Gameti in crisi

Vota anche tu per l’estinzione

Mentre l’intenso dibattito mediatico attorno alle prossime elezioni impervia, io da donna frivola quale sono, mi occupo invece di notizie più superficiali che rappresentano a mio avviso, più della faccia liftata di Berlusconi, la tragedia dei tempi che corrono.

Pare sia  stata pubblicata la ricerca di un’ equipe di medici europei che ha evidenziato come la presenza di spermatozoi presenti all’interno del liquido seminale maschile negli ultimi 40 anni sia calata circa del 40%. Un uomo americano, europeo, o asiatico, rispetto ai suoi nonni, possiede quasi la metà di spermatozoi, che sembra non si siano semplicemente ridotti in termini di numero, ma anche di qualità.

In questi ambiti, la qualità si misura in standard decisamente virili: uno spermatozoo per essere davvero macho deve essere veloce e avere grande mobilità. Ecco sembra che insieme al numero, queste due caratteristiche siano sempre meno riscontrate: i nostri amici sono lenti e di qualità scadente. Sono un po’ depressi diciamo, e quindi molto spesso la già ardua impresa della fecondazione dell’ovulo diventa una missione pressochè impossibile.

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A questo si aggiunge il fatto che, soprattutto in Italia, l’età media della donna che si approccia alla maternità supera la trentina, dove avviene un calo fisiologico della fertilità e quindi la combo ovulo non freschissimo e spermino lento e poco motivato, determinano la cosiddetta infertilità di coppia, a cui la nostra cara ministra Lorenzin ha voluto dedicare il ben noto Fertily Day.  L’infertilità infatti provoca il temibile calo demografico: la popolazione nel tempo invecchia e la possibilità che il sistema pensionistico possa reggere a queste condizioni è improbabile.

Insomma, ci stiamo estinguendo.

Io ne sono anche abbastanza contenta vi dirò e non ne sono nemmeno stupita. Ho letto tempo fa, su una rivista americana, il parere di un ginecologo esperto in estinzioni animali. Si analizzava l’estinzione del panda, che è stata poi interrotta grazie alle tecniche di fecondazione assistita operate dall’uomo. Perché vi chiederete voi cari amici è stato necessario mettere in provetta pure i panda? Perchè gli orsetti furboni, ad un certo punto, hanno smesso completamente di accoppiarsi, e studiando il perché (anche abbastanza ovvio) di questo fenomeno, si è poi scoperto che era correlato al numero sempre più esiguo di risorse a loro disposizione.

Le foreste di Bambù sono state estirpate per far spazio all’agricoltura e i simpatici mammiferi mangioni, hanno ancestralmente smesso di accoppiarsi, perché di fronte alla mancanza di risorse per crescere la prole, la prole era meglio non esistesse. In fondo è un po’ quello che succede agli animali negli zoo, più lo spazio vitale di un animale si restringe e il suo poter essere animale nell’ambiente è impedito, più diminuisce la possibilità che avvengano accoppiamenti naturali o nascano cuccioli.

Ecco, sta tutto qui. Io credo che all’uomo stia succedendo una cosa simile. Se ci si guarda attorno la percezione è quella di mondo sempre più ostile, con risorse che nel tempo diventano sempre più limitate, e la cui corsa al procacciamento delle stesse ha condotto negli ultimi anni a un disastro nell’ecosistema che sappiamo tutti essere un processo difficilmente reversibile.

Di fatto siamo uomini, e nonostante ci si sia  convinti che indossando abiti firmati, guidando belle macchine e andando al ristorante, la nostra parte più mammifera non esista, ce lo ricordano i nostro ovuli e i nostri spermatozoi che basta, forse è il venuto il momento di farsi due domande. Perchè siamo una civiltà molto brava e puntuale nel dare risposte, ma lacunosa nel mettersi in discussione: siamo fortissimi sulle tecniche di fecondazione in vitro, ma meno bravi a creare le condizioni sociali perché queste non servano.

Non solo, sembra che si faccia sempre meno l’amore: in Svezia il governo ha realizzato un intermezzo pubblicitario in cui invitava le coppie di fronte alla televisione a spegnere l’infernale aggeggio e darsi da fare. Siamo troppo distratti dalla tecnologia e abituati all’intrattenimento passivo: anche fare l’amore diventa poco invogliante. Trovo che se siamo giunti a questo livello, l’alert sia massimo ed è  anche su queste questioni che la politica dovrebbe interrogarsi .

Non abbiamo bisogno di promesse su tasse che verranno magicamente estinte mentre dal cielo pioverà oro, o di garanzie sul benessere che gronderà a fiumi in un’orgia di lavoro e crescita del PIL: credo sia chiaro ormai che non basta quello per rendere dei cittadini felici.

Bisogna tutelare e garantire la qualità della vita, la qualità dell’ambiente in cui viviamo, avere la sicurezza che chi ci rappresenta ha davvero a cuore la sorte dei suoi cittadini e dei figli che verranno dopo di loro, e invece la politica è diventata uno show di individui narcisisti che recitano la loro piecé teatrale tentando di smantellare quello che è stato fatto nella legislazione precedente.

