Rassegnazione, what else?

Di cene di Natale e libri da leggere

É domenica sera, a Milano nevica, e io dopo aver omaggiato i fiocchi di neve con piroette degne della Fracci e di uno spot natalizio della Bauli, ed essere rovinosamente scivolata sul marciapiede rischiando di rompermi una rotula, sento di aver dato tutto quello che potevo al Natale.

Ma proprio tutto. Il mio spirito hygge, la mia gratitudine si sono spente ancora prima che l’evento si realizzi e nonostante mi sia già levata con gioia l’incombenza dei regali, sto scivolando lentamente in una sorta di  pacifica rassegnazione circa tutto quello che si presenterà nelle prossime settimane: cene e aperitivi aziendali, pranzi con suocere e famigliari, lavoro matto e disperato pre-ferie.

Vorrei sentirmi il re del mondo come Leonardo di Caprio sulla prua del Titanic, ma mi sento più come quello che suonava isterico la campanella mentre avvistava l’iceberg.

Di certo sopravviverò anche quest’anno e diventerò una persona migliore, sorriderò di fronte al fumetto color grigio topo della zuppa di pesce di mia suocera, ringrazierò lieta di fronte al 9999 bagnoschiuma ricevuto come regalo, giocherò al tombolone con la mia famiglia, e disquisirò sull’ eterna diatriba  pandoro o panettone.

Probabilmente il momento peggiore sarà la cena aziendale. L’anno scorso c’era Pino Insegno come intrattenitore: a metà serata ho finto di stare male e me ne sono andata a casa, proprio nel momento in cui stava per venire proiettato il video motivazionale: Andiamo a Fatturare, con la base gentilmente mutuata da Rovazzi.

Quest’anno dicono ci sarà una sorpresa, cosa che di certo non promette nulla di buono, e più il momento si avvicina, più immagino tutti i dirigenti della mia azienda riuniti al 18°esimo piano olimpionico ad escogitare modi per renderci la cena di Natale più ostica di quanto già lo sia. Da anni ormai i posti vengono assegnati come ai matrimoni e viene meno anche l’unica ancora di salvezza, ovvero sedersi al tavolo con qualche collega giusto e darsi all’alcool.

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Per tutti coloro che si trovano nella mia situazione e non hanno voglia di cedere, almeno non completamente, a questa ondata di buonismo natalizio, suggerisco un libro. Ci ho messo quasi due mesi a finirlo, perché un po’ ostico, ma credo meriti di essere citato perché scritto bene e molto politicamente scorretto.

Si tratta di “É successo qualcosa” di Joseph Heller, un libro per diversi aspetti difficile, ma estremamente interessante.  Anzitutto è rognoso perché è difficile da trovare, nel senso che non esistono ristampe e quindi io l’ho recuperato acquistandolo su Amazon già usato. Secondo, perché nonostante sia un libro scritto divinamente, è ostico come pochi libri mi sono capitati per mano.

Non so se qualcuno di voi conosce Joseph Heller, ma è l’autore di “Comma 22”, uno dei libri icona della letteratura americana. Uno di quei libri che ha venduto tipo dieci milioni di copie, più o meno come i followers di instagram della Ferragni.

Comunque non contento di questi buoni risultati, dopo qualche anno il buon Joseph pubblica “É successo qualcosa”, che arriva dritto nelle mie mani in un giorno d’autunno del 2017.

La trama è semplice e allo stesso tempo complessa da spiegare, perché di fatto non succede nulla per quasi seicento pagine. O meglio c’è un evento nella vita del protagonista che innesca una sorta di stream of consciousness che costruisce l’impianto narrativo di tutto il libro.

Il progonista è Bob Slocum, un americano benestante che lavora in una multinazionale, a cui viene offerta una promozione lavorativa, motivo che lo porterà ad interrogarsi sulla sua vita e sui rapporti con la sua famiglia e i suoi figli.

Ogni capitolo è dedicato ad un componente del suo nucleo famigliare: Slocum vive con la moglie e tre figli, di cui uno disabile, in una ricca zona di una non precisata cittadina americana, e a differenza di quanto ci si possa aspettare, Bob odia la sua famiglia.

