Gatti in testa

Visioni feline dell’estate corrente

Sono in arretrato con la scrittura più o meno come sono in arretrato con la vita. Questo è il classico momento dell’anno in cui l’unico pensiero persistente e ossessivo riguarda le ferie estive, ovvero il momento in potrò appoggiare la penna alla scrivania e salutare tutti chiudendo il capitolo lavoro e riaprendolo solo a settembre. A questo benedetto e agognato momento mancano ancora quattro settimane, alle quali arriverò probabilmente trascinandomi sui gomiti e con il viso nel fango come Soldato Jane, solo molto meno atletica e molto più sofferente.

Fortunatamente l’estate 2018 appare meno tragica dello scorso anno, e anche se appena la temperatura si alza di qualche grado io penso sempre di morire squagliata in una metro senza aria condizionata, quest’anno sono più ottimista e quasi, ma non vorrei esagerare, positiva.

La verità è che è stato un anno duro, da tutti i punti di vista: ho inaugurato l’anno nuovo con l’influenza del secolo, una crisi di coppia di quelle non da scherzare, una crisi di vita e prospettive lavorative se vogliamo ancora più profonda, attacchi d’ansia e di panico, più altri vari annessi e connessi che la vita ama metterti sul cammino come un Pollicino sadico con il gusto per l’horror.

In mezzo a questo tsunami di situazioni, la lezione che ho imparato e che continuo umile ad imparare ogni giorno è che non si può sfuggire dalla vita, dalle cose, dalle situazioni, dalle rese dei conti. Si può tentare di scansare, schivarle, posticiparle a quando ci sentiremo pronti ad affrontarle, ma tutto torna e prima o poi (sarebbe auspicabile prima che poi ma anche questo è relativo) sono da affrontare. L’unica alternativa è saper gestire il rimpianto e l’inedia, attività nel quale io sono una loser completa. Ho un terreno emotivo su cui attecchiscono con estrema facilità gramigne emotive che poi fatico ad estirpare, anche a causa di una molle pigrizia e di un denso lassismo che fanno parte del mio essere da quando sono al mondo.

E alla fine, quando si rimanda in aeternum, si sta nel mondo con un gatto in testa che disturba la visuale. Programmare, pensare, progettare, diventano difficili perché c’è un costante elemento perturbativo che fa inciampare, oscillare, cadere. Io alla mia ansia ho dato più o meno questa forma e queste caratteristiche feline, mi ci sono anche affezionata, perché posso dare la colpa a lei per tutto quello che non faccio e che sta sfuggendo di mano nella mia vita.

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Se siete anche voi degli addicted alle sindromi ansiogene e volete mettere alla prova i vostri muscoli  e la vostra resistenza psicologica agli orrori, vi suggerisco di pensare a intraprendere la lettura di 2666 di Roberto Bolaño. Io l’ho fatto in questi mesi, e nonostante mi sia venuto il tunnel carpale reggendo in metropolitana per più di 60 giorni un libro da almeno un chilo (900 pagine circa)  e abbia una perenne nevralgia alla spalla destra (dove lo mettevo in borsa), sono orgogliosa di poter dire di averlo letto.

È un’opera molto complessa, e io sono come sempre una delle persone meno adatte quando si tratta di parlare di libri (mi stanco subito e la faccio corta), ma in un contesto sociale così difficile come l’attuale, mi piace dare questi suggerimenti che aprono a scenari e sfide ancora più complicate, perché mi distraggono un po’ dalle ultime sortite del nostro comune amico Salvini.

Il testo, che Adelphi ha pensato bene di accorpare in un unico tomo, è suddiviso in 5 romanzi indipendenti. Questo vuol dire che potete leggerli nell’ordine che preferite, io l’ho letto nell’ordine canonico perché sono una che non ama improvvisare.

Parlarvi della trama o semplificarla, è cosa ardita, perché in realtà 2666 è un romanzo dentro al romanzo, in cui parallele ad un plot che lega le diverse parti dell’opera si intrecciano altre storie, personaggi secondari, trame alternative che hanno la stessa importanza e sviluppo di quella principale. Non vi capita mai leggendo un libro di pensare, ah ma adesso questo personaggio cosa farà? Ma la cugina della sorella di Pip è morta o è viva? E l’oste a cui D’Artagnan ha distrutto la locanda poi cosa avrà fatto?

Ecco 2666 è la risposta a tutte le trame secondarie mai raccontate nella storia della letteratura. Va da sé che non è una lettura da spiaggia, anzi è molto impegnativa, rutilante, caotica e in molti tratti dispersiva. Anche perché Bolaño è un maestro della citazione, conosce un’ampia fetta dello scibile umano che spazia dalla storia, arte, letteratura, musica e non manca di stupirti con delle perle rare che inserisce con grazia all’interno del suo narrare. Probabilmente come me, vi appassionerete di più alle trame secondarie che a quella principale.

