The young Baricco

E le camicie arrotolate sui bicipiti

Ultimamente nutro una vera e propria passione per la letteratura ceca. In realtà sono piuttosto ciclica nelle mie fasi: prima c’è stata la fase Americana, poi quella Sudamericana, poi quella Medio-Orientale a da tempo ha fatto capolino quella ceca.

Il responsabile di questa passione unilaterale, perché non credo che l’elite culturale ceca mi conosca è Boumil Hrabal.

Fatico molto a scrivere di lui, perché ho un rapporto speciale con questo ometto con il vizio dell’alcolismo. Forse perché non è conosciutissimo e mi piacerebbe che questa cosa restasse così e che le sue parole non fossero oggetto di critiche e di giudizi approssimativi. La sua figura è infatti controversa, e il suo problema con l’alcolismo ha portato a facili giudizi sulla sua scrittura, molto spesso ridotta a un effetto collaterale delle sue frequenti sbornie.

In verità non è autore facile da approcciare perché scrive seguendo un flusso di coscienza, con tutte le implicazioni del caso, scarsa punteggiatura e pensieri che si sovrappongono in modo rutilante. All’interno di questo panorama confuso, però si trovano delle perle di rara bellezza e verità, che sono impossibili da dimenticare. Chi legge Hrabal, lo può odiare o amare, ma non se lo dimenticherà mai. C’è tanta di quell’umanità nelle sue parole che raramente l’ho ritrovata in altri testi.

Il merito di questa scoperta letteraria, motivo per il quale nutrirò sempre una sorta di vaga gratitudine nei suoi confronti è stato, invero, Alessandro Baricco.

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C’è stato un tempo infatti, in cui lo ammetto candidamente, Baricco mi piaceva come scrittore. Ero poco più che ventenne e i suoi capelli mossi e il suo proverbiale eloquio mi avevano stregato. Un giorno preda di un sortilegio ormonale, ho trovato su Youtube degli estratti di un programma, “Picwick. Del leggere e dello scrivere”,  che lui presentava in Rai a metà degli anni 90.

Era un programma dedicato alla lettura, dove venivano letti e commentati degli spezzoni tratti da opere varie che un giovane Baricco dai folti capelli bruni recitava con passione. Inutile dire che ero completamente rapita da quest’uomo che ai miei occhi riusciva  a coniugare bellezza, fascino e cultura. Guardai tutto il programma e proprio durante una puntata venne presentato il romanzo icona di Hrabal: “Una solitudine troppo rumorosa”. La storia è semplice ma di una delicatezza straordinaria. Invece di riassumervela, potete trovare qui il famoso video in cui Baricco con camicia bianca arrotolata sui bicipiti mi ha convinta a leggerlo e mi ha consentito di incontrare questo scrittore straordinario. Dovete solo ascoltare i primi dieci minuti perché il libro viene presentato all’inizio puntata. Poi se vi piace la puntata potete pure guardarvela tutta, eh.

Se Baricco riuscirà a convincere anche voi, forse siete donne e le camicie arrotolate sui bicipiti degli uomini hanno su di  voi lo stesso ascendente che hanno su di me. In ogni caso sento di aver fatto una buona azione a condividere con voi questo fatto di Hrabal. Se poi avete del tempo durante queste sere estive, vi consiglio di riguardarvi tutto il programma, che è interessante e fatto bene, e ci  ricorda che c’è stato un tempo in cui Rai si faceva ancora intrattenimento di qualità. Adesso abbiamo Paola Perego e la Balivo, ma chissà forse ce le meritiamo anche.

Se poi vi venisse voglia di leggere Hrabal, spero lo amiate tanto quanto lo amo io e spero che un po’ della sua dolcezza struggente entri nelle vostre vite e  lasci il piccolo segno che ha lasciato nella mia.

Se lo odierete, sappiate che la maledizione di Baricco in camicia vi perseguiterà fino a che non vi iscriverete alla Scuola Holden e non verrete aggiunti forzatamente al gruppo di WhatsApp della vostra classe.

