Il mondo alla fine del mondo

Riflessioni semi serie sulla civiltà

Vorrei introdurre in modo serio e obiettivo l’argomento di cui mi preme parlare. Ma non credo sarò in grado. Oggi mi sono involontariamente ubriacata e sono tutt’ora in ufficio a fare i conti con la molestia etilica, che mi fa ridere del tragico e piangere del comico.

Mi sono mezza ubriacata con un litro di té Kombucha. Cosa che solo io posso fare. Ne ho acquistato una bottiglia in un negozio biologico sotto l’ufficio perché la commessa mi ha garantito mi avrebbe aiutata con la digestione. Ho pensato, che, come dicevano i saggi latini, melius est abundare quam deficere, e dal bicchierino dopo pasto sono giunta a terminare la bottiglia. Nessuno mi aveva però informata che le bevande fermentate rilasciano alcool, l’ho scoperto quando ho iniziato a sentirmi inspiegabilmente felice e ho capito che non era l’effetto delle endorfine secrete dalle mie sfasate ghiandole endocrine, ma del buon vecchio etanolo.

Ho subito pensato che era una situazione troppo stuzzicante per evitare di approfittarne e quindi ho iniziato a scrivere, così senza obiettivi particolari, se non riportarvi un pensiero che da tempo mi perseguita.

L’altro giorno ho fatto un collage delle notizie riportate dalla prima pagina del Corriere Della Sera, il quotidiano online per cui nutro una forma di malcelata ossessione. Da un lato mi intrattiene, dall’altro lo biasimo per la perdita di qualità che ho potuto osservare negli ultimi anni. Continuo comunque ad abusarne perché è l’unico sito di informazione non bloccato dalla LAN aziendale.

Immagine1

Non so cosa ne pensiate voi, ma mi è sembrata la Giornata Internazionale dell’Apocalisse, La Gazzetta del Terrore, la versione distopica del Burning Man. E tutti i giorni è così, ormai da tempo.

Non ne sono sicura (in quanto essere dubitante, passo al vaglio tutte le mie percezioni quotidianamente) ma sono abbastanza certa che il ruolo dell’informazione e dell’opinione pubblica non sia quello di limitarsi a comunicare la notizia, ma a contestualizzare i fatti, indagare le cause, creare dibattiti, formare idee.

Non trovo niente di tutto questo nell’attuale sistema giornalistico, ma solo una morbosa ossessione per la cronaca, l’allarmismo, l’appiattimento intellettuale. Certo non sono giorni facili questi che il mondo sta attraversando, anzi.  Ci stiamo destreggiando in una sorta di Basso Medioevo della modernità, dove il sonno della ragione sta generando mostri di proporzioni abnormi.

Il ruolo dell’informazione in questo panorama sempre più frastagliato, complesso e se vogliamo precario, dovrebbe essere quella di un grande collettore ricompattante, una sorta di Vinavil concettuale che prende le tessere di un mosaico impazzito e da un’immagine schizoide ne crea una intelligibile.

Ci vuole molto cuore nel vivere con questa accortezza la propria professione, ma sono abbastanza convinta che ci siano alcuni ambiti in cui l’etica e la vocazione personale debbano essere un aspetto imprescindibile.

Tipo, se fai la commessa da Zara magari non ti serve, ma se decidi di fare il giornalista, il medico, il politico, l’insegnante, dovresti avere una maggiore sensibilità etica e morale. Tutti forse, in realtà dovremmo averla.

Comunque vi vorrei consigliare questo libro: “Il mondo alla fine del mondo” di Luis Sepulveda. È un romanzo breve, sono circa un centinaio di pagine, il classico libro di intermezzo che si può inserire fra una lettura di un’opera più corposa e un’altra.

La storia è molto semplice, c’è un giornalista che lavora per un’agenzia indipendente specializzata in disastri ambientali, che riceve la notizia di una baleneria giapponese il cui equipaggio è stato trovato massacrato al largo della Terra del Fuoco.

Il perché del massacro è un mistero e il giornalista, deciderà di partire per il Cile per indagare.

Ci sono tante cose in queste cento pagine, si parla di giornalismo, di famiglia, di ambiente, di animali, di sofferenze e massacri, ma anche speranza. L’ho trovato in alcuni punti di una delicatezza commuovente. È così che si dovrebbe collettare la realtà, macinandola attraverso le parole per dargli una nuova vita, con umanità.

Vi lascio con Sepulveda, il suo sorriso simpatico (gli amanti di Boris noteranno certo una somiglianza con René Ferretti) e la garanzia che se cercate uno sballo legalizzato nei vostri uffici, il Kombucha fa al caso vostro.

sepulveda

2 thoughts on “Il mondo alla fine del mondo”

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