura. Guardai tutto il programma e proprio durante una puntata venne presentato il romanzo icona di Hrabal: “Una solitudine troppo rumorosa”. La storia è semplice ma di una delicatezza straordinaria. Invece di riassumervela, potete trovare qui il famoso video in cui Baricco con camicia bianca arrotolata sui bicipiti mi ha convinta a leggerlo e mi ha consentito di incontrare questo scrittore straordinario. Dovete solo ascoltare i primi dieci minuti perché il libro viene presentato all’inizio puntata. Poi se vi piace la puntata potete pure guardarvela tutta, eh.

Se Baricco riuscirà a convincere anche voi, forse siete donne e le camicie arrotolate sui bicipiti degli uomini hanno su di  voi lo stesso ascendente che hanno su di me. In ogni caso sento di aver fatto una buona azione a condividere con voi questo fatto di Hrabal. Se poi avete del tempo durante queste sere estive, vi consiglio di riguardarvi tutto il programma, che è interessante e fatto bene, e ci  ricorda che c’è stato un tempo in cui Rai si faceva ancora intrattenimento di qualità. Adesso abbiamo Paola Perego e la Balivo, ma chissà forse ce le meritiamo anche.

Se poi vi venisse voglia di leggere Hrabal, spero lo amiate tanto quanto lo amo io e spero che un po’ della sua dolcezza struggente entri nelle vostre vite e  lasci il piccolo segno che ha lasciato nella mia.

Se lo odierete, sappiate che la maledizione di Baricco in camicia vi perseguiterà fino a che non vi iscriverete alla Scuola Holden e non verrete aggiunti forzatamente al gruppo di WhatsApp della vostra classe.

 

Lo spleen spiegato ai bambini

Come erudire le nuove generazioni

Nonostante mi sarebbe piaciuto in questa vita essere un’icona di saggezza e conoscenza, una sorta di versione meno piumosa e più slanciata della famosa nottola di Minerva,  a cui il mondo potesse rivolgersi  per invocare la luce della conoscenza nel buio della ragione, la verità è che no, non lo sono. Conosco per approssimazione e per studi pochissimo della vastità dello scibile umano e  quel poco che so a volte lo confondo creando dei pastiche improbabili di concetti e citazioni. Dentro di me però c’è un Baricco che scalcia, e per accontentarlo compenso offrendo le mie perle letterarie alle categorie più deboli che prendono come oro colato qualsiasi cosa dica, tipo bambini, cani, colleghi tamarri, e così via.

La scorsa settimana infatti ho insegnato a mio nipote, di anni cinque, la parola spleen. Lo vedevo pensieroso, triste e annoiato allo stesso tempo e quando alla mia domanda su cosa avesse, la risposta è stata “Non lo so zia, ma mi sento molto triste”, gli ho detto che forse aveva lo spleen. Completamente ignara della risonanza che questo avrebbe avuto su di lui, e massimamente ignorante sul funzionamento dei bambini e sul gaudio che provano ripetendo le stesse parole migliaia di volte, non solo gli ho detto che aveva lo spleen, ma che sarebbe stato molto bello se lui avesse usato questa parola ogni qualvolta si fosse sentito così.

Schermata 2017-07-04 alle 23.14.07

Mai ci fu azione più ingenua e azzardata: da quel momento a oggi mio nipote non fa altro che dire a tutti che ha lo spleen, se non vuole mangiare ha lo spleen, se non vuole lavarsi i denti, ha lo spleen, se non vuole andare all’asilo, ha lo spleen. Non contento, spinto dalla verità della conoscenza, ha pensato di condividere questa scoperta con i suoi compagni d’asilo e ora un gruppo di dieci bambini dai tre ai cinque anni, si rifiuta di fare qualsiasi attività imposta dal mondo adulto invocando lo spleen. Spleen che diventa Plin, Plic, Splic, Splin, a seconda della capacità oratoria dell’infante.

Non so se Baudelaire sarebbe stato contento d’essere il poeta e filosofo più amato della classe “Canguri” del nido Gioiosa, ma mi sembra comunque di aver compiuto una buona azione aprendo le menti duttili di questi bambini a un concetto così importante, anche se a un certo punto ho nutrito dei dubbi sulla natura del vero umore di mio nipote: spleen o tedium vitae?