 

I quarantanove racconti

Chissà perché non cinquanta, caro Hemingway

Recensire una raccolta di racconti, è molto difficile. Soprattutto quando i racconti sono quarantanove, e non due o tre. A questa difficoltà primigenia si aggiunge anche il fatto che io non sopporto le recensioni dei libri, o almeno non quelle che riportano i riassunti delle trame, infarcite di  citazioni tratte da interi blocchi di testo, chiuse da qualche giudizio estetico sulla bontà del leggere il tal libro. Non le sopporto, mi fanno venire l’orticaria. Quindi non le leggo. Mi piacciono però quelle che al bando tutto questo stile da quarta di copertina tentano di spiegarti cosa c’è dietro quel libro. Cosa si trova al di là dell’ovvio, aprendoti un piccolo spiraglio su ciò che si trova sotto la punta dell’iceberg. Infusa da questa sacra missione, oggi mi cimenterò nella titanica impresa di illustrare quello che ho intravisto io nei quarantanove racconti di Hemingway. Lo faccio, visto che sono una furbetta, scomodando quel sacro mostro di Louis Ferdinand Celine. Perché direte voi? Perché trovo che entrambi abbiano dei tratti di assonanza, in prima istanza sono nati entrambi nello stesso periodo, Hemingway nel 1899 e Celine nel 1894, entrambi si sono trovati al fronte durante una guerra mondiale e entrambi hanno parlato della vita come io trovo nessuno abbia mai fatto.

Quando lessi Viaggio al Termine della Notte, sei anni fa circa, ero al mare con il Regista, che ai tempi era una new entry della mia vita sentimentale. Iniziai il libro convinta che non sarei riuscita ad andare oltre le venti pagine, e invece, dopo aver superato le prime difficoltà, mi trovai di fronte a qualcosa che non avevo mai visto, del materiale incandescente che mi rapì in una sindrome di Stendhal epica. Il Regista, che si immaginava vacanze scoppiettanti con la sua nuova fiamma, si ritrovò con una nerd con librone appresso che non faceva altro che leggere ed ignorarlo. Immaginate il dramma. Comunque quell’estasi di rapimento avvenne perché lì, su quelle pagine, io ci avevo trovato la vita. Quella vera, miserevole, fatta di sofferenze, di vuoti, di gente povera e disperata, descritta in un modo che ti colpiva come un pugno allo stomaco. Tutt’ora se qualcuno mi chiede qual è uno dei libri per me più significativi, rispondo Viaggio al Termine della Notte. Tornando però ad Hemingway, perché è di lui che volevo parlare, direi che lì fra le pagine di questi quarantanove racconti, l’ho intravista di nuovo la vita.

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Un’altra faccia del vivere, quello dell’adrenalina, delle battute di caccia, della boxe, delle corride, dell’alcool, delle corse di cavalli  e della guerra. Un altro modo di vedere e sentire il mondo, meno ostile di quello di Celine e più da esperire, nonostante la violenza e la durezza dell’esperienza umana. Il tutto descritto con una prosa asciutta, intensa, che non si perde in inutili fronzoli e arriva dritto al cuore di chi legge. Il punto di vista è perlopiù maschile, tutti i personaggi infatti sono uomini, e questo dona un’impostazione alla narrazione piuttosto caratterizzata. Considerato che la mia vita è quanto di più lontano si possa immaginare dall’avventuroso,  la lettura è stata un viaggio straordinario e poter immaginarmi in Africa mentre in realtà avevo l’ascella del vicino in metro che mi molestava, è stato in questo mese una possibilità di astrazione molto importante per la sottoscritta.

Non tutti i racconti sono significativi allo stesso modo, ma tutti lo sono se si considerano le piccole perle letterarie o di contenuto che hanno in sé. Ero perplessa sul fatto che potessi interessarmi alla boxe, o alla pesca, o alle corride, ma mi sono dovuta ricredere. Ora mi sento preparata su argomenti di cui prima ignoravo l’esistenza, oltre ad aver potuto studiare ancora più nel dettaglio la struttura narrativa del racconto, attività in cui ogni tanto, quando Saturno entra in quadratura con Plutone retroattivo a Venere, mi cimento. Non vi elencherò i racconti che mi sono piaciuti di più perché fa un po’ lista della spesa e poi comunque qualora vi venga voglia di leggerli è bello avere l’effetto sorpresa.

