Ornellona nazionale

Più Vanoniterapia per tutti

Questo post ha subito notevoli trasformazioni prima di essere scritto. All’inizio volevo spendere qualche commento sul vincitore del premio Nobel per la Letteratura Kazuo Ishiguro, poi però ho realizzato di essere massimamente impreparata sull’argomento,  e quindi  per evitare di fare figure barbine ho pensato di  sostituirlo con una riflessione su un tema che nell’ultimo periodo mi è molto caro: ovvero la musica classica.

Mi ero fatta tutta una mappa mentale su come affrontare l’argomento senza sembrare una fighetta snob che non ascolta Justin Bieber ma nutre il suo udito con Mozart e compagnia bella, (anche perché la mia conoscenza della musica classica è lacunosa e priva di preparazione), ed ero giunta a un buon risultato: avevo deciso di parlare di come la musica classica, o meglio alcuni autori in particolare, mi stiano e abbiano aiutato molto nella mia lotta contro l’ansia. E mentre ero in metropolitana e la mia mente stava elaborando mentalmente tutto quello che poi avrei messo per iscritto, è arrivata lei e come un fulmine mi ha travolta, cancellando tutti i buoni propositi su Chopin, Čajkovskij, Bach e altri amici.

Di chi sto parlando? Ma dell’Ornellona Nazionale, l’unica e inimitabile Vanoni. É spuntata così, in una playlist “Viaggi in metro” di Spotify  a cui mi sono iscritta, con quella sua voce un po’ roca e cantilenante. Subito mi sono fatta rapire dalla malinconia del testo e della melodia del brano, “Domani è un altro giorno”.

L’inizio è tipo così :

È uno di quei giorni che
Ti prende la malinconia
Che fino a sera non ti lascia più…

Vi metto qui il video che un po’ di Ornellona fa bene a tutti e così  ve l’ascoltate e aumentate l’empatia nei miei confronti, come insegna lo zio Stanislavskij.

Comunque dopo aver sofferto con lei per tutta la durata del brano, e non potendo non invidiarle la scelta della sua chioma arancio che nel tempo non ha mai tradito, ho deciso di farmi una specie  di indigestione di Vanoni e ho scoperto che oltre ad avere una discografia piuttosto ampia, le sue canzoni trattano di amori, sfighe, politica, carcerati calabresi, bande criminali, incontri sessuali. Non si faceva mancare niente l’Ornellona (neanche con il botox si è trattenuta molto nell’ultimo decennio)!. Il tutto declinato con uno stile musicale unico e inconfondibile, tra il jazz e la canzone d’autore.

Giorno dopo giorno mi sono trovata sempre di più ad ascoltarla, sulla metro, mentre cucino, quando sento che mi sta salendo quel pizzico d’angoscia che ogni tanto mi coglie così, mentre svolgo le attività più inspiegabili e che compromette il mio quotidiano inserendo una sorta di spiacevole stridore di sottofondo.

Non so se è proprio la Vanoni in sé che mi evoca questa lievità d’animo o il ricordo che genera la sua musica e che rimanda alle mie estati al mare da bambina, con mia nonna che accendeva il giradischi e metteva lei e Gino Paoli mentre preparava la cena e mi districava i lunghi capelli ingarbugliati e secchi dopo una giornata di mare.

Quella musica così leggera e spensierata, si accordava così bene al mio stato d’animo di allora: forse è proprio il ricordo di quel periodo della mia infanzia la mia vera bolla anti-ansia.

Non so, potrei speculare e riflettere per ore su questo argomento, fatto sta che ad oggi, undici ottobre 2017, Ornellona è entrata nell’empireo degli autori musicali che mi aiutano a lenire il male di vivere quotidiano.

Immagine1

Credo che Bach, Mozart e Chopin, non potranno che essere felici di avere tra loro questa nuova e conturbante compagna di avventura: si sa che all’Ornella il maschio ci piaceva!

 

 

 

Il mondo alla fine del mondo

Riflessioni semi serie sulla civiltà

Vorrei introdurre in modo serio e obiettivo l’argomento di cui mi preme parlare. Ma non credo sarò in grado. Oggi mi sono involontariamente ubriacata e sono tutt’ora in ufficio a fare i conti con la molestia etilica, che mi fa ridere del tragico e piangere del comico.