Sicuramente il tedium vitae l’ho fatto venire ai genitori che ora dovranno gestire questa situazione e che forse mi odieranno e mi faranno delle macumbe che si andranno a sommare alla mia situazione di disagio estivo meneghino. Non so voi, ma non mi vedo bene.

Per chi non lo sapesse, il signore in foto è Charles Baudelaire. In realtà non lo sapevo nemmeno io, poi dieci minuti fa ho deciso di cercare che faccia avesse e l’ho trovato. In realtà sembra anche uno simpatico e gioviale dall’espressione, magari lo spleen era tutta un’invenzione modaiola, chissà.

I quarantanove racconti

Chissà perché non cinquanta, caro Hemingway

Recensire una raccolta di racconti, è molto difficile. Soprattutto quando i racconti sono quarantanove, e non due o tre. A questa difficoltà primigenia si aggiunge anche il fatto che io non sopporto le recensioni dei libri, o almeno non quelle che riportano i riassunti delle trame, infarcite di  citazioni tratte da interi blocchi di testo, chiuse da qualche giudizio estetico sulla bontà del leggere il tal libro. Non le sopporto, mi fanno venire l’orticaria. Quindi non le leggo. Mi piacciono però quelle che al bando tutto questo stile da quarta di copertina tentano di spiegarti cosa c’è dietro quel libro. Cosa si trova al di là dell’ovvio, aprendoti un piccolo spiraglio su ciò che si trova sotto la punta dell’iceberg. Infusa da questa sacra missione, oggi mi cimenterò nella titanica impresa di illustrare quello che ho intravisto io nei quarantanove racconti di Hemingway. Lo faccio, visto che sono una furbetta, scomodando quel sacro mostro di Louis Ferdinand Celine. Perché direte voi? Perché trovo che entrambi abbiano dei tratti di assonanza, in prima istanza sono nati entrambi nello stesso periodo, Hemingway nel 1899 e Celine nel 1894, entrambi si sono trovati al fronte durante una guerra mondiale e entrambi hanno parlato della vita come io trovo nessuno abbia mai fatto.

Quando lessi Viaggio al Termine della Notte, sei anni fa circa, ero al mare con il Regista, che ai tempi era una new entry della mia vita sentimentale. Iniziai il libro convinta che non sarei riuscita ad andare oltre le venti pagine, e invece, dopo aver superato le prime difficoltà, mi trovai di fronte a qualcosa che non avevo mai visto, del materiale incandescente che mi rapì in una sindrome di Stendhal epica. Il Regista, che si immaginava vacanze scoppiettanti con la sua nuova fiamma, si ritrovò con una nerd con librone appresso che non faceva altro che leggere ed ignorarlo. Immaginate il dramma. Comunque quell’estasi di rapimento avvenne perché lì, su quelle pagine, io ci avevo trovato la vita. Quella vera, miserevole, fatta di sofferenze, di vuoti, di gente povera e disperata, descritta in un modo che ti colpiva come un pugno allo stomaco. Tutt’ora se qualcuno mi chiede qual è uno dei libri per me più significativi, rispondo Viaggio al Termine della Notte. Tornando però ad Hemingway, perché è di lui che volevo parlare, direi che lì fra le pagine di questi quarantanove racconti, l’ho intravista di nuovo la vita.

mj-618_348_hemingway-booze

Un’altra faccia del vivere, quello dell’adrenalina, delle battute di caccia, della boxe, delle corride, dell’alcool, delle corse di cavalli  e della guerra. Un altro modo di vedere e sentire il mondo, meno ostile di quello di Celine e più da esperire, nonostante la violenza e la durezza dell’esperienza umana. Il tutto descritto con una prosa asciutta, intensa, che non si perde in inutili fronzoli e arriva dritto al cuore di chi legge. Il punto di vista è perlopiù maschile, tutti i personaggi infatti sono uomini, e questo dona un’impostazione alla narrazione piuttosto caratterizzata. Considerato che la mia vita è quanto di più lontano si possa immaginare dall’avventuroso,  la lettura è stata un viaggio straordinario e poter immaginarmi in Africa mentre in realtà avevo l’ascella del vicino in metro che mi molestava, è stato in questo mese una possibilità di astrazione molto importante per la sottoscritta.