Mi sono resa conto di aver dato un’impronta molto seria alle cose che ho detto, ma non me la sentivo di prendere in giro Hemingway con le mie solite scemenze. Mi sarei giocata quel poco di karma intonso che mi è rimasto e questo forse avrebbe precluso le mie già scarse possibilità di pubblicare un giorno sulla Gazzetta di Bitonto qualcosa proveniente dalla mia penna.

Ora invece questa possibilità è ancora aperta: come insegna Berlusconi mai chiudere definitivamente la partita.

Ernest Hemingway vs Bear Grylls

Quando tutto è già stato detto

Mentre tutti i più grandi del mondo si sono riuniti a Taormina a discutere su come incasinare ancora di più le cose in questo mondo alla deriva, io mi sono rifugiata nella lettura di Ernest Hemingway.

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Una scelta semplice, avulsa dalle mode o dagli snobismi dilaganti, ma solida, intensa e priva di fronzoli come solo Ernest sa essere. In realtà questa selezione non stata è casuale: all’attivo non avevo moltissimi libri suoi letti e questo buco nel mio status di lettrice pesava, non tanto alla mia vita, quanto ai momenti condivisi con i miei colleghi alla scuola di scrittura creativa che frequento.

Premessa, Milano fa rima con competizione. Qualsiasi cosa si faccia a Milano non è mai priva di sottesi legati allo status. Anche nel tempo libero. Quindi se vai al corso di yoga ci sarà la corsa all’outfit migliore e se ti viene la malaugurata idea di frequentare un corso di scrittura creativa (come me), ti imbatterai nella competizione peggiore: quella di persone che condividono con te una passione. Questo all’inizio sembra bellissimo, ma è garantito che poco dopo si trasformerà in un terribile Hunger Games letterario, dove se non hai letto gli inediti di Carver,  i saggi mai usciti di Wallace, e non hai sottolineato con la matita tutto Proust, rientri automaticamente nel gruppo dei partecipanti di serie B: ovvero coloro che non solo non potranno mai diventare degli scrittori, ma non dovrebbero neanche avere l’ardire di pensarlo.

Questa mia apprensione legata alle letture, prima pressoché inesistente ha iniziato a crescere esponenzialmente alla frequentazione del corso. Non solo mi venivano ansie e palpitazioni ogni qual volta dovevo leggere un mio scritto, ma anche nei momenti di chiacchericcio informale, in cui tutti pur provenendo dalle professioni più disparate e dai contesti più variegati, diventavano improvvisamente dei Gillo Dorfles con all’attivo ore di lettura degne di un Guiness dei primati. Io con il mio libro sottobraccio in metro e con le mie rilassate letture nel tempo libero, mi sono sentita una dilettante.

Quindi quando una sera il nostro insegnante (chiamato Il Maestro dai più affiatati fan del corso) ci ha posto questa domanda: “Se voi poteste scegliere come scrivere, scegliereste Hemingway o Fitzgerald?”, non ho avuto dubbi e ho scelto subito Hemingway, affidandomi alla beatitudine dei suoi periodi paratattici e alla sacra essenzialità della sua prosa.

In realtà poi ripensandoci mi sono resa conto che era stato un rispondere approssimativo, perché io di Hemingway avevo solo letto Il vecchio e il mare e Addio alle Armi. Ho pensato fosse necessario recuperare questa lacuna e mi sono indirizzata su I quarantanove racconti.

Il racconto come genere mi piace moltissimo, lo trovo completo nella sua perfezione. So che è molto meno in auge del romanzo e che non a tutti piace la narrazione breve, ma io trovo al contrario sia la forma più adatta a descrivere la realtà. Non so voi, ma la mia vita è piuttosto frammentata, costruita da brevi azioni che portano a brevi avventure che spesso si chiudono con improbabili finali. Uno spazio in cui tragedia e commedia e mezzi pubblici e relazioni problematiche e famiglie disfunzionali compaiono recitando il loro ruolo.

