Lo spleen spiegato ai bambini

Come erudire le nuove generazioni

Nonostante mi sarebbe piaciuto in questa vita essere un’icona di saggezza e conoscenza, una sorta di versione meno piumosa e più slanciata della famosa nottola di Minerva,  a cui il mondo potesse rivolgersi  per invocare la luce della conoscenza nel buio della ragione, la verità è che no, non lo sono. Conosco per approssimazione e per studi pochissimo della vastità dello scibile umano e  quel poco che so a volte lo confondo creando dei pastiche improbabili di concetti e citazioni. Dentro di me però c’è un Baricco che scalcia, e per accontentarlo compenso offrendo le mie perle letterarie alle categorie più deboli che prendono come oro colato qualsiasi cosa dica, tipo bambini, cani, colleghi tamarri, e così via.

La scorsa settimana infatti ho insegnato a mio nipote, di anni cinque, la parola spleen. Lo vedevo pensieroso, triste e annoiato allo stesso tempo e quando alla mia domanda su cosa avesse, la risposta è stata “Non lo so zia, ma mi sento molto triste”, gli ho detto che forse aveva lo spleen. Completamente ignara della risonanza che questo avrebbe avuto su di lui, e massimamente ignorante sul funzionamento dei bambini e sul gaudio che provano ripetendo le stesse parole migliaia di volte, non solo gli ho detto che aveva lo spleen, ma che sarebbe stato molto bello se lui avesse usato questa parola ogni qualvolta si fosse sentito così.

Schermata 2017-07-04 alle 23.14.07

Mai ci fu azione più ingenua e azzardata: da quel momento a oggi mio nipote non fa altro che dire a tutti che ha lo spleen, se non vuole mangiare ha lo spleen, se non vuole lavarsi i denti, ha lo spleen, se non vuole andare all’asilo, ha lo spleen. Non contento, spinto dalla verità della conoscenza, ha pensato di condividere questa scoperta con i suoi compagni d’asilo e ora un gruppo di dieci bambini dai tre ai cinque anni, si rifiuta di fare qualsiasi attività imposta dal mondo adulto invocando lo spleen. Spleen che diventa Plin, Plic, Splic, Splin, a seconda della capacità oratoria dell’infante.

Non so se Baudelaire sarebbe stato contento d’essere il poeta e filosofo più amato della classe “Canguri” del nido Gioiosa, ma mi sembra comunque di aver compiuto una buona azione aprendo le menti duttili di questi bambini a un concetto così importante, anche se a un certo punto ho nutrito dei dubbi sulla natura del vero umore di mio nipote: spleen o tedium vitae?

Sicuramente il tedium vitae l’ho fatto venire ai genitori che ora dovranno gestire questa situazione e che forse mi odieranno e mi faranno delle macumbe che si andranno a sommare alla mia situazione di disagio estivo meneghino. Non so voi, ma non mi vedo bene.

Per chi non lo sapesse, il signore in foto è Charles Baudelaire. In realtà non lo sapevo nemmeno io, poi dieci minuti fa ho deciso di cercare che faccia avesse e l’ho trovato. In realtà sembra anche uno simpatico e gioviale dall’espressione, magari lo spleen era tutta un’invenzione modaiola, chissà.

1°Maggio

L’arte della hygge

Oggi era il primo maggio, ma io non me la sono sentita di festeggiare i lavoratori. Festeggiare i lavoratori quando il 70% dei giovani fra i 18 e i 24 un lavoro non ce l’ha e festeggiare tutti coloro che magari il lavoro lo odiano e non lo possono cambiare perché senno ci mettono un lustro a trovarne uno nuovo (io!io!io), mi è sembrato stridente come la cartavetrata al posto della carta igienica. Ho perso la fiducia nei confronti della politica italiana, e ricomincerò a fidarmi di lei, quando vedrò che qualcosa di tangibile verrà fatto per noi giovani, una generazione dal futuro distrutto sul cui presente si specula. Ho passato quindi una giornata sottotono a mangiare in maniera compulsiva, guardando serie tv su Netflix lobotomizzandomi in attesa che qualcosa di imprevisto succedesse, tipo che mi chiamasse qualche zio miliardario mai conosciuto per comunicarmi di essere l’unica erede dei suoi beni, o che improvvisamente il Regista venisse contattato da Steven Spielberg come assistente dando il via alla nostra nuova vita oltreoceano. Niente di questo è ovviamente successo, e complice anche una pioggia battente e un calo delle temperature che ve lo risparmio, ci siamo imbruttiti in casa, incapaci di lenire i nostri reciproci malumori. Solo il cane, che ivi allego in tutta la sua splendente bellezza, ha provato a distrarci disseminando fluidi canini per casa, con l’effetto di farci imprecare in lingue a noi sconosciute, stimolando il nostro apprendimento per le nuove culture.