Per rendere però questa micro discussione su 2666 una vera infamia, non vi racconterò brevemente cosa succede, perché prima non c’è un modo breve per raccontarlo, secondo perché per quello esistono le quarte di copertina o qualsiasi sito offre quasi sempre una breve sintesi dell’opera migliore  di quella potrei fare io.

Vi posso dire però che se amate il Messico, la seconda guerra mondiale, i misteri, il sesso, la letteratura, e avete lo stomaco forte per resistere a quasi 400 pagine di descrizioni dettagliate di femminicidi (donne mutilate, stuprate, impalate) e non ultimo amate Bolaño, trovatevi due mesi di tempo per leggerlo perché come tutte le cose difficili nella vita, poi la ricompensa è sempre all’altezza.

Per finire, volevo suggerirvi una giusta colonna sonora per la lettura di questo libro, visto che ho una persona a cui voglio molto bene, con un gusto raffinato per la musica (che io non ho) e che consulto sempre utilitaristicamente (ma anche e soprattutto perchè mi piace avere a che fare con lei) per farmi suggerire brani contro i problemi del quotidiano (dormire, rilassarsi, leggere, andare in palestra, sclerare) e che, salvo rare eccezioni (pezzi troppo selezionati per un orecchio ignorante come il mio) ci ha sempre azzeccato. Però visto che sto ancora deliberando sulla colonna sonora migliore magari ve la scrivo nel prossimo post.

Ringrazio al solito i miei cinque/sette lettori di sempre, che nonostante le mie sparute sortite sul blog mi danno fiducia e mi leggono. Potrebbe anche essere che ci capitino per sbaglio, ma non è che questo ai miei occhi abbia meno importanza.

Meglio tardi che mai

Benedetto Kent Haruf e chi lo legge

Come penso si possa evincere, ci ho messo un po’ a riprendermi dai risultati elettorali. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso da quello che in realtà si è palesato, ma chi mi conosce sa che sono un’inguaribile romantica e spero sempre che la società mi possa stupire con inattese e sporadiche manifestazioni di buon senso. Questo non è accaduto e mentre meditavo sulla prossima estinzione della civiltà italiana, sono arrivate le consultazioni al Quirinale, un brutto raffreddore, il Burian, gli sbalzi di temperatura e soprattutto un cambio di mansioni lavorative che mi è cascato sulla testa come il martello di Odino causandomi molto stress.

Insomma, la vita, o il caso, non sa gestire in maniera equa gli avvenimenti che dissemina nell’esistenza di un individuo: o somministra periodi di noia mortale o ti punisce con mesi in cui capita tutto allo stesso momento e tu ti senti come un ciottolo trasportato da una corrente nemica.

Ad ogni modo, nonostante il mio piccolo mondo antico  abbia subito scossoni, non ho smesso di dedicarmi all’attività per cui sento di essere più portata, ovvero la lettura. Essendo una pessima sportiva, una ancor peggior cantante, una cuoca pasticciona e una fidanzata non sempre di facile gestione trovo un sommo piacere e un certo riscatto nell’attività della lettura, dove posso dimostrarmi pigra ma impegnata senza essere redarguita per la mia attitudine all’inattività.

In questi mesi, mentre tutto attorno a me cambiava in modo confuso, ho intrapreso la lettura di un libro acquistato tempo fa che stazionava nella mia libreria e di cui rimandavo la lettura da tempo per diverse ragioni. La prima è che non amo fiondarmi sui cosiddetti fenomeni letterari, e quando tutti mi dicono di leggere un libro finisco per insospettirmi, anche se molto spesso il libro in questione è veramente valido.

Secondariamente preferisco approcciarmi ad un’opera quando tutto il chiacchiericcio che le si genera attorno è scemato e si può ragionarne con maggiore calma.

Sono approdata quindi a Kent Haruf in ritardo di circa due anni dall’uscita del primo libro della Trilogia della Pianura, “Benedizione” (in realtà sarebbe il terzo libro della trilogia, ma è stato il primo ad essere pubblicato in Italia rispetto agli altri), quando tutti l’avevano già letto e assimilato, quando tutto era già stato detto insomma.

E credo dunque che l’unica cosa interessante da dire su questo libro riguardi cosa succede quando si finisce di leggerlo.

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La trama in sé è piuttosto semplice e abbraccia circa un mese di tempo, da quando il protagonista Dad Lewis scopre di avere un cancro a uno stadio terminale che lo condurrà di lì a poco alla morte.

