Orange is the new black

Contributi stilistici alla Fashion Week

Stamattina in ufficio si è svolta l’esercitazione anti-incendio. Non sarebbe un evento degno di nota se non fossi stata estratta fra cinquecento dipendenti per vestire  la divisa della squadra di emergenza. In poco tempo ho appreso che avrei dovuto vestirmi con caschetto arancione, gilet catarifrangente e scarpe infortunistiche e guidare i miei colleghi all’evacuazione dell’edificio. La mia reazione è stata estremamente ostile, non tanto per la mia assoluta incapacità di mettere in salvo degli esseri viventi (alcuni dei quali, lo ammetto candidamente non avrei salvato dall’ipotetica calamità), quanto più per l’orribile divisa che avrei dovuto indossare e che mi avrebbe reso lo zimbello di tutta l’azienda per i mesi a seguire.

Tutti possono dimenticare qualcosa, ma non se indossi un gilet catarifrangente arancione e un caschetto in tinta che farebbero sembrare poco credibile anche Rita Levi Montalcini.   A questo si aggiungeva anche una certa difficoltà nel portare a termine l’obiettivo desiderato dall’azienda: l’esercitazione non solo prevede la banale evacuazione dell’edificio in caso di emergenza, ma stabilisce che avvenga nei tempi previsti dal regolamento aziendale.

I Sacri Padri  Fondatori del regolamento aziendale (cinici e bari), hanno stabilito che il tempo utile per evitare morte e distruzione in caso di calamità sia intorno agli otto minuti. Otto minuti in cui circa 500 persone disposte su 17 piani devono scendere in modo ordinato da un’angusta scala d’emergenza per raggiungere la strada e posizionarsi in un cosiddetto angolo sicuro, che in questo caso è rappresentato da un quadrante di un incrocio nel centro di Milano.

Forse i Sacri Padri Fondatori avevano escogitato ciò per liberarsi massivamente dei propri dipendenti, teoria che ho provato ad esporre al Responsabile della Sicurezza, il quale però non ha voluto sentire ragioni in merito alla mia possibile defezione.

Così armata di caschetto, gilet e scarpe pesanti ho atteso che il rombo dell’allarme desse il via alla mia impresa. Ordinata e felice ho invitato i colleghi a defluire verso le uscite di sicurezza e una volta certa che tutti avessero prontamente eseguito l’ordine sono uscita a mia volta, incespicando sulle mie nuove scarpe infortunistiche. Ho ignorato le risatine di beffa delle colleghe, gli sguardi di compatimento di altri, e orgogliosa sono uscita dall’edificio, insieme agli altri addetti della sicurezza, che come me condividevano questo infame destino.

La mia espressione di gaudio, una volta giunta all’angolo di sicurezza, unita all’outfit pregiato di cui ero testimone, è stata immortalata da un tale, che in piena Fashion Week ha pensato forse fossi una fashion blogger disagiata, o qualcosa di simile. Ho tentato di inveire e farlo smettere, ma in pochi secondi era sparito, seguendo una koreana con i capelli verde smeraldo.

Forse ora sarò su qualche profilo instagram alla moda, o taggata con qualche hashtag tipo #fashiondiscomfort #crazypeople #italiansdoitbetter #orangeisthenewblack.

E pensare che per condurre una vita lavorativa così vicina a quella del Ragioner Fantozzi ho dovuto fare dei pregevoli studi.

Karl Lagerfeld, salvami tu.

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Tragedie in due battute

Socialità canaglia

Milano, una sera qualunque. La scena si svolge sull’uscio di casa.

A: “Dai ragazzi vediamo di incontrarci più spesso: organizziamo una cena una sera a Milano, anche in settimana, in quaranta minuti io sono qui. O voi venite da me, mi piacerebbe farvi vedere la mia nuova casa!”

Regista: “Volentieri A., non facciamo passare i mesi come di solito.”

A. “Cosi ne approfitto per farvi conoscere la mia nuova bella!”

Miss Chorrì: ” Chi, il tuo nuovo cane?”