Non sopporta la moglie e la tradisce periodicamente con altre donne, odia sua figlia maggiore che lo tormenta accusandolo di essere un pessimo padre, odia il figlio disabile e desidera muoia il prima possibile per liberare la famiglia della sua presenza. L’unico per cui prova una sorta di forma di affetto è l’altro figlio, un ragazzino sensibile che ricorda a Bob sé stesso da bambino e con cui comunque i rapporti andranno deteriorandosi nel tempo.

Anche i suoi rapporti di lavoro  sono governati dall’odio e dalla paura, i suoi colleghi sono così impersonali da essere chiamati con i nomi dei colori: Mr. Green, Mr. White, Mr. Brown (forse una citazione quella di Tarantino nelle Iene?) e vanno a costituire un microcosmo aziendale assolutamente moderno (potrebbe essere quello di qualsiasi azienda dei nostri tempi).

In questo contesto decisamente ansiogeno, composto da paura, odio, indifferenza dei legami famigliari, l’unico motivo di gioia per Slocum è il ricordo un vecchio amore giovanile,  e il sesso, visto come unico aspetto che connette il protagonista alla realtà.

Non so se vi ho persuaso, ma merita di essere letto. Non è facilissimo da sostenere, perché tutte queste pagine di monologo interiore lo rendono poco scorrevole a tratti, ma è scritto divinamente e vale almeno un tentativo. Nonostante sia stato scritto negli anni 70′, c’è tutta l’America di adesso fra quelle pagine, tutti i valori di una delle società fra le più contraddittorie, osservati con un cinismo e una lucidità che delizia.

Vi lascio il link di IBS, dove ne risultano disponibili poche copie, se comunque non lo trovaste sono disposta a spedirlo al pazzo/a che si facesse convincere dalla mia descrizione a leggerlo.

https://www.ibs.it/successo-qualcosa-libri-vintage-generic-contributors/e/5000000069051

Diamoci al book sharing perbacco, in fondo a Natale siamo tutti più buoni!

E poi…

Di notifiche, tartarughe e silenzi

Sono giorni che sul mio Iphone appare una notifica, che credo di aver creato io (dico credo perché non ho la più pallida idea di come abbia fatto)  che mi ricorda a più riprese durante la giornata, il seguente (profondo) messaggio: “E poi”.

All’inizio ero parecchio infastidita da questo rutilante pushing karmico nei miei confronti, poi ho iniziato ad apprezzarne l’utilità e a pensare che dopo tutto, dopo la vita, il lavoro, la famiglia, le relazioni, i viaggi, le malattie, le cose belle e brutte, l’estate e l’inverno c’è sempre un poi.

Tipo stamattina mi sono accorta, dopo quel “E poi”,  che erano due mesi che non aggiornavo più il blog. O più genericamente non scrivevo, causa principale di assenza di post. Sarebbe stato molto bello se ciò fosse accaduto  a causa di qualcosa di  importante, edificante o nuovo. In realtà lo attribuisco a un pigro e banale scorrere del tempo che mi ha portato dritto qui, alle porte dell’inverno e del grande cabaret natalizio.

Il mio approccio rispetto alle azioni che compio e alle cose che faccio nella vita segue il flusso delle stagioni, appena arriva l’autunno entro in una sorta di letargo energetico che mi impone  il nulla. Mi sento come il saggio Morla nelle Paludi della Tristezza che dopo aver passato secoli di inedia e solitudine parla riferendosi a sé stesso con il nos maiestatis. (per chi non conoscesse la citazione, film La Storia Infinita, e per cortesia recuperate questa lacuna!! ).

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Mi trascino per casa con delle pantofole imbottite di lana a forma di pecora e una coperta di pile, versione Yeti moderna,  con le mani cinte dietro la schiena bofonchiando lamentele sul mondo, la tassazione, lo Stato e i panettoni che non hanno più il sapore di una volta. Un po’ come gli anziani che guardano i cantieri.

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Sono simpatica come la gengivite e credo che a breve il mio fidanzato mi ripudierà a favore di una minorenne dell’est, che come insegna Paola Perego, è certamente migliore di un’italiana over trenta.

In tutto questo tempo però ho letto dei libri interessanti, che esulano un po’ i titoli che ricorrono spesso in rete nell’ultimo periodo e dei quali, se non mi si ibernano completamente i neuroni vi parlerò. Non come consigli di eventuali regali, ma come goduriose letture singole per affrontare con dignità questo mese in cui dovremmo avere necessariamente a che fare con parenti chiassosi, famiglie disfunzionali, colleghi antipatici e regali da reciclare!