Dad vive a Holt, una piccola cittadina del Colorado: è estate, il caldo è torrido, tutto appare lento, vischioso, rarefatto dal calore. Le persone, gli eventi e persino la natura si muovono lungo traiettorie indolenti, appesantiti dalla calura e dalla sensazione di immobilità e morte che è tipica delle estati calde.

Niente muta, tutto è statico, solo dei brevi temporali estivi irrompono, portando pioggia e frescura. In questa specie di inferno dolce si snoda l’ultimo mese di vita di Dad, che accudito dalla moglie Mary, l’amore della sua vita, e da Lorraine, la figlia, si avvicina alla morte senza azioni eclatanti, aspettando solo di spegnersi, seduto sulla sua poltrona preferita. Attorno a lui una serie di personaggi e le loro storie si intrecciano in un mosaico perfetto, costruendo la vita di questa piccola cittadina americana.

L’esperienza di lettura è molto immersiva perchè la prosa riflette gli ambienti e le situazioni che vengono descritte: appare scarna ma intensa nella sua essenzialità, così come lo è Holt: grandi pianure, spazi ampi, montagne aspre, emozioni dilatate. Haruf manipola la scrittura alla perfezione, spogliandola di qualsiasi abbellimento e fronzolo, come se volesse arrivare al cuore della verità.

Perché cosa si può raccontare di un uomo che sta morendo?

Probabilmente molte cose, ma Haruf decide di soffermarsi su quelle apparentemente più insignificanti, dettagli che costruiscono la vita giorno per giorno, senza stridore o urla. C’è l’amore di una vita, non quello romantico, ma quello che fino all’ultimo resiste anche nelle situazioni più disperate, c’è la morte che non segue nessuna legge o stagione, ci sono i rimpianti, gli errori, i tradimenti.

Non voglio dirvi cosa troverete in quelle pagine, ma vi posso garantire che una volta finito di leggerlo Dad Lewis resterà con voi.

Ci penserete mentre state iniziando un nuovo libro, tornerete a pensarci dopo settimane, forse riaprirete il libro, nella pagina che avevate segnato. Farete fatica a rimetterlo in libreria e staccarvi da lui, vorrete leggere subito tutti gli altri libri di Kent Haruf e per una volta darete ragione a tutti quelli che gridavano al capolavoro.

Last but not least, aspiranti scrittori, se volete una bella lezione sui dialoghi è il libro che fa per voi perchè costituito per il 70% proprio da dialoghi. Può piacere e non piacere, (io non sono una grande amante del dialogo protratto, ma mi sono dovuta ricredere) ma è un grande esercizio di stile costruire un libro con questa originale struttura.

Se non vi ho ancora convinti, sappiate che ho letto da qualche parte che se leggete Kent Haruf vi danno il reddito di cittadinanza. Io non so, voi, ma mi informerei.

Una donna virtuosa

L’amore in tempi di crisi

In questi giorni ho riflettuto a lungo sul tema dell’amore. Mi si è ripetutamente proposto attraverso diversi contributi: ho terminato di leggere Notre-Dame de Paris, ho visto al cinema il pluricitato “Call me by your name” di Luca Guadagnino, e complice la pressante pubblicità di San Valentino che perseguita ovunque e chiunque non ho potuto non soffermarmi a riflettere. Non tanto sull’amore in sé, ma sulla verità dell’amore, che trovo sia un punto molto più interessante.

In fondo cresciamo con un’idea dei sentimenti molto stereotipata. Film, libri, racconti ci narrano di amori passionali, struggenti, a volte maledetti, ma sempre sostenuti da questa grande forza che tutto muove. Sembra che quando siamo innamorati si perda il senno, che l’incontro con l’anima gemella abbia quasi un potenziale salvifico, ci elevi dalla mediocritas, ci renda individui migliori, riempia bocca e cuore di parole e intenzioni romantiche, bruci i nostri sensi fino a desiderare l’altro in modi che non avevamo mai sperimentato.

Di fatto è così. Non dissento, la magia dell’incontro di due anime e di due corpi crea un vortice di sensazioni e sentimenti assolutamente unici e irripetibili. Ma passata questa fase, cosa succede all’amore?

Perché se si cerca qualcosa su quello che succede dopo, i contributi crollano precipitosamente. Raccontare il delicato passaggio fra il prima e il dopo, fra un quotidiano condiviso che genera routine, con la passione che si affievolisce, e l’alterità di due individui che da elemento di interesse iniziale diventa nel tempo abisso, non è facile, nonostante di fatto sia la fase più ampia che interessa un rapporto amoroso di una certa lunghezza.

