Maschi

Appunti a favore della categoria

Mi concederò, in linea con lo spirito generalista del mio blog, un piccolo excursus puntuale su ciò che penso in merito all’annosa questione della differenza di genere: quest’infinita partita di calcio senza arbitro fra uomini e donne, dove non ho ancora chiaro cosa si disputi, ma che genera paradossalmente scontri  dai connotati tragici.

Lake, Veronica (I Married a Witch)_01

Questa fugace riflessione che ora vi illustro è stata ispirata da una scena a cui ho assistito in ufficio  e che mi ha lasciato perplessa e basita al contempo. In sintesi, collega A si lamentava con collega B di un uomo. In pochi minuti, quello che già era un discorso urticante e privo di senso in merito alla superficialità e idiozia maschile è diventato un j’accuse pieno di volgarità e livore, ricco di  epiteti che neanche un veneto nei suoi momenti migliori avrebbe potuto equiparare. (Un racconto geniale sul ruolo della bestemmia  per i veneti lo trovate nel libro di Tiziano Scarpa, Occhi sulla Graticola). Demente, coglione, rincretinito, viscido, impotente, sono solo alcuni dei gioiosi  termini che ho potuto ascoltare. Io le osservavo, dall’esterno e vedevo queste due donne, ormai adulte e sulla quarantina, avvelenate, rabbiose, incupite e volgari che ponendosi ad un livello senz’altro migliore dell’uomo in questione si sentivano legittimate ad esprimersi in tal modo.

Io sono stata pusillanime, lo ammetto e non sono intervenuta. A mia discolpa posso dire che ho temuto per la mia vita. Forse avrei potuto essere aggredita, o mutilata, o tutte le due cose. Temendo comunque un’aggressione verbale, sono stata zitta e ho incassato il colpo. Ho incassato il colpo e ho pensato che io gli uomini li stimo e che anzi, escludendo ovviamente gli assassini, i manipolatori, gli stalker, gli stupratori e gli esibizionisti, ho vissuto dei momenti indimenticabili in loro compagnia e da loro sono stata, e sono, molto amata.

Lasciamo stare il papà, che se una ha la fortuna di averne uno buono, la vita parte già in discesa, ma a seguire per la maggior parte ho incontrato degli uomini che mi hanno fatto star bene. Ho incontrato anche quelli che mi hanno spezzato il cuore, fatto piangere, tradito e usato (Matteo Foresti, il primo ragazzino di cui mi innamorai follemente, di anni 10, mi rifiutò dicendo che non poteva amare una che non leggeva i libri game), ma a conti fatti la bilancia pende più verso il positivo piuttosto che il negativo.

Non entrerò nel panegirico su come la donna è stata trattata nei secoli, su come attualmente è trattata in alcuni Paesi e sui casi di femminicidio che sono all’ordine del giorno. C’est  une verité de la Palice, come direbbero i francesi, e ogni singolo caso in cui una donna viene umiliata, picchiata, manipolata e uccisa, va condannato con la massima pena. Per fortuna la maggior parte degli uomini non è così, e visto che già ci fanno una capa tanta su quello che va male nel mondo, parliamo per una volta di quello che invece funziona.

Ecco quindi una breve lista  (non esaustiva) di qualità o attributi maschili che io apprezzo:

  1. L’humor. Sto per dire una cosa molto impopolare, per cui verrò insultata dal gentil sesso, ma gli uomini tendenzialmente hanno più senso dell’umorismo delle donne.
  2. Il pragmatismo. Detta anche la capacità di azione in situazioni in cui la donna tende a perdersi nei suoi iperurani mentali e iperventilare.
  3. La protezione. Perché a volte quando stai fra le braccia dell’uomo giusto senti che niente di male ti potrà mai succedere.
  4. La virilità. Non aggiungerei altro perché siamo in fascia protetta.
  5. La dolcezza. La dolcezza maschile esiste, ed è estremamente pura. Certo le mie colleghe acide forse non l’hanno conosciuta e me ne dispiaccio per loro.
  6. Il testosterone. È un ormone meno menoso degli estrogeni. Vedi già il nome: testosterone è singolare, gli estrogeni sono necessariamente plurali.

Potrei continuare , ma questo post è già maledettamente lungo e io stessa non so se ne leggerei uno così lungo, quindi tenderei a chiudere qui non prima di dirvi che in realtà sto riflettendo su questo argomento, perché leggendo I 49 racconti di Hemingway mi sono imbattuta in 49 ritratti di uomini (le donne non sono quasi mai presenti o hanno un ruolo secondario) e proprio loro rappresentano forse una delle parti più interessanti e per cui vale la pena leggerlo.

Si ora ho finito per davvero, spero che le mie colleghe acide e pazze non finiscano mai da queste parti, ma nel caso succedesse e mi facessero sparire, sono contenta di aver pubblicato questi diciotto articoli  sul mio blog, rendendo la rete non un posto non migliore, ma sicuramente più affollato di parole.