Non tutti i racconti sono significativi allo stesso modo, ma tutti lo sono se si considerano le piccole perle letterarie o di contenuto che hanno in sé. Ero perplessa sul fatto che potessi interessarmi alla boxe, o alla pesca, o alle corride, ma mi sono dovuta ricredere. Ora mi sento preparata su argomenti di cui prima ignoravo l’esistenza, oltre ad aver potuto studiare ancora più nel dettaglio la struttura narrativa del racconto, attività in cui ogni tanto, quando Saturno entra in quadratura con Plutone retroattivo a Venere, mi cimento. Non vi elencherò i racconti che mi sono piaciuti di più perché fa un po’ lista della spesa e poi comunque qualora vi venga voglia di leggerli è bello avere l’effetto sorpresa.

Mi sono resa conto di aver dato un’impronta molto seria alle cose che ho detto, ma non me la sentivo di prendere in giro Hemingway con le mie solite scemenze. Mi sarei giocata quel poco di karma intonso che mi è rimasto e questo forse avrebbe precluso le mie già scarse possibilità di pubblicare un giorno sulla Gazzetta di Bitonto qualcosa proveniente dalla mia penna.

Ora invece questa possibilità è ancora aperta: come insegna Berlusconi mai chiudere definitivamente la partita.

Giuliacci aiutaci tu

Nuove frontiere della meteorologia

E come ogni anno arriva la sindrome dei fenomeni meteo, con gli annessi nomi che fanno da corollario a questo delirio. Scipione, Giuda, Caronte, el Ninõ, la Ninã, la Pinta e la Santa Maria. Ignoro se questo fenomeno sia tipicamente italiano, se siamo gli unici che ci dobbiamo sciroppare questo conio a cui ha dato inizio ilmeteo.it, o se gli altri stati europei hanno la grazia di avere previsioni meteo più scientifiche.  Fatto sta che siamo in Italia, e la scientificità e la sobrietà nell’affrontare le situazioni sembrano essere sempre meno nel nostro DNA. Bisogna  urlare per fare sentire la propria voce in questo Paese, in cui se giaci in un letto pieno di formiche in un ospedale, puoi pensare che qualcuno intervenga solo se finisci sulle pagine di qualche quotidiano. O se per creare un po’ di audience devi scomodare dalla tomba Muzio Scevola e appiopparci il nome dell’uragano di turno.

Forse hanno iniziato gli americani con questa cosa, non so la questione merita un approfondimento perchè mi sta logorando. Ogni estate infatti è sempre peggio e sempre più all’insegna dell’allarmismo, come se urlare questa cosa e ammorbarci la vita con l’afa potesse aiutarci a viverla meglio o a cambiare le cose. Siamo già condannati a vite in cui lavoriamo per la maggior parte del tempo a tutte le temperature caro ilmeteo.it, non ci aiuterai a lenire il nostro spleen esistenziale prevedendo caldo orribilis e tremendus fino a settembre. Ci farai solo venire voglia di tirare testate contro il muro e piangere in lingue a noi sconosciute.

metorine-giuliacci

Devo dire che il caldo non è mai stato un problema per me, fino a quando non mi sono trasferita a Milano e ho iniziato a vivere l’estate con crescente apprensione. Perché effettivamente la sensazione di calore costante e l’afa opprimente e la calura che non ti lascia neanche di notte, sono infernali. Ogni anno penso che non sopravvivrò e morirò e ogni anno invece sopravvivo. Questa è una grande lezione di vita, perché sono giunta a conclusione che le cose che pensiamo ci uccideranno non lo faranno. Lavori che odiamo, persone che non sopportiamo, i dolori, la cafoneria della gente, il caldo estivo e Berlusconi che abbraccia gli agnelli a Pasqua. State tranquilli cari amici, queste cose non ci uccideranno, ci logoreranno forse, ma ci lasceranno in vita, solo con i cabasisi un po’ più gonfi e bassi.  Per chi ce li ha. Possiamo solo sperare che prima o poi torni il gusto per le cose di un tempo, il meteo alla vecchia maniera con Giuliacci in televisione, la bacchetta e la cartina dell’Italia.

Nel frattempo auguro a tutti di avere l’aria condizionata in casa e non vivere a Milano. Se si verifica almeno una delle due condizioni, cari amici, siete salvi, al contrario, sappiate che avete tutta la mia solidarietà. Bevete molto sempre e comunque! Meglio non alcolici, ma se volete farvi un cicchetto per la disperazione sappiate che non vi biasimo.