Le otto montagne

Habemus Cognetti

Con il mio solito ritardo essenziale, sono approdata alla lettura di “Le otto montagne” di Paolo Cognetti. Confesso che non lo conoscevo come autore e che mi sono convinta ad acquistare il suo ultimo libro prostrata dalle ripetute sollecitazioni a cui il mondo mi ha sottoposta. Tipo che in ogni libreria in cui entravo il libro era lì nello scaffale dei best seller/novità/figata pazzesca e nonostante abbia  tentato più volte di ignorarlo, la forza di Cognetti è stata incontrastabile. Alla fine ho perso la mia battaglia contro le edizioni in copertina rigida di Einaudi e ho deciso di investire i miei 18,50€ in quest’opera, a cui però ho guardato con sospetto fin dall’inizio. Perché vi chiederete voi? Perché io con la montagna e soprattutto con la Val d’Aosta, regione in cui gran parte del libro è ambientato, ho un rapporto speciale. I miei nonni paterni vengono infatti da lì: mia nonna era una deliziosa francesina e mio nonno un valdostano guascone che le rubò il cuore. Si sono amati,  hanno avuto nove figli, e vissuto parte della loro vita in un piccolo paesino della Val d’Aosta. Nonostante io sia nata e vissuta nella ridente Pianura Padana, ho collezionato dei ricordi indelebili delle mie estati in montagna in mezzo ai boschi e agli alpeggi, circondata da questa grande famiglia italo francese, con cui facevo escursioni in cima alle montagne, portavo le mucche al pascolo e mi divertivo a smettere di essere l’educata bambina di città.

Questo per dire che ero pronta al peggio, pronta a leggere qualcosa di bello che però non avrebbe saputo restituirmi quelle atmosfere che avevo vissuto, pronta anche a leggere qualcosa di brutto, pronta a non essere pronta per i racconti sulla montagna. E invece Cognetti, nonostante la sua giovine età anagrafica, ci sa fare. Anzitutto scrive benissimo, la sua prosa è fluente e intensa. Ha una scrittura asciutta, priva di fronzoli, ma non banale. Non ultimo è in grado di essere commuovente senza cadere nel lirismo, ci sono stati dei passaggi in cui mi sono venuti i brividi, e non perché in metro c’erano -26gradi e avevo il bocchettone dell’aria condizionata sparato sulla cervicale.

La storia, che vi riassumo senza fare brutti spoiler, è semplice. Pietro è un ragazzino che vive a Milano, i suoi genitori sono veneti e hanno lasciato le montagne per raggiungere la città, in cerca di lavoro e di un nuovo inizio. Durante le vacanze estive affittano una piccola casa a Grana, un immaginario paese ai piedi del Monte Rosa, dove Pietro conosce Bruno, un ragazzino di montagna suo coetaneo. Da lì si snoda tutta la trama che seguirà Pietro nella sua crescita, fino all’età adulta.

Un plot semplice ma ricco di delicatezza. Un libro che consiglio assolutamente. Anzitutto sono duecento pagine, quindi non è niente di inaffrontabile, in più ogni tanto del sacrosanto campanilismo non guasta, Cognetti è giovane e talentuoso e si merita grandi opportunità. Tutt’al più che essendo in Italia, dalle vendite del libro guadagnerà quattro ceci e tre banane.  Inoltre ha un blog su cui scrive e che vi linko qui, se vi venisse la voglia di leggerlo: http://paolocognetti.blogspot.it/

Alle donne più interessate, inserisco anche questa sua sognante fotografia, che non sia mai, come diceva mia nonna, magari è un buon partito.

Immagine1

 

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