La prosa di Hemingway mi sembra più vicino a tutto questo e oltretutto narrando di guerre, corride, Africa, battute di pesca e caccia, mi regala anche attimi preziosi di vita vera che il mio destino da donna paurosa e tendenzialmente ansiosa non esperirà mai. A patto che non mi scoli una boccetta di Lexotan, ci fumi qualche stupefacente sopra o mi facciano una lobotomia.

Leggete i racconti di Hemingway, cari amici, nella peggiore delle ipotesi imparerete le regole della corrida, come si uccide un leone in Africa o come si effettua un parto cesareo in una tenda indiana in mezzo alle foreste della Virginia. A dimostrazione che Bear Grylls non si è inventato niente.

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Le otto montagne

Habemus Cognetti

Con il mio solito ritardo essenziale, sono approdata alla lettura di “Le otto montagne” di Paolo Cognetti. Confesso che non lo conoscevo come autore e che mi sono convinta ad acquistare il suo ultimo libro prostrata dalle ripetute sollecitazioni a cui il mondo mi ha sottoposta. Tipo che in ogni libreria in cui entravo il libro era lì nello scaffale dei best seller/novità/figata pazzesca e nonostante abbia  tentato più volte di ignorarlo, la forza di Cognetti è stata incontrastabile. Alla fine ho perso la mia battaglia contro le edizioni in copertina rigida di Einaudi e ho deciso di investire i miei 18,50€ in quest’opera, a cui però ho guardato con sospetto fin dall’inizio. Perché vi chiederete voi? Perché io con la montagna e soprattutto con la Val d’Aosta, regione in cui gran parte del libro è ambientato, ho un rapporto speciale. I miei nonni paterni vengono infatti da lì: mia nonna era una deliziosa francesina e mio nonno un valdostano guascone che le rubò il cuore. Si sono amati,  hanno avuto nove figli, e vissuto parte della loro vita in un piccolo paesino della Val d’Aosta. Nonostante io sia nata e vissuta nella ridente Pianura Padana, ho collezionato dei ricordi indelebili delle mie estati in montagna in mezzo ai boschi e agli alpeggi, circondata da questa grande famiglia italo francese, con cui facevo escursioni in cima alle montagne, portavo le mucche al pascolo e mi divertivo a smettere di essere l’educata bambina di città.

Questo per dire che ero pronta al peggio, pronta a leggere qualcosa di bello che però non avrebbe saputo restituirmi quelle atmosfere che avevo vissuto, pronta anche a leggere qualcosa di brutto, pronta a non essere pronta per i racconti sulla montagna. E invece Cognetti, nonostante la sua giovine età anagrafica, ci sa fare. Anzitutto scrive benissimo, la sua prosa è fluente e intensa. Ha una scrittura asciutta, priva di fronzoli, ma non banale. Non ultimo è in grado di essere commuovente senza cadere nel lirismo, ci sono stati dei passaggi in cui mi sono venuti i brividi, e non perché in metro c’erano -26gradi e avevo il bocchettone dell’aria condizionata sparato sulla cervicale.

La storia, che vi riassumo senza fare brutti spoiler, è semplice. Pietro è un ragazzino che vive a Milano, i suoi genitori sono veneti e hanno lasciato le montagne per raggiungere la città, in cerca di lavoro e di un nuovo inizio. Durante le vacanze estive affittano una piccola casa a Grana, un immaginario paese ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro conosce Bruno, un ragazzino di montagna suo coetaneo. Da lì si snoda tutta la trama che seguirà Pietro nella sua crescita, fino all’età adulta.