A. “No la mia fidanzata”.

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Il mondo alla fine del mondo

Riflessioni semi serie sulla civiltà

Vorrei introdurre in modo serio e obiettivo l’argomento di cui mi preme parlare. Ma non credo sarò in grado. Oggi mi sono involontariamente ubriacata e sono tutt’ora in ufficio a fare i conti con la molestia etilica, che mi fa ridere del tragico e piangere del comico.

Mi sono mezza ubriacata con un litro di té Kombucha. Cosa che solo io posso fare. Ne ho acquistato una bottiglia in un negozio biologico sotto l’ufficio perché la commessa mi ha garantito mi avrebbe aiutata con la digestione. Ho pensato, che, come dicevano i saggi latini, melius est abundare quam deficere, e dal bicchierino dopo pasto sono giunta a terminare la bottiglia. Nessuno mi aveva però informata che le bevande fermentate rilasciano alcool, l’ho scoperto quando ho iniziato a sentirmi inspiegabilmente felice e ho capito che non era l’effetto delle endorfine secrete dalle mie sfasate ghiandole endocrine, ma del buon vecchio etanolo.

Ho subito pensato che era una situazione troppo stuzzicante per evitare di approfittarne e quindi ho iniziato a scrivere, così senza obiettivi particolari, se non riportarvi un pensiero che da tempo mi perseguita.

L’altro giorno ho fatto un collage delle notizie riportate dalla prima pagina del Corriere Della Sera, il quotidiano online per cui nutro una forma di malcelata ossessione. Da un lato mi intrattiene, dall’altro lo biasimo per la perdita di qualità che ho potuto osservare negli ultimi anni. Continuo comunque ad abusarne perché è l’unico sito di informazione non bloccato dalla LAN aziendale.

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Non so cosa ne pensiate voi, ma mi è sembrata la Giornata Internazionale dell’Apocalisse, La Gazzetta del Terrore, la versione distopica del Burning Man. E tutti i giorni è così, ormai da tempo.

Non ne sono sicura (in quanto essere dubitante, passo al vaglio tutte le mie percezioni quotidianamente) ma sono abbastanza certa che il ruolo dell’informazione e dell’opinione pubblica non sia quello di limitarsi a comunicare la notizia, ma a contestualizzare i fatti, indagare le cause, creare dibattiti, formare idee.

Non trovo niente di tutto questo nell’attuale sistema giornalistico, ma solo una morbosa ossessione per la cronaca, l’allarmismo, l’appiattimento intellettuale. Certo non sono giorni facili questi che il mondo sta attraversando, anzi.  Ci stiamo destreggiando in una sorta di Basso Medioevo della modernità, dove il sonno della ragione sta generando mostri di proporzioni abnormi.

Il ruolo dell’informazione in questo panorama sempre più frastagliato, complesso e se vogliamo precario, dovrebbe essere quella di un grande collettore ricompattante, una sorta di Vinavil concettuale che prende le tessere di un mosaico impazzito e da un’immagine schizoide ne crea una intelligibile.

Ci vuole molto cuore nel vivere con questa accortezza la propria professione, ma sono abbastanza convinta che ci siano alcuni ambiti in cui l’etica e la vocazione personale debbano essere un aspetto imprescindibile.

Tipo, se fai la commessa da Zara magari non ti serve, ma se decidi di fare il giornalista, il medico, il politico, l’insegnante, dovresti avere una maggiore sensibilità etica e morale. Tutti forse, in realtà dovremmo averla.

Comunque vi vorrei consigliare questo libro: “Il mondo alla fine del mondo” di Luis Sepulveda. È un romanzo breve, sono circa un centinaio di pagine, il classico libro di intermezzo che si può inserire fra una lettura di un’opera più corposa e un’altra.

La storia è molto semplice, c’è un giornalista che lavora per un’agenzia indipendente specializzata in disastri ambientali, che riceve la notizia di una baleneria giapponese il cui equipaggio è stato trovato massacrato al largo della Terra del Fuoco.

Il perché del massacro è un mistero e il giornalista, deciderà di partire per il Cile per indagare.