unnamed

Mentre solerte pulivo armata di spazzettone e igienizzanti, pensavo a come vivono i danesi, fondatori della famosa filosofia hygge. Loro in una giornata di pioggia e festa, si sarebbero svegliati con il sorriso, avrebbero salutato il nuovo giorno con tazze di cioccolata calda nelle loro belle case di legno bianco wengé. I bambini, dei piccoli Thor biondi in camiciola tutto l’anno, si sarebbero buttati fra le braccia di mamma e papà a mangiare pan di zenzero spostandosi poi a giocare in silenzio fra di loro. Insieme alla famiglia il cane, uno stupendo golden retriver, sano e giovane, accucciato ai piedi del divano, su cui appoggiate con fare noncurante ci sarebbero state delle coperte all’uncinetto color crema. La giornata, passata ad impastare pane con i bambini, sarebbe proseguita nel pomeriggio: un bel bagno caldo per lei, e una lettura rilassante per lui, con candele profumate accese e dispensatori di oli essenziali. Forse tra un pisolino e l’altro dei bambini sarebbero anche riusciti a fare l’amore, concludendo poi la serata con una vellutata di piselli e semi di zucca, i bambini a letto, e loro due abbracciati a farsi le coccole prima di affrontare una nuova e stupenda giornata di lavoro.

La mia giornata invece è riassumibile in questi brevi ma incisivi passaggi.

  1. Risveglio traumatico alle sette per sveglia che giustamente pensa sia un lavorativo e squilla, la maledetta.
  2. Colazione con qualche fetta biscottata stantia.
  3. Divano, serie tv, lobi occipitali lobotomizzati, refresh isterico del Corriere.it
  4. Pranzo con pasta democratica, aglio olio e peperoncino. Fiatella orribile.
  5. Serie tv Netflix – tentativo di coccole mal riuscito con il Regista a causa di sindrome premestruale e nervosismo.
  6. Lavatrice-lavastoviglie, cena ordinata su Deliveroo con alto tasso di oli idrogenati.
  7. Dopo le 19:00, inizio della depressione comatosa causa rientro in ufficio.
  8. Ore 21:30 a letto con un libro e un’ammiccante bicchierino con 10 gocce di Lexotan da concedersi solo nelle occasioni speciali.

Oggi inoltre c’è stato anche un blackout elettrico del quartiere, e visto che la corrente non rientrava,  ho iniziato ad angosciarmi terribilmente per la potenziale gente bloccata in ascensore. Quindi la vengano a spiegare a me la filosofia hygge i danesi.

C’è di buono che ho iniziato a leggere “Le otto montagne” di Cognetti e lo amo già. Archiviamo questo primo maggio e speriamo per tutti, che il prossimo sia nettamente migliore!

Venerdì 17

Eziologia della sfortuna

Nonostante mi sia sempre reputata una persona ragionevole, saldamente ancorata ai principi dell’illuminismo e militante per la “lotta al sonno della ragione”, la vecchiaia galoppante mi sta facendo rivedere alcune delle certezze che in gioventù non avrei mai contestato.

Quando avevo vent’anni mi facevo beffe della superstizione, rompevo specchi quasi a voler sfidare la sorte, passavo sotto le scale e il sale caduto in tavola  per me non era altro che del banale cloruro di sodio.

Ebbene, superati i trenta, le mie razionali certezze hanno cominciato a vacillare, in parte a causa di una serie sfortunati eventi accaduti in circostanze precise. Tipo il da poco passato venerdì 17 marzo 2017, che si è configurato come una delle giornate peggiori dell’ultimo periodo. Non so se questo sia da attribuire al fatto che fosse venerdì 17, o al fatto che ci fosse il 17 anche nell’anno, ma tant’è che il dramma si è consumato.

Avevo avuto delle piccole avvisaglie in mattinata che con arroganza ho impunemente ignorato, e che hanno avuto un roboante climax nel primo pomeriggio, quando in ufficio si è scatenato l’orrore: una mail fintamente gentile mi comunicava che avrei dovuto rifare il lavoro di tutta una settimana entro sera. Ai primi minuti di incredulità e terrore sono susseguiti dei rush di adrenalina e disperazione che mi hanno regalato un’espressione (nonché un sottotono), molto simile a quella di Lou Ferrigno nell’Incredibile Hulk.

louferrigno1

Sopravvissuta (non so come) ad un conseguirsi di extrasistoli – telefonate concitate – proteste – disperazione – telefonate concitate – extrasistoli – isteria – morte – risoluzione del problema, ho pensato che potevo stare tranquilla, il mio tributo al nefasto venerdì era stato pagato e mi sono sentita quasi fiduciosa che la cosa potesse concludersi così.