Un plot semplice ma ricco di delicatezza. Un libro che consiglio assolutamente. Anzitutto sono duecento pagine, quindi non è niente di inaffrontabile, in più ogni tanto del sacrosanto campanilismo non guasta, Cognetti è giovane e talentuoso e si merita grandi opportunità. Tutt’al più che essendo in Italia, dalle vendite del libro guadagnerà quattro ceci e tre banane.  Inoltre ha un blog su cui scrive e che vi linko qui, se vi venisse la voglia di leggerlo: http://paolocognetti.blogspot.it/

Alle donne più interessate, inserisco anche questa sua sognante fotografia, che non sia mai, come diceva mia nonna, magari è un buon partito.

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Il riso degli agnelli

Speculazioni sul Daimon

E anche questa Pasqua è andata. Sono estremamente lieta di archiviare coniglietti,  uova di cioccolato, e pure l’immagine del Berlusca abbracciato all’agnellino che ha capeggiato sulla pagina del Corriere.it per giorni e che mi ha inquietata oltremodo. Sarà che a lato c’era il trailer del nuovo remake di IT,  sarà che tutta quella levigatezza cutanea da filtro Photoshop su un 80enne fa un po’ necrologio, o forse l’impressione che l’agnellino si sentisse pure a suo agio, ma vi garantisco è stato l’incubo di Pasqua peggiore.  Gli altri non ve li sto neanche ad elencare, ma  sono felice di essere riuscita ad evitare con un incastro di finti impegni machiavellici il pranzo in Famiglia, che avrebbe previsto portate di cibo infinite alternate ai classici litigi epocali da nucleo famigliare disfunzionale, quale è il mio.

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Immagino che sia retaggio comune di molte famiglie, ma la mia è in grado di dare il peggio di sé stessa a Natale e Pasqua, o durante tutte le ricorrenze in cui è necessario metterci del buonsenso che nessuno pare in realtà aver voglia di dimostrare. Quindi se posso, se il mio diniego non si trasforma in dramma, spesso non mi paleso, pagando il dazio del diventare automaticamente la figlia degenere.

Come diceva Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e credo con un’assoluta certezza che si sia fatto questa opinione osservando i pranzi di famiglia, che sono uno spaccato socio-analitico ben più affidabile del paniere Istat.

Comunque il suddetto post voleva si essere dedicato al mio amico vegano Berlusca, ma anche in realtà al nuovo libro che sto leggendo, già  praticamente finito che è: “Il codice dell’anima” di James Hillman. Non è un romanzo, è un saggio-testo d’ impronta analitico-filosofica, scritto da uno degli analisti junghiani più famosi e anche controversi, quale era il buon Hillman. L’oggetto del testo si rifà al mito di Er di Platone, il quale afferma a grandi linee che quando veniamo al mondo, non siamo soli,  la nostra anima sceglie un “compagno” che i greci chiamavano daimon. Il daimon, che non è Doraemon, per quanto l’assonanza del nome getti luce interessanti sul cartone animato, è una sorta di spirito guida, un’immagine essenziale di noi stessi e della nostra più profonda vocazione. A supporto di questa tesi ci sono esempi di uomini straordinari, provenienti dal mondo della scienza, dello spettacolo, della politica, la cui vocazione sembrava davvero infusa da aspetti divini, tanto si manifestava con forza.

È un libro molto interessante, e al di là di alcuni aspetti, su cui si può dissentire o meno, c’è alla base di tutto una riflessione molto profonda sul nostro senso di uomini sulla terra, sulla direzione che le nostre vite prendono, che molto spesso è davvero lontana dalla nostra essenza più profonda e dalla nostra sensibilità. Secondo Hillman ci stiamo inoltrando in una società sempre più psicotica, in tutte le sue espressioni, perché si è perso questo contatto con il sé che invece è sempre stato un punto fondamentale nella vita dell’uomo prima che il consumismo arrivasse e ci convincesse a comprare come degli automi per sublimare i nostri conflitti.

Qui vi ho dato un’estrema sintesi dell’opera, ma per i più interessati a questo tema, ne consiglio la lettura, si legge molto bene, è scorrevole, Hillman usa un lessico molto semplice e se avrete una matita farete molte sottolineature. Ci sono moltissimi spunti di riflessione e una bibliografia molto estesa, per cui ci sono diversi riferimenti a molte opere che potrete approfondire. Qualora questo tema non vi dovesse interessare, ci sono sempre le avventure di Doraemon, una nobile alternativa nipponica ai turbamenti dell’anima!