Ci sono tante cose in queste cento pagine, si parla di giornalismo, di famiglia, di ambiente, di animali, di sofferenze e massacri, ma anche speranza. L’ho trovato in alcuni punti di una delicatezza commuovente. È così che si dovrebbe collettare la realtà, macinandola attraverso le parole per dargli una nuova vita, con umanità.

Vi lascio con Sepulveda, il suo sorriso simpatico (gli amanti di Boris noteranno certo una somiglianza con René Ferretti) e la garanzia che se cercate uno sballo legalizzato nei vostri uffici, il Kombucha fa al caso vostro.

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Depressione post-rientro

Da Klimt al Bricocenter

Ci ho messo una settimana a riprendermi dallo shock per la fine delle vacanze e il mio rientro in ufficio. Ho avuto una sequela di sintomi che non ve li racconto, culminati con umori ballerini e voglia repentina di cambiare vita/lavoro/città, se possibile in un’unica formula.

Mentre preda della più cupa disperazione tentavo di affrontare la situazione appellandomi a tutta la farmacologia da banco disponibile, Il CorrieredellaSera.it, mio compagno delle giornate più nere, è venuto in soccorso pubblicando giusto pochi giorni fa una lista delle cose da fare per non incappare nella depressione post rientro.

La lista, sulla quale non avevo grandi aspettative, si è rivelata abbastanza inutile. Aveva uno stile che si collocava a metà fra i consigli della nonna e quelli di Luciano Onder. In alcuni punti il tono si faceva così aziendalista da farmi temere che questa sequela di consigli fossero in realtà redatti da qualche multinazionale cattiva e un po’ inquietante, come la Monsanto o la Bayer.

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Di tutti i consigli poco efficaci presentati, tipo dormi otto ore, ricordati di essere sempre grato di quello che hai, abbraccia i tuoi colleghi e sorridi alla vita, ce n’era uno che mi è sembrato l’unico salvabile e che ho pensato di applicare alla mia situazione, anche con un certo entusiasmo.

Sembra infatti che il rientro sia più dolce, se si mantengono vive le abitudini che ci hanno fatto bene in vacanza e che tendiamo ad accantonare una volta rientrati alla quotidianità. Anche questo a dire il vero sembra un consiglio alla Paolo Crepet, però ho voluto dargli una chance e  ho quindi pensato di progettare il primo week-end di rientro dalle vacanze con attività e gite che sarebbero culminate con la visione della mostra Klimt Experience che c’è al Mudec di Milano.

Non so che cosa sia esattamente questa Klimt Experience, ma pare sia una sorta di mostra interattiva-immersiva con i quadri proiettati sui soffitti, buio e musica di accompagnamento. Una cosa bella, da fare, per chi come me adora la Secessione Viennese.

Ho quindi acquistato il biglietto in prevendita, garantendo a me e al Regista un’entrata snella e priva di coda. Peccato che il destino baro alla mostra non ci abbia fatto arrivare, nonostante i trenta euro non rimborsabili della prevendita avrebbero convinto anche nostro Signore  della bontà di non farci mancare all’evento.

Una congestione fulminante ha costretto il Regista al divano, rantolante e con un colorito ceruleo da rigor mortis. La colpa è stata ovviamente sua, visto che con una parmigiana di melanzane sullo stomaco, un tiramisù e svariati biscottini, ha deciso di portare il cane a passeggio in canottiera, incurante del calo di temperatura portataci dal sempre benvoluto  ciclone Poppea.

Depressa, arrabbiata e con poca voglia di occuparmi del consorte, mi sono trovata a girovagare sotto casa come un’anima in pena cercando di ritrovare il senso perduto della mia domenica. Purtroppo non l’ho trovato, sono solo incappata nel Bricocenter del quartiere, un posto orribile, la patria del bricolage per i depressi, dove ebbra di disperazione ho acquistato una scopa, dei sacchi per la spazzatura e dei panni in microfibra per la casa, che si sa, se ne ha sempre bisogno.

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Non so che cosa avrebbe pensato l’autore dell’articolo sul Corriere del mio tentativo fallito di nobilitare la prima domenica di rientro dalle vacanze.

Io so solo che a quella lista inutile di consigli, mancava quello più importante di tutti: copritevi lo stomaco e evitate i Bricocenter.