Io mi sono interrogata tanto su questa fase, non tanto perché nutra un interesse antropologico sulla questione, ma perché più egoisticamente ho vissuto in prima persona, e sto vivendo un periodo che ha messo a dura prova la mia coppia. Non saprei spiegare bene come sia successo, ma dopo sei anni di relazione e quattro di convivenza, un giorno ci siamo ritrovati ad affrontare una crisi. Non una crisi passeggera, di quelle che con due mazzi di rose e due moine risolvi tutto, ma una crisi sostanziale, di prospettive, di quelle che investono il futuro e che fanno vacillare tutto.

E in mezzo a una crisi le regole dei sentimenti cambiano. Ci si trova a navigare in un mare burrascoso in cui tutto sembra vacillare. Tutto quello che prima era naturale, diventa difficile, si sperimentano sentimenti contrastanti, fa capolino una sensazione di solitudine difficile da verbalizzare.  E qual è la verità dell’amore quando sembra che tutto quel meraviglioso tripudio di ormoni e sentimenti sia sparito?

La verità è che diventa una scelta. Al pari di quella di cambiare lavoro. Si sceglie di amare, si sceglie di restare con una persona,  si sceglie di rimescolare le carte. Sono convinta che al di là delle belle parole e dei buoni sentimenti siano gli atti pratici a determinare gli esiti di un rapporto, la capacità di mettersi in discussione, di crescere insieme, accettando ed integrando i cambiamenti dell’altro.

Questa è la fase più bella, credo: la trasformazione di un sentimento è un processo delicatissimo, molto fragile, che va protetto e difeso con discrezione, ma è l’unico processo in grado di generare qualcosa di nuovo.

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A questo proposito vi introduco questo bellissimo libro che inserirò nella rubrica, Libri Introvabili, o Libri non alla moda, o Libri che non legge nessuno, che si intitola “Una donna virtuosa” di Kaye Gibbons.

È un librettino di 150 pagine edito da Feltrinelli negli anni 90’, io ho ancora una versione con il prezzo il lire. Credo però che si trovi ancora in giro abbastanza facilmente  (online lo trovate qui ).

È una storia d’amore ambientata nell’America rurale degli anni ’50. La narrazione è a due voci, un capitolo viene raccontato da Jack (il marito) e uno da Ruby (la moglie). Questo escamotage, per altro gestito benissimo anche dal punto di vista del registro linguistico, regala un grado di immersività durante la lettura davvero profondo.

Il loro rapporto, che sembra non avere niente di speciale, è invece ricco di sentimenti discreti e di piccoli gesti  di grandissima tenerezza. Ci sono dei dettagli veramente commuoventi.

Ve ne riporto uno. Ruby si ammala di cancro ai polmoni (non è uno spoiler perché viene raccontato nel primo capitolo), e i mesi prima di morire passa il tempo a cucinare e surgelare in monoporzioni  i pasti del marito, in modo che Jack, per i mesi a venire dopo la sua morte a pranzo e cena,  non debba far altro che aprire il freezer e scongelarne uno. Lo fa per evitargli in futuro di sentire troppo il vuoto della sua perdita, e perchè sa che Jack odia cucinare.

Non so voi, ma a me questa cosa fa venire la pelle d’oca. Credo di aver pianto al secondo capitolo, sono già fan di Kaye Gibbons, una misconosciuta autrice americana che ha scritto pochi libri, ma che sembra siano davvero imperdibili oltre che praticamente introvabili.

Comunque il libro è zeppo di questi micro esempi di delicatezza che giorno dopo giorno costruiscono la storia di un vero e grande amore. Se vi interessasse leggerlo e vi fosse impossibile trovarlo, perchè anche voi siete appassionati di storie mai più ristampate e lasciate all’oblio, sono sempre disponibile a cedere la mia copia.

Lo trovo anche un buon regalo da fare al proprio innamorato/a, se proprio volete festeggiare San Valentino e non volete arricchire la Nestlé facendovi venire le carie con i baci Perugina.

 

Leggere Hugo in metropolitana

187 anni e non sentirli

Io sono una grande lettrice di classici. Mi piacciono per tutta una serie di motivi che ci metterei una vita ad elencare, ma che in sintesi si rifanno al senso di alterità che un libro, ma anche un’opera musicale o artistica, mi sanno trasmettere. Sono poco interessata alla modernità, forse perché esperendola in prima persona presumo (arrogantella!) di avere già gli strumenti per codificarla e quindi investo il mio tempo a confrontarmi con qualcosa di nuovo.

I classici, da questo punto di vista sono perfetti: ti scaraventano in epoche che non esistono più, in contesti completamente differenti da quelli odierni, utilizzando una forma linguistica molto diversa dal linguaggio attuale,  raccontando però esperienze  e sentimenti che sono universali. Leggere un classico è un viaggio, molto spesso frustante o difficile, ma che ripaga di grandissime soddisfazioni, anche perché insomma se un libro è assurto a questo status di certo non l’ha scritto Moccia o Trapattoni.