 

Giuliacci aiutaci tu

Nuove frontiere della meteorologia

E come ogni anno arriva la sindrome dei fenomeni meteo, con gli annessi nomi che fanno da corollario a questo delirio. Scipione, Giuda, Caronte, el Ninõ, la Ninã, la Pinta e la Santa Maria. Ignoro se questo fenomeno sia tipicamente italiano, se siamo gli unici che ci dobbiamo sciroppare questo conio a cui ha dato inizio ilmeteo.it, o se gli altri stati europei hanno la grazia di avere previsioni meteo più scientifiche.  Fatto sta che siamo in Italia, e la scientificità e la sobrietà nell’affrontare le situazioni sembrano essere sempre meno nel nostro DNA. Bisogna  urlare per fare sentire la propria voce in questo Paese, in cui se giaci in un letto pieno di formiche in un ospedale, puoi pensare che qualcuno intervenga solo se finisci sulle pagine di qualche quotidiano. O se per creare un po’ di audience devi scomodare dalla tomba Muzio Scevola e appiopparci il nome dell’uragano di turno.

Forse hanno iniziato gli americani con questa cosa, non so la questione merita un approfondimento perchè mi sta logorando. Ogni estate infatti è sempre peggio e sempre più all’insegna dell’allarmismo, come se urlare questa cosa e ammorbarci la vita con l’afa potesse aiutarci a viverla meglio o a cambiare le cose. Siamo già condannati a vite in cui lavoriamo per la maggior parte del tempo a tutte le temperature caro ilmeteo.it, non ci aiuterai a lenire il nostro spleen esistenziale prevedendo caldo orribilis e tremendus fino a settembre. Ci farai solo venire voglia di tirare testate contro il muro e piangere in lingue a noi sconosciute.

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Devo dire che il caldo non è mai stato un problema per me, fino a quando non mi sono trasferita a Milano e ho iniziato a vivere l’estate con crescente apprensione. Perché effettivamente la sensazione di calore costante e l’afa opprimente e la calura che non ti lascia neanche di notte, sono infernali. Ogni anno penso che non sopravvivrò e morirò e ogni anno invece sopravvivo. Questa è una grande lezione di vita, perché sono giunta a conclusione che le cose che pensiamo ci uccideranno non lo faranno. Lavori che odiamo, persone che non sopportiamo, i dolori, la cafoneria della gente, il caldo estivo e Berlusconi che abbraccia gli agnelli a Pasqua. State tranquilli cari amici, queste cose non ci uccideranno, ci logoreranno forse, ma ci lasceranno in vita, solo con i cabasisi un po’ più gonfi e bassi.  Per chi ce li ha. Possiamo solo sperare che prima o poi torni il gusto per le cose di un tempo, il meteo alla vecchia maniera con Giuliacci in televisione, la bacchetta e la cartina dell’Italia.

Nel frattempo auguro a tutti di avere l’aria condizionata in casa e non vivere a Milano. Se si verifica almeno una delle due condizioni, cari amici, siete salvi, al contrario, sappiate che avete tutta la mia solidarietà. Bevete molto sempre e comunque! Meglio non alcolici, ma se volete farvi un cicchetto per la disperazione sappiate che non vi biasimo.

 

Il riso degli agnelli

Speculazioni sul Daimon

E anche questa Pasqua è andata. Sono estremamente lieta di archiviare coniglietti,  uova di cioccolato, e pure l’immagine del Berlusca abbracciato all’agnellino che ha capeggiato sulla pagina del Corriere.it per giorni e che mi ha inquietata oltremodo. Sarà che a lato c’era il trailer del nuovo remake di IT,  sarà che tutta quella levigatezza cutanea da filtro Photoshop su un 80enne fa un po’ necrologio, o forse l’impressione che l’agnellino si sentisse pure a suo agio, ma vi garantisco è stato l’incubo di Pasqua peggiore.  Gli altri non ve li sto neanche ad elencare, ma  sono felice di essere riuscita ad evitare con un incastro di finti impegni machiavellici il pranzo in Famiglia, che avrebbe previsto portate di cibo infinite alternate ai classici litigi epocali da nucleo famigliare disfunzionale, quale è il mio.

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Immagino che sia retaggio comune di molte famiglie, ma la mia è in grado di dare il peggio di sé stessa a Natale e Pasqua, o durante tutte le ricorrenze in cui è necessario metterci del buonsenso che nessuno pare in realtà aver voglia di dimostrare. Quindi se posso, se il mio diniego non si trasforma in dramma, spesso non mi paleso, pagando il dazio del diventare automaticamente la figlia degenere.

Come diceva Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e credo con un’assoluta certezza che si sia fatto questa opinione osservando i pranzi di famiglia, che sono uno spaccato socio-analitico ben più affidabile del paniere Istat.