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Maledetta Primavera

Che fretta c’era!

Ebbene si, la Primavera è arrivata. Già da qualche settimana devo dire, ma io sono abbastanza lenta a interiorizzare i cambiamenti del contesto che mi circonda, soprattutto climatico. Quindi passo sempre attraverso fasi progressive di rifiuto in cui continuo a mettere capi d’abbigliamento invernale, finché prostrata dall’evidente  gioia di cui il mondo si sazia di fronte ai fiori, agli uccellini e alle belle giornate di sole, capitolo anche io.

Non è mai una capitolazione indolore, io mal sopporto il caldo e qualsiasi fase mi avvicini all’estate lombarda mi getta nello sconforto, riportandomi ai dolorosi ricordi dell’estate 2015:  al colmo della disperazione da caldo, quando nemmeno il condizionatore riusciva a refrigerare il mio appartamento, mi coricavo la notte con le cariche del freezer dentro le lenzuola, pregando numi pagani per farmi addormentare.

Inoltre una bella giornata di sole con il cielo terso, che rende grazia persino a Milano, acuisce l’insofferenza per la mia vita da ufficio, che mi vede protagonista, come molti altri, di interminabili giornate seduta alla scrivania  intenta ad occuparmi di cose che non mi interessano e spesso mi mortificano, ma che sono l’unica soluzione per il procacciamento del vivere quotidiano. Quindi in questi giorni, non faccio altro che fare un refresh isterico della pagina Ilmeteo.it, per fare delle valutazioni ponderate su come sarà l’estate 2017. Se qualcuno che mi legge è meteorologo,  si faccia avanti e dica la sua.

Comunque, giusto per evitare che questo post diventi oggetto delle mie deliranti idee sulla vita primaverile, tornerò a bomba sul perché  dovreste leggere David Copperfield. Non mi soffermerò su tutti i motivi critico-letterari, di cui potrete leggere i solluccheri sui vari blog migliori del mio, ma su motivazioni più pragmatiche, ma altrettanto nobili.

  • La compagnia. David Copperfield è un libro di mille pagine, per cui tolto che siate Mandrake o leggiate una pagina ogni dieci, sarà un libro che vi terrà compagnia per un lasso di tempo variabile, ma sicuramente superiore a una settimana. I libri che mi fanno compagnia per un certo periodo, mi restano sempre più nel cuore di quelli che riesco a finire in qualche giorno e che mi lasciano sempre con l’amara sensazione di una botta e via. Leggere David Cooperfield è come avere una relazione, breve se vogliamo, ma si sperimentano tutte le fasi, entusiasmo, distacco, noia, ripresa dell’entusiasmo etc.
  • Il tempo. Essendo un romanzo di formazione, o come piace dire agli amici “teteschi”, Bildungsroman, David Cooperfield, narra la vita del simpatico David a partire dalla nascita sino ai suoi trent’anni. Quindi, tolto che siate dei mostri privi di cuore, vi affezionerete subito al ragazzino e tiferete per lui e starete male per le sue sventure, come se fosse un vostro amico, o un parente, o tutte e due messi insieme. Non solo, considerato il genio indiscusso di Dickens nella creazione dei personaggi, vi affezionerete a tutti, alla zia Betsey, al Signor Micawber a Peggoty e vi dispiacerete,  come ho fatto io, quando il libro sarà finito.
  • La modernità. Dickens mi fa rivedere le mie posizioni sugli scrittori russi. Voi direte, embé, quindi? Quindi è importante. Perché la modernità estrema (non solo di prosa, ma anche di prospettive) che ho potuto riscontrare leggendo questo libro, è sicuramente differente da quella di Dostoevskij, ma altrettanto grandiosa. Per altro pare che il buon Fedor fosse un lettore accanito di Dickens e che anzi David Cooperfield fosse il suo libro preferito (potrebbe essere una Chiarata questa, verificatela). Il libro è pervaso di etica, di storia, di umorismo, di disperazione e di felicità, infuse in maniera suberba.
  • Scene di addio/morte. Non so se questo sia un plus o meno, ma io ve lo dico lo stesso, Dickens è un drago nel descrivere le scene di addio e/o morte. Fanno venire i brividi, sono così intense che le devi rileggere duecento volte, per capire come fa.  Io che amo molto i momenti di tensione melodrammatica l’ho trovato incantevole.