Mi sono mezza ubriacata con un litro di té Kombucha. Cosa che solo io posso fare. Ne ho acquistato una bottiglia in un negozio biologico sotto l’ufficio perché la commessa mi ha garantito mi avrebbe aiutata con la digestione. Ho pensato, che, come dicevano i saggi latini, melius est abundare quam deficere, e dal bicchierino dopo pasto sono giunta a terminare la bottiglia. Nessuno mi aveva però informata che le bevande fermentate rilasciano alcool, l’ho scoperto quando ho iniziato a sentirmi inspiegabilmente felice e ho capito che non era l’effetto delle endorfine secrete dalle mie sfasate ghiandole endocrine, ma del buon vecchio etanolo.

Ho subito pensato che era una situazione troppo stuzzicante per evitare di approfittarne e quindi ho iniziato a scrivere, così senza obiettivi particolari, se non riportarvi un pensiero che da tempo mi perseguita.

L’altro giorno ho fatto un collage delle notizie riportate dalla prima pagina del Corriere Della Sera, il quotidiano online per cui nutro una forma di malcelata ossessione. Da un lato mi intrattiene, dall’altro lo biasimo per la perdita di qualità che ho potuto osservare negli ultimi anni. Continuo comunque ad abusarne perché è l’unico sito di informazione non bloccato dalla LAN aziendale.

Immagine1

Non so cosa ne pensiate voi, ma mi è sembrata la Giornata Internazionale dell’Apocalisse, La Gazzetta del Terrore, la versione distopica del Burning Man. E tutti i giorni è così, ormai da tempo.

Non ne sono sicura (in quanto essere dubitante, passo al vaglio tutte le mie percezioni quotidianamente) ma sono abbastanza certa che il ruolo dell’informazione e dell’opinione pubblica non sia quello di limitarsi a comunicare la notizia, ma a contestualizzare i fatti, indagare le cause, creare dibattiti, formare idee.

Non trovo niente di tutto questo nell’attuale sistema giornalistico, ma solo una morbosa ossessione per la cronaca, l’allarmismo, l’appiattimento intellettuale. Certo non sono giorni facili questi che il mondo sta attraversando, anzi.  Ci stiamo destreggiando in una sorta di Basso Medioevo della modernità, dove il sonno della ragione sta generando mostri di proporzioni abnormi.

Il ruolo dell’informazione in questo panorama sempre più frastagliato, complesso e se vogliamo precario, dovrebbe essere quella di un grande collettore ricompattante, una sorta di Vinavil concettuale che prende le tessere di un mosaico impazzito e da un’immagine schizoide ne crea una intelligibile.

Ci vuole molto cuore nel vivere con questa accortezza la propria professione, ma sono abbastanza convinta che ci siano alcuni ambiti in cui l’etica e la vocazione personale debbano essere un aspetto imprescindibile.

Tipo, se fai la commessa da Zara magari non ti serve, ma se decidi di fare il giornalista, il medico, il politico, l’insegnante, dovresti avere una maggiore sensibilità etica e morale. Tutti forse, in realtà dovremmo averla.

Comunque vi vorrei consigliare questo libro: “Il mondo alla fine del mondo” di Luis Sepulveda. È un romanzo breve, sono circa un centinaio di pagine, il classico libro di intermezzo che si può inserire fra una lettura di un’opera più corposa e un’altra.

La storia è molto semplice, c’è un giornalista che lavora per un’agenzia indipendente specializzata in disastri ambientali, che riceve la notizia di una baleneria giapponese il cui equipaggio è stato trovato massacrato al largo della Terra del Fuoco.

Il perché del massacro è un mistero e il giornalista, deciderà di partire per il Cile per indagare.

Ci sono tante cose in queste cento pagine, si parla di giornalismo, di famiglia, di ambiente, di animali, di sofferenze e massacri, ma anche speranza. L’ho trovato in alcuni punti di una delicatezza commuovente. È così che si dovrebbe collettare la realtà, macinandola attraverso le parole per dargli una nuova vita, con umanità.

Vi lascio con Sepulveda, il suo sorriso simpatico (gli amanti di Boris noteranno certo una somiglianza con René Ferretti) e la garanzia che se cercate uno sballo legalizzato nei vostri uffici, il Kombucha fa al caso vostro.

sepulveda