Comunque il suddetto post voleva si essere dedicato al mio amico vegano Berlusca, ma anche in realtà al nuovo libro che sto leggendo, già  praticamente finito che è: “Il codice dell’anima” di James Hillman. Non è un romanzo, è un saggio-testo d’ impronta analitico-filosofica, scritto da uno degli analisti junghiani più famosi e anche controversi, quale era il buon Hillman. L’oggetto del testo si rifà al mito di Er di Platone, il quale afferma a grandi linee che quando veniamo al mondo, non siamo soli,  la nostra anima sceglie un “compagno” che i greci chiamavano daimon. Il daimon, che non è Doraemon, per quanto l’assonanza del nome getti luce interessanti sul cartone animato, è una sorta di spirito guida, un’immagine essenziale di noi stessi e della nostra più profonda vocazione. A supporto di questa tesi ci sono esempi di uomini straordinari, provenienti dal mondo della scienza, dello spettacolo, della politica, la cui vocazione sembrava davvero infusa da aspetti divini, tanto si manifestava con forza.

È un libro molto interessante, e al di là di alcuni aspetti, su cui si può dissentire o meno, c’è alla base di tutto una riflessione molto profonda sul nostro senso di uomini sulla terra, sulla direzione che le nostre vite prendono, che molto spesso è davvero lontana dalla nostra essenza più profonda e dalla nostra sensibilità. Secondo Hillman ci stiamo inoltrando in una società sempre più psicotica, in tutte le sue espressioni, perché si è perso questo contatto con il sé che invece è sempre stato un punto fondamentale nella vita dell’uomo prima che il consumismo arrivasse e ci convincesse a comprare come degli automi per sublimare i nostri conflitti.

Qui vi ho dato un’estrema sintesi dell’opera, ma per i più interessati a questo tema, ne consiglio la lettura, si legge molto bene, è scorrevole, Hillman usa un lessico molto semplice e se avrete una matita farete molte sottolineature. Ci sono moltissimi spunti di riflessione e una bibliografia molto estesa, per cui ci sono diversi riferimenti a molte opere che potrete approfondire. Qualora questo tema non vi dovesse interessare, ci sono sempre le avventure di Doraemon, una nobile alternativa nipponica ai turbamenti dell’anima!

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Iconografia del feticcio

Come ti instagrammo il libro

In questi giorni ho ordito una riflessione puntuale sulla questione lettura –libri- lettori. L’ho fatto stimolata da un’amica che iscritta a diversi canali social sul tema mi riportava che al pari del cibo, anche per la lettura è sempre più di moda una sorta di esposizione mediatica del libro che spesso riduce l’oggetto al pari di un feticcio. Ci sono canali di persone che postano le loro letture, libri, librerie, e via dicendo in un escalation di contenuti molto liquidi e veloci, che secondo me si mal prestano all’argomento che trattano.

Probabilmente si mal prestano anche se pensiamo al cibo, che da strumento per il nostro sostentamento e benessere è diventato una sorta di scelta blasé per rivendicare uno status, e forse per le vite delle persone stesse che da diversi anni sono diventate oggetto di piattaforme di comunicazione mal utilizzate.

instagram-libri

Io ho non ho una vita social, tranne che per un canale twitter semi abbandonato. Ho deciso, rispettando anche una mia forma di timidezza di fondo, che la mia vita era già abbastanza complicata da gestire sull’off-line e questa trasposizione non avrebbe giovato al mio benessere. Quindi parlo forse senza cognizione di causa, però sento di non poter ritenere affidabile una persona che legge Guerra e Pace in due giorni, o posta sul suo canale sette libri a settimana recensendoli come fossero il bollettino meteo.

Credo non sia possibile. Sono dell’idea che la lettura vada oltre l’esercizio del leggere in sé, ma sia un processo di assimilazione profondo, astrazione fantastica,  riflessione anche e che ci sia un tempo necessario perché la storia decanti e entri dentro di noi. Il tempo poi è variabile ovviamente, a volte la brama della lettura ci rapisce tanto che finiamo per consumare i libri più che leggerli, e anche a me succede, ma non sono certa possa andare sempre così.

Se va sempre così credo diventi un mero esercizio di stile, un volteggio narcisistico, una masturbazione volta ad ottenere pacche sulle spalle e riconoscimenti pubblici. Con questo non voglio negare la parte narcisistica che coinvolge tutti (me compresa). L’accumulo di libri, il creare la propria libreria, il condividerla, essere letti e apprezzati è una cosa gratificante e bella, ma questo non sostituisce la vera esperienza del leggere che ognuno di noi vive nella bellezza della solitudine.

Comunque ovviamente ho fatto tutto questo panegirico pesantissimo, per giustificare il fatto che ho appena finito David Copperfield. Questo mi rende una lettrice non all’altezza dei tempi, ci ho messo quasi due mesi a terminarlo, mesi nei quali però ho accumulato una serie di attività meno piacevoli e più orientate al disagio, come lavorare in modo matto e disperato, deprimermi, farmi venire attacchi d’ansia, comprare un’aspirapolvere nuova, curare il cane. A breve vi illuminerò sul perché tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero leggere il buon David Copperfield.