Tutta questa bellissima intro, nella quale mi sono impegnata tantissimo per dimostrarvi che so anche argomentare in modo puntuale (lo faccio sempre per dimostrare alla mia insegnante delle medie che alla fine ce la posso fare), per dire che da qualche tempo mi sono imbarcata nella lettura di “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo.

Ho scelto il buon Hugo perché non avevo mai letto niente di suo e questo non mi faceva sentire bene. Hugo ci ha regalato dei personaggi  e delle storie epiche, che io avevo incrociato in film, cartoni e opere teatrali e ho voluto cimentarmi in questa lettura per capire perché la storia di Quasimodo e la Esmeralda, è diventata una delle vicende più rappresentate della storia.

Devo dire che nonostante non l’abbia ancora finito, l’ho capito. Il libro è considerato un’opera giovanile,  viene pubblicato quando Victor è un pischello, ha 29 anni, e la critica ritiene che vi siano diversi errori commessi dallo scrittore nella stesura del romanzo, tra cui una certa attitudine al citazionismo in latino, capitoli interi pieni di personaggi della storia parigina che non hanno nulla a che fare con la vicenda, sezioni interamente dedicate a riflessioni sull’architettura, alla stampa, e a Parigi.

Insomma non una lettura facile: la trama è costantemente interrotta e non mancano i momenti in cui ti chiedi quando finirà il capitolo su Gutemberg o sull’architettura romanica. Non vi parlo nemmeno del plot, che immagino tutti conosciate, ma arrivo direttamente a ciò che mi preme dire, ovvero che tenendo duro su queste “piene letterarie” di informazioni, arriva il meritato premio.  I capitoli dedicati allo sviluppo vero e proprio della trama, sono infatti dei capolavori, i personaggi sono descritti in modo magistrale, sono sfaccettati, ambigui, trasudano emozioni, hanno delle caratterizzazioni perfette.

Anche Dickens è un maestro nel dare vita ai personaggi, però i suoi molto spesso sono delle macchiette, o comunque c’è sempre un certo pudore British nei suoi libri che ti impedisce un coinvolgimento pieno nella vicenda.

Hugo è più intenso, sensuale direi, a volte anche sessuale, e questo rende la sua scrittura davvero forte. C’è un pezzo dove per descrivere Quasimodo che suona le campane, lo descrive come un demone che cavalca la campana grande della torre di Notre Dame, Marie, e la campana risponde al suo tocco nitrendo,  impennandosi e dimenandosi. Non è forse una chiara allusione a un rapporto amoroso tra due persone?

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In alcuni tratti invece ti annienta, c’è ad esempio un capitolo in cui Quasimodo è sottoposto ad un interrogatorio alla Prefettura di Parigi. Quasimodo è sordo e semi muto e il giudice che lo interroga è sordo pure lui, quindi c’è questo dialogo grottesco che in parte è comico, ma in parte ti uccide, perché tutti ridono, lanciano patate e immondizia sul gobbo,  incitano il giudice.  Vi viene la pelle d’oca, garantito.

Lo adoro questo francese. É capace di passare da un registro drammatico a uno comico in zero secondi.  Di parlare di filosofia, architettura, alchimia e scienza così, come se ci fosse già nato con tutta questa conoscenza. E aveva solo 29 anni. Io a 29 anni ero impegnata a combattere l’idea di entrare nella vita adulta ed ero turbata all’idea di fare un finanziamento per comprarmi la macchina.

Per altro ho scoperto grazie a lui che Nicolas Flamel, noto a tutti grazie alla famosa citazione in Harry Potter, in realtà è stato per davvero un alchimista francese famosissimo che si è dedicato alla ricerca della pietra filosofale. Magari voi lo sapevate già, ma io no. Forse la Rowling è incappata in Flamel proprio leggendo Notre-Dame de Paris.

Nel caso tu o Rowling, non l’abbia letto, e dovessi capitare sul mio blog, fallo perché merita.

Fatelo tutti, perché potrebbe essere un’esperienza che non vi cambia la vita, ma di sicuro la emoziona, e visto che siamo tutti alla ricerca di emozioni, invece di farlo in modi stupidi, facciamolo usufruendo di queste pagine, che hanno 187 anni, ma vi garantisco, non li dimostrano affatto.

Rassegnazione, what else?

Di cene di Natale e libri da leggere

É domenica sera, a Milano nevica, e io dopo aver omaggiato i fiocchi di neve con piroette degne della Fracci e di uno spot natalizio della Bauli, ed essere rovinosamente scivolata sul marciapiede rischiando di rompermi una rotula, sento di aver dato tutto quello che potevo al Natale.