Non andrò oltre, in primis perché superate le trenta righe, io stessa non leggerei un post così lungo, secondo perché dovete correre a comprare David Cooperfield. Possibilmente non su Amazon,  ma in qualche libreria che ha bisogno del vostro acquisto.

Se volete potete iniziare a leggerlo sulle note della Goggi, che con Maledetta Primavera ci sistema tutti, altro che global warming.

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David Copperfield

No, non l’illusionista

Nonostante sia arrivata solo a pagina duecentodiciannove, io a David Copperfield mi sono già affezionata.  Provo un attaccamento al personaggio e al libro che preannunciano la fine “capolavoro”.

Sarà che trovo Dickens uno dei più grandi scrittori di sempre, sarà che alla fine per me i classici sono intramontabili, ma David Copperfield proprio mi piace.

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In primis perché a sto povero bambino, glie ne capitano di tutti i colori, che se io pensavo di aver avuto un’infanzia disagiata, lui batte tutti su tutti i fronti. E quindi mi fa un po’ riflettere su tutte le menate che il benessere ha portato con sé nella vita dell’uomo del ventesimo secolo.

Parentesi, l’altro giorno leggevo che la sculacciata è un gesto vietato per legge in più di sessanta paesi al mondo. Tipo che se ti beccano a dare una sculacciata a tuo figlio, puoi andare in galera. Questa cosa mi ha fatto un po’ sorridere, non tanto per la bontà della legge in sé; sono d’accordissimo che la violenza sui minori vada combattuta, denunciata, e punita in modo severissimo, però non sono convinta che una sculacciata data una tantum possa rientrare nel perimetro del perseguibile penalmente. Perché allora non riesco proprio ad accettare che noi non sculacciamo i nostri figli, ma compriamo i vestiti di Zara che vengono dall’Indonesia prodotti in fabbriche che si avvalgono del lavoro minorile, e che ce ne freghiamo se i bambini (sempre degli altri) muoiono sui barconi in mare a centinaia. È il paradosso dell’uomo bianco: se le cose succedono a lui apriti cielo, se succedono agli altri e gli fa comodo, non è poi così grave.

Comunque senza che ci addentriamo in territori in cui si potrebbe stare a discutere e questionare per ore, sono al punto in cui al buon Copperfield glie ne sono già successe di tutti i colori, ma proprio tutte, e anche se ti aspetti che non ci possano essere altre sfighe, realizzi poi che sei solo a pagina duecento e quindi devi essere pronta a tutto.

In realtà la mia abnegazione e prontezza d’animo valicano questo aspetto puramente letterario e tracimano nel fisico, nel senso che il libro conta circa mille pagine e come è possibile immaginare ha un peso specifico non indifferente, non facile da gestire in contesti pubblici, come la ben nota metropolitana, dove il rischio  di slogarmi un polso reggendolo in mano o di colpire qualcuno è alto.

Inoltre presentandomi in ufficio in sua compagnia sono stata schernita più volte da un manipolo di colleghi che mi hanno sbeffeggiata chiedendomi se trasportavo il Castiglioni- Mariotti o se stavo leggendo la Bibbia.

Io ho risposto alle loro provocazioni con un sorriso sardonico, un po’ da joker, per nulla rassicurante, quasi folle direi, che li ha disincentivati a proseguire.

Sento quindi che nella sofferenza sono più vicina al mio amico David che in questo momento non se la sta cavando molto bene, ma è così coraggioso che alla fine tutti fanno il tifo per lui.

David, sappi che quando la metro inchioda e io volo per terra con un chilo e mezzo di libro in mano, il mio pensiero  è con te!