Lo spleen spiegato ai bambini

Come erudire le nuove generazioni

Nonostante mi sarebbe piaciuto in questa vita essere un’icona di saggezza e conoscenza, una sorta di versione meno piumosa e più slanciata della famosa nottola di Minerva,  a cui il mondo potesse rivolgersi  per invocare la luce della conoscenza nel buio della ragione, la verità è che no, non lo sono. Conosco per approssimazione e per studi pochissimo della vastità dello scibile umano e  quel poco che so a volte lo confondo creando dei pastiche improbabili di concetti e citazioni. Dentro di me però c’è un Baricco che scalcia, e per accontentarlo compenso offrendo le mie perle letterarie alle categorie più deboli che prendono come oro colato qualsiasi cosa dica, tipo bambini, cani, colleghi tamarri, e così via.

La scorsa settimana infatti ho insegnato a mio nipote, di anni cinque, la parola spleen. Lo vedevo pensieroso, triste e annoiato allo stesso tempo e quando alla mia domanda su cosa avesse, la risposta è stata “Non lo so zia, ma mi sento molto triste”, gli ho detto che forse aveva lo spleen. Completamente ignara della risonanza che questo avrebbe avuto su di lui, e massimamente ignorante sul funzionamento dei bambini e sul gaudio che provano ripetendo le stesse parole migliaia di volte, non solo gli ho detto che aveva lo spleen, ma che sarebbe stato molto bello se lui avesse usato questa parola ogni qualvolta si fosse sentito così.

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Mai ci fu azione più ingenua e azzardata: da quel momento a oggi mio nipote non fa altro che dire a tutti che ha lo spleen, se non vuole mangiare ha lo spleen, se non vuole lavarsi i denti, ha lo spleen, se non vuole andare all’asilo, ha lo spleen. Non contento, spinto dalla verità della conoscenza, ha pensato di condividere questa scoperta con i suoi compagni d’asilo e ora un gruppo di dieci bambini dai tre ai cinque anni, si rifiuta di fare qualsiasi attività imposta dal mondo adulto invocando lo spleen. Spleen che diventa Plin, Plic, Splic, Splin, a seconda della capacità oratoria dell’infante.

Non so se Baudelaire sarebbe stato contento d’essere il poeta e filosofo più amato della classe “Canguri” del nido Gioiosa, ma mi sembra comunque di aver compiuto una buona azione aprendo le menti duttili di questi bambini a un concetto così importante, anche se a un certo punto ho nutrito dei dubbi sulla natura del vero umore di mio nipote: spleen o tedium vitae?

Sicuramente il tedium vitae l’ho fatto venire ai genitori che ora dovranno gestire questa situazione e che forse mi odieranno e mi faranno delle macumbe che si andranno a sommare alla mia situazione di disagio estivo meneghino. Non so voi, ma non mi vedo bene.

Per chi non lo sapesse, il signore in foto è Charles Baudelaire. In realtà non lo sapevo nemmeno io, poi dieci minuti fa ho deciso di cercare che faccia avesse e l’ho trovato. In realtà sembra anche uno simpatico e gioviale dall’espressione, magari lo spleen era tutta un’invenzione modaiola, chissà.