Ma proprio tutto. Il mio spirito hygge, la mia gratitudine si sono spente ancora prima che l’evento si realizzi e nonostante mi sia già levata con gioia l’incombenza dei regali, sto scivolando lentamente in una sorta di  pacifica rassegnazione circa tutto quello che si presenterà nelle prossime settimane: cene e aperitivi aziendali, pranzi con suocere e famigliari, lavoro matto e disperato pre-ferie.

Vorrei sentirmi il re del mondo come Leonardo di Caprio sulla prua del Titanic, ma mi sento più come quello che suonava isterico la campanella mentre avvistava l’iceberg.

Di certo sopravviverò anche quest’anno e diventerò una persona migliore, sorriderò di fronte al fumetto color grigio topo della zuppa di pesce di mia suocera, ringrazierò lieta di fronte al 9999 bagnoschiuma ricevuto come regalo, giocherò al tombolone con la mia famiglia, e disquisirò sull’ eterna diatriba  pandoro o panettone.

Probabilmente il momento peggiore sarà la cena aziendale. L’anno scorso c’era Pino Insegno come intrattenitore: a metà serata ho finto di stare male e me ne sono andata a casa, proprio nel momento in cui stava per venire proiettato il video motivazionale: Andiamo a Fatturare, con la base gentilmente mutuata da Rovazzi.

Quest’anno dicono ci sarà una sorpresa, cosa che di certo non promette nulla di buono, e più il momento si avvicina, più immagino tutti i dirigenti della mia azienda riuniti al 18°esimo piano olimpionico ad escogitare modi per renderci la cena di Natale più ostica di quanto già lo sia. Da anni ormai i posti vengono assegnati come ai matrimoni e viene meno anche l’unica ancora di salvezza, ovvero sedersi al tavolo con qualche collega giusto e darsi all’alcool.

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Per tutti coloro che si trovano nella mia situazione e non hanno voglia di cedere, almeno non completamente, a questa ondata di buonismo natalizio, suggerisco un libro. Ci ho messo quasi due mesi a finirlo, perché un po’ ostico, ma credo meriti di essere citato perché scritto bene e molto politicamente scorretto.

Si tratta di “É successo qualcosa” di Joseph Heller, un libro per diversi aspetti difficile, ma estremamente interessante.  Anzitutto è rognoso perché è difficile da trovare, nel senso che non esistono ristampe e quindi io l’ho recuperato acquistandolo su Amazon già usato. Secondo, perché nonostante sia un libro scritto divinamente, è ostico come pochi libri mi sono capitati per mano.

Non so se qualcuno di voi conosce Joseph Heller, ma è l’autore di “Comma 22”, uno dei libri icona della letteratura americana. Uno di quei libri che ha venduto tipo dieci milioni di copie, più o meno come i followers di instagram della Ferragni.

Comunque non contento di questi buoni risultati, dopo qualche anno il buon Joseph pubblica “É successo qualcosa”, che arriva dritto nelle mie mani in un giorno d’autunno del 2017.

La trama è semplice e allo stesso tempo complessa da spiegare, perché di fatto non succede nulla per quasi seicento pagine. O meglio c’è un evento nella vita del protagonista che innesca una sorta di stream of consciousness che costruisce l’impianto narrativo di tutto il libro.

Il progonista è Bob Slocum, un americano benestante che lavora in una multinazionale, a cui viene offerta una promozione lavorativa, motivo che lo porterà ad interrogarsi sulla sua vita e sui rapporti con la sua famiglia e i suoi figli.

Ogni capitolo è dedicato ad un componente del suo nucleo famigliare: Slocum vive con la moglie e tre figli, di cui uno disabile, in una ricca zona di una non precisata cittadina americana, e a differenza di quanto ci si possa aspettare, Bob odia la sua famiglia.

Non sopporta la moglie e la tradisce periodicamente con altre donne, odia sua figlia maggiore che lo tormenta accusandolo di essere un pessimo padre, odia il figlio disabile e desidera muoia il prima possibile per liberare la famiglia della sua presenza. L’unico per cui prova una sorta di forma di affetto è l’altro figlio, un ragazzino sensibile che ricorda a Bob sé stesso da bambino e con cui comunque i rapporti andranno deteriorandosi nel tempo.

Anche i suoi rapporti di lavoro  sono governati dall’odio e dalla paura, i suoi colleghi sono così impersonali da essere chiamati con i nomi dei colori: Mr. Green, Mr. White, Mr. Brown (forse una citazione quella di Tarantino nelle Iene?) e vanno a costituire un microcosmo aziendale assolutamente moderno (potrebbe essere quello di qualsiasi azienda dei nostri tempi).

In questo contesto decisamente ansiogeno, composto da paura, odio, indifferenza dei legami famigliari, l’unico motivo di gioia per Slocum è il ricordo un vecchio amore giovanile,  e il sesso, visto come unico aspetto che connette il protagonista alla realtà.