Giammai c’era stato nella storia dell’umanità, un giudizio più affrettato. Una volta giunta a casa ho dovuto affrontare un’apocalisse di deiezioni canine sparse con metodo sul pavimento (cane anziano e incontinente, ma molto simpatico), e non ultimo una plafoniera in vetro si è staccata dal soffitto schiantatosi a terra un minuto dopo la mia uscita dalla doccia. Ho rischiato il classico incidente domestico potenzialmente fatale. Quelli che negli anni novanta, quando io ero piccina, ci avevano costruito un programma  televisivo in onda su Raitre il sabato sera, l’orribile e allo stesso tempo affascinante:”Ultimo Minuto”, un susseguirsi di macabri incidenti accaduti a persone che non sempre sopravvivevano, e che credo abbiano turbato il mio subconscio più di Twin Peaks.

La fatalità e concentrazione di questi sfortunati eventi mi hanno costretta ad una riflessione più ponderata sulla superstizione e ho deciso di recuperare questo bellissimo libro pop-up, che mi regalò ai tempi un ex collega per scoprire tutti i gesti indispensabili scaccia-sfortuna, di cui a questo punto sento di avere un grande bisogno.

The guide for the Unlucky

6a00e54ecc6697883301310fea101d970c-500wi

Una preparazione di questo tipo si rende indispensabile, per affrontare serenamente questa nuova fase della mia vita in cui se non mi asciugo i capelli la sera vengo colta da orribili attacchi di cervicale.

 

Settimana della moda

L’insostenibile inadeguatezza dell’essere

E anche questa settimana della moda ce la siamo levata dalla scatole. Sono felice che si sia tornati al regolare intasamento metropolitano, e soprattutto gioisco nel non vedere più valchirie minorenni dalla bellezza sfolgorante camminarmi accanto.

Il mio personale contributo all’ esploit modaiolo di questi giorni, che in parte esplicita anche il mio interessamento alla questione, è stato girare per Milano vestita con cappotto,  cappello e sciarpa neri, leggins blu oceano e stivaletti color carne. Un’improbabile accozzaglia di colori che neanche La Rettore nei suoi momenti di gloria ha eguagliato. Il dettaglio di stile che impreziosiva il tutto era dato da delle striature immonde sui leggins, trasparenti ed equivoche, generate dal rovesciamento involontario di sciroppo per la tosse a base di bava di lumaca. Non avendo cambi a portata di mano ho dovuto girare così un sabato pomeriggio, creando ilarità e sorrisi di compatimento negli sguardi che incrociavo.

Comunque se devo dirla tutta, iniziare l’anno con Memorie dal Sottosuolo non è risultato essere una scelta propiziatoria, almeno dal punto di vista prettamente fisico/salutistico. Dopo essere infatti sopravvissuta alla prima ondata di influenza, sono caduta preda anche dalla seconda, inaugurando ufficialmente il 2017 come uno degli anni in cui le mie difese immunitarie si sono dimostrate un completo fallimento. Certo ho manifestato una sintomatologia differente dalla precedente, per cui se prima avevo bronchite-raffreddore-febbre questa volta ho potuto sperimentare l’accoppiata faringite- tracheite- tosse che si è dimostrata certo più persistente e fastidiosa della precedente. Anche in questo caso, quando in preda alla disperazione e assolutamente convinta di aver contratto la meningite ho pensato che sarei morta, sono invece sopravvissuta, grazie anche alle parole di conforto del mio medico di base, che ha ben pensato di liquidare la mia pratica al telefono, comunicandomi che se avessi avuto la meningite non avrei avuto il tempo di discorrere così amabilmente con lui.

Nel frattempo niente di nuovo è accaduto alla mia vita, se non che sono giunta a pagina seicento di David Copperfield, e ammetto di esserne sempre più entusiasta. Charles Dickens è un genio. Parlo al presente perchè se ti permetti di scrivere libri del suo calibro, alla fine non muori mai.  Sono al punto in cui David è un giovanotto e si è anche un po’ ripreso, per fortuna, dalle sfighe della sua infanzia, ma credo si appresti a nuovi dolori e delusioni. Vi terrò aggiornati. Comunque sono così entusiasta che sono finita su Etsy cercando una copia  datata del libro da collezionare, ovviamente di non pregevole fattura, che mi consentisse di dedicargli un posto privilegiato nella mia libreria, e  sono incappata in questo negozio, the Locket Library,  che mi ha fatto letteralmente impazzire.

schermata-2017-03-02-alle-21-46-21

Praticamente questa ragazza fa piccoli gioielli con le copertine dei libri, collane, bracciali, orecchini. Io non ho potuto esimermi dal comprare un ciondolo con la copertina di David, ovviamente. Sarò orgogliosa di indossarlo con i miei maglioni dai colori improbabili, slumacati dai vari rimedi popolari anti ipocondria di cui mi avvalgo.

ps: vi consiglio di non sottovalutate la bava di lumaca come sciroppo, è la svolta!