Non so se vi ho persuaso, ma merita di essere letto. Non è facilissimo da sostenere, perché tutte queste pagine di monologo interiore lo rendono poco scorrevole a tratti, ma è scritto divinamente e vale almeno un tentativo. Nonostante sia stato scritto negli anni 70′, c’è tutta l’America di adesso fra quelle pagine, tutti i valori di una delle società fra le più contraddittorie, osservati con un cinismo e una lucidità che delizia.

Vi lascio il link di IBS, dove ne risultano disponibili poche copie, se comunque non lo trovaste sono disposta a spedirlo al pazzo/a che si facesse convincere dalla mia descrizione a leggerlo.

https://www.ibs.it/successo-qualcosa-libri-vintage-generic-contributors/e/5000000069051

Diamoci al book sharing perbacco, in fondo a Natale siamo tutti più buoni!

Il mondo alla fine del mondo

Riflessioni semi serie sulla civiltà

Vorrei introdurre in modo serio e obiettivo l’argomento di cui mi preme parlare. Ma non credo sarò in grado. Oggi mi sono involontariamente ubriacata e sono tutt’ora in ufficio a fare i conti con la molestia etilica, che mi fa ridere del tragico e piangere del comico.

Mi sono mezza ubriacata con un litro di té Kombucha. Cosa che solo io posso fare. Ne ho acquistato una bottiglia in un negozio biologico sotto l’ufficio perché la commessa mi ha garantito mi avrebbe aiutata con la digestione. Ho pensato, che, come dicevano i saggi latini, melius est abundare quam deficere, e dal bicchierino dopo pasto sono giunta a terminare la bottiglia. Nessuno mi aveva però informata che le bevande fermentate rilasciano alcool, l’ho scoperto quando ho iniziato a sentirmi inspiegabilmente felice e ho capito che non era l’effetto delle endorfine secrete dalle mie sfasate ghiandole endocrine, ma del buon vecchio etanolo.

Ho subito pensato che era una situazione troppo stuzzicante per evitare di approfittarne e quindi ho iniziato a scrivere, così senza obiettivi particolari, se non riportarvi un pensiero che da tempo mi perseguita.

L’altro giorno ho fatto un collage delle notizie riportate dalla prima pagina del Corriere Della Sera, il quotidiano online per cui nutro una forma di malcelata ossessione. Da un lato mi intrattiene, dall’altro lo biasimo per la perdita di qualità che ho potuto osservare negli ultimi anni. Continuo comunque ad abusarne perché è l’unico sito di informazione non bloccato dalla LAN aziendale.

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Non so cosa ne pensiate voi, ma mi è sembrata la Giornata Internazionale dell’Apocalisse, La Gazzetta del Terrore, la versione distopica del Burning Man. E tutti i giorni è così, ormai da tempo.

Non ne sono sicura (in quanto essere dubitante, passo al vaglio tutte le mie percezioni quotidianamente) ma sono abbastanza certa che il ruolo dell’informazione e dell’opinione pubblica non sia quello di limitarsi a comunicare la notizia, ma a contestualizzare i fatti, indagare le cause, creare dibattiti, formare idee.

Non trovo niente di tutto questo nell’attuale sistema giornalistico, ma solo una morbosa ossessione per la cronaca, l’allarmismo, l’appiattimento intellettuale. Certo non sono giorni facili questi che il mondo sta attraversando, anzi.  Ci stiamo destreggiando in una sorta di Basso Medioevo della modernità, dove il sonno della ragione sta generando mostri di proporzioni abnormi.

Il ruolo dell’informazione in questo panorama sempre più frastagliato, complesso e se vogliamo precario, dovrebbe essere quella di un grande collettore ricompattante, una sorta di Vinavil concettuale che prende le tessere di un mosaico impazzito e da un’immagine schizoide ne crea una intelligibile.

Ci vuole molto cuore nel vivere con questa accortezza la propria professione, ma sono abbastanza convinta che ci siano alcuni ambiti in cui l’etica e la vocazione personale debbano essere un aspetto imprescindibile.

Tipo, se fai la commessa da Zara magari non ti serve, ma se decidi di fare il giornalista, il medico, il politico, l’insegnante, dovresti avere una maggiore sensibilità etica e morale. Tutti forse, in realtà dovremmo averla.

Comunque vi vorrei consigliare questo libro: “Il mondo alla fine del mondo” di Luis Sepulveda. È un romanzo breve, sono circa un centinaio di pagine, il classico libro di intermezzo che si può inserire fra una lettura di un’opera più corposa e un’altra.

La storia è molto semplice, c’è un giornalista che lavora per un’agenzia indipendente specializzata in disastri ambientali, che riceve la notizia di una baleneria giapponese il cui equipaggio è stato trovato massacrato al largo della Terra del Fuoco.

Il perché del massacro è un mistero e il giornalista, deciderà di partire per il Cile per indagare.

Ci sono tante cose in queste cento pagine, si parla di giornalismo, di famiglia, di ambiente, di animali, di sofferenze e massacri, ma anche speranza. L’ho trovato in alcuni punti di una delicatezza commuovente. È così che si dovrebbe collettare la realtà, macinandola attraverso le parole per dargli una nuova vita, con umanità.

Vi lascio con Sepulveda, il suo sorriso simpatico (gli amanti di Boris noteranno certo una somiglianza con René Ferretti) e la garanzia che se cercate uno sballo legalizzato nei vostri uffici, il Kombucha fa al caso vostro.

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The young Baricco

E le camicie arrotolate sui bicipiti

Ultimamente nutro una vera e propria passione per la letteratura ceca. In realtà sono piuttosto ciclica nelle mie fasi: prima c’è stata la fase Americana, poi quella Sudamericana, poi quella Medio-Orientale a da tempo ha fatto capolino quella ceca.

Il responsabile di questa passione unilaterale, perché non credo che l’elite culturale ceca mi conosca è Boumil Hrabal.

Fatico molto a scrivere di lui, perché ho un rapporto speciale con questo ometto con il vizio dell’alcolismo. Forse perché non è conosciutissimo e mi piacerebbe che questa cosa restasse così e che le sue parole non fossero oggetto di critiche e di giudizi approssimativi. La sua figura è infatti controversa, e il suo problema con l’alcolismo ha portato a facili giudizi sulla sua scrittura, molto spesso ridotta a un effetto collaterale delle sue frequenti sbornie.

In verità non è autore facile da approcciare perché scrive seguendo un flusso di coscienza, con tutte le implicazioni del caso, scarsa punteggiatura e pensieri che si sovrappongono in modo rutilante. All’interno di questo panorama confuso, però si trovano delle perle di rara bellezza e verità, che sono impossibili da dimenticare. Chi legge Hrabal, lo può odiare o amare, ma non se lo dimenticherà mai. C’è tanta di quell’umanità nelle sue parole che raramente l’ho ritrovata in altri testi.

Il merito di questa scoperta letteraria, motivo per il quale nutrirò sempre una sorta di vaga gratitudine nei suoi confronti è stato, invero, Alessandro Baricco.

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C’è stato un tempo infatti, in cui lo ammetto candidamente, Baricco mi piaceva come scrittore. Ero poco più che ventenne e i suoi capelli mossi e il suo proverbiale eloquio mi avevano stregato. Un giorno preda di un sortilegio ormonale, ho trovato su Youtube degli estratti di un programma, “Picwick. Del leggere e dello scrivere”,  che lui presentava in Rai a metà degli anni 90.

Era un programma dedicato alla lettura, dove venivano letti e commentati degli spezzoni tratti da opere varie che un giovane Baricco dai folti capelli bruni recitava con passione. Inutile dire che ero completamente rapita da quest’uomo che ai miei occhi riusciva  a coniugare bellezza, fascino e cultura. Guardai tutto il programma e proprio durante una puntata venne presentato il romanzo icona di Hrabal: “Una solitudine troppo rumorosa”. La storia è semplice ma di una delicatezza straordinaria. Invece di riassumervela, potete trovare qui il famoso video in cui Baricco con camicia bianca arrotolata sui bicipiti mi ha convinta a leggerlo e mi ha consentito di incontrare questo scrittore straordinario. Dovete solo ascoltare i primi dieci minuti perché il libro viene presentato all’inizio puntata. Poi se vi piace la puntata potete pure guardarvela tutta, eh.

Se Baricco riuscirà a convincere anche voi, forse siete donne e le camicie arrotolate sui bicipiti degli uomini hanno su di  voi lo stesso ascendente che hanno su di me. In ogni caso sento di aver fatto una buona azione a condividere con voi questo fatto di Hrabal. Se poi avete del tempo durante queste sere estive, vi consiglio di riguardarvi tutto il programma, che è interessante e fatto bene, e ci  ricorda che c’è stato un tempo in cui Rai si faceva ancora intrattenimento di qualità. Adesso abbiamo Paola Perego e la Balivo, ma chissà forse ce le meritiamo anche.

Se poi vi venisse voglia di leggere Hrabal, spero lo amiate tanto quanto lo amo io e spero che un po’ della sua dolcezza struggente entri nelle vostre vite e  lasci il piccolo segno che ha lasciato nella mia.

Se lo odierete, sappiate che la maledizione di Baricco in camicia vi perseguiterà fino a che non vi iscriverete alla Scuola Holden e non verrete aggiunti forzatamente al gruppo di WhatsApp della vostra classe.