 

 

 

Emergenza

O il disagio della vita quotidiana

Molto spesso mi capita di pensare e riflettere sul momento storico che il mondo sta attraversando e che noi uomini sul pianeta terrestre stiamo vivendo. Mi piace tenermi aggiornata e nonostante non sia una fanatica della notizia, mi tengo sempre informata su quello che succede, sfidando tutte le leggi del buonsenso e del raziocinio, visto che per una cosa che va bene ce ne sono cento che vanno, come direbbe Montalbano, a schifio.

L’altro giorno in ufficio, leggevo sul Corriere che stanno aumentando nella popolazione le casistiche di depressi e ansiosi e pare che il numero di gente che assume psicofarmaci sia in costante crescita. Commentava la notizia qualche superguru della psichiatria sperticandosi in dissertazioni dense di virtuosismi freudiani. Ora non mi serve essere Andreoli, per farmi un’idea (personale) di questo fantomatico perché.

Viviamo in un mondo proiettato verso tempi bui, forse anche nel Basso Medioevo era così, e noi al posto dei nostri avi medioevali ce la stiamo spassando alla grande, ma ci sono comunque mille motivi di ansie e preoccupazioni generati dal contesto  globale  su cui non abbiamo controllo: cambiamenti climatici, guerre, terrorismo, malattie, sofferenze, epidemie. Per una persona dotata di un minimo di sensibilità è impossibile non essere invaso da una vaga sensazione d’ansia, amplificato poi dalla diffusione di notizie in tempi record.

Secondo, io sono convinta del fatto, che viviamo delle vite che non sono più a misura d’uomo. In fondo l’evoluzione della specie è lenta, noi abbiamo ancora i denti del giudizio che a tutti gli effetti non ci servono a un tubo, se non a rendere felici i dentisti e farci passare dei brutti momenti. Ai primitivi invece, servivano e pare che solo fra non so quante migliaia di anni gli uomini non li avranno più, perché l’evoluzione se ne sarà liberata. Se ci mettiamo a fare due conti, capiamo che non siamo proprio studiati per i cambiamenti repentini, e invece nell’ultimo secolo la vita dell’uomo si è stravolta. Da una società agricola, siamo balzati a una società industriale, ci hanno preso e forzato i tempi, chiusi negli uffici per dieci ore con le chiappe inchiodate alla sedia a la mente inebetita al computer o in qualche fabbrica alla catena di montaggio. C’è a chi piace certo (a me personalmente non tanto). Ritengo che questo incida profondamente sulla qualità della vita dell’uomo.

Un altro aspetto è senz’altro il pessimo lavoro che stanno facendo i media di questi tempi. L’allarmismo è sempre dietro l’angolo. Nel giro di poco si passa, dall’emergenza caldo, all’emergenza freddo (come se caldo e neve non fossero sempre esistiti nella vita dell’uomo), poi abbiamo l’emergenza terrorismo, quest’anno c’è anche l’emergenza meningite (che si accumula alla nefasta emergenza dell’influenza stagionale), l’emergenza terremoto, l’emergenza clima, l’emergenza disoccupazione. In tutte queste emergenze anche il più sano di mente perde la brocca. Anche perché a corollario di tutto questo c’è la cronaca nera, delitti, omicidi, assassinii, e non in ultimis lo spauracchio malattia, quindi c’è il mese della prevenzione al seno, il mese della prevenzione alla prostata, quella del colon, il mese del sorriso, il mese del ginecologo il mese dell’otorino. Che se uno seguisse il calendario per davvero dovrebbe essere dal medico tutte le settimane.

Badate bene, non sono dell’idea che si debba stare nel mondo, come degli sciocchi sprovveduti a fingere che tutto vada bene e sia tutto bello, niente affatto. Sono però per la consapevolezza mediata, ovvero una consapevolezza strutturale che aiuti l’individuo a muoversi nel mondo responsabilmente, senza essere vinto dalla paura di vivere. Purtroppo con un bombardamento quotidiano di questo tipo è molto difficile.

In poco tempo si ottiene una massa di individui terrorizzati dal mondo, depressi, che si bevono il Lexotan a colazione e si comprano il dizionario dei sintomi (maledetto chi lo inventò!) da poter sfogliare ogni qualvolta l’ipocondria bussa. Io stessa sono così, ci combatto tutti i giorni, o almeno ci provo.

Comunque questo post è venuto lunghissimo e barboso come un discorso di Monti, quindi adesso chiudo. Visto che però è morto il mio amico Zygmunt Bauman, a medicina di quanto sopra scritto, vi suggerisco la lettura di questo libro.

41xrwygbyl-_sx317_bo1204203200_

Io ora vado ad affrontare l’emergenza neve!