E così all’infinito, in un eterno ritorno da girone dantesco.

Io domenica andrò a votare, vorrei evitare tantissimo di trovarmi il Berlusca o Salvini come presidenti del consiglio, cosa che è molto probabile succeda. Domenica ho organizzato un rituale ellenico, in cui brucerò incenso e ballerò come una vestale tenendo fra le mani l’etica di Spinoza e chiedendo l’interdizione di YHWH (mi sembra un Dio più severo degli altri), nella speranza che elimini i corrotti, salvi i giusti e faccia resuscitare Ugo Tognazzi per qualche ora mentre in loop mi fa la scena della Supercazzola, solo per me.

E voi, cari amici,  come vi preparate per le elezioni?

Anziani di domani

Piccolo Compedio sul Fastidio

Se avrò mai l’ardire di invecchiare e diventare anziana, so già che sarò piena di rancore nei confronti di tutti. È un pensiero che ho realizzato pochi giorni fa, quando nel pieno di una crisi di misantropia in metropolitana, ho odiato profondamente tutti i presenti, esclusa la sottoscritta.  Mi infastidiscono troppe cose, situazioni, maleducazioni, per pensare che la situazione non peggiorerà in futuro e non mi trasformerò prima in una donna sulla cinquantina logorroica e dopo in un’anziana un po’ curva con una barba ispida e qualche baffo.

È noto infatti che in una donna dopo la menopausa i livelli di estrogeni calino in favore del testosterone e quindi non solo la biologia è stata bara con il gentil sesso nella sua età fertile, regalandogli cellulite, problemi mestruali, sbalzi umorali e compagnia bella, ma la trasforma poi negli anni in una versione ingentilita dello yeti, in un’età in cui bellezza e tonicità sono già sfioriti da tempo.

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Vorrei comunque stendere una lista degli atteggiamenti che più mi infastidiscono delle persone e del loro modo di vivere gli ambienti pubblici che subisco quotidianamente e che sono indice di un basso livello di educazione e senso civico, chiedendovi di contribuire a questo piccolo compendio del fastidio con quello che reputate manchi a questa preziosa lista.

  • Quelli che buttano i mozziconi di sigaretta a terra dopo aver fumato.
  • Quelli che con qualche scusa, o anche senza scusa, sorpassano le file.
  • Quelli che dal medico ti dicono, “Posso passare avanti, devo solo fare una ricetta” e poi stanno 45minuti ad occupare il medico raccontandogli dei loro calli e duroni plantari.
  • Quelli che in metro hanno lo zainetto, nonostante si stia stipati in 150 in 10mq, e non solo non se lo tolgono dalle spalle ma si girano scattando a destra e manca sfoderandoti sciabolate sulla faccia.
  • Quelli che sui mezzi pubblici a gran voce parlano di dettagli scabrosi della loro vita, visite mediche, risultati di esami, liti con i fidanzati, separazioni, ristrutturazioni di case e altro ancora.
  • Quelli che se ti urtano o pestano i piedi non ti chiedono scusa.
  • Quelli che non fanno sedere le donne incinte/anziane (o anziani) sui mezzi pubblici nonostante ce li abbiano di fronte.
  • Le coppie che si scambiano effusioni spinte, ovunque esse si trovino.
  • Quelli che non rallentano vicino alle strisce pedonali, anzi se vedono che provi ad attraversare accelerano per dissuaderti con la minaccia di un potenziale investimento.
  • Quelli che rinunciano alle regole base dell’igiene per deliziare chi incontrano con effluvi poco edificanti.
  • Quelli che hanno la Smart e la parcheggiano nei posti blu, dandoti l’illusione che il posto sia libero.
  • Quelli che al cinema o a teatro non spengono il telefono.
  • Quelli che ascoltano i messaggi vocali di fronte a tutti.
  • Quelli che non raccolgono le deiezioni dei loro cani.
  • Quelli che quando devi scendere alla tua fermata, non si spostano di un millimetro dalla loro posizione e devi fare la gimkana per scendere dal mezzo su cui ti trovi.
  • Quelli che buttano i rifiuti a terra, in spiaggia, nel mare, ovunque si trovino.
  • Quelli che all’autogrill o nei bagni pubblici lasciano situazioni imbarazzanti, non preoccupandosi che qualcuno dopo di loro, forse dovrà utilizzare quel bagno.

Mi rendo conto che il rancore nei confronti dei possessori di Smart non è politicamente corretto, ovviamente anche loro hanno il diritto di parcheggiare, ma comunque mi crea degli attriti interiori non da poco incontrare un parcheggio occupato da una Smart. La lista non prevede voci come: bambini rumorosi nei ristoranti, e altre piccole cose che mi infastidiscono ma che non rientrano, suppongo, all’interno di una questione di educazione o meno: a volte i figli, nonostante la buona educazione dei genitori, crescono un po’ come gli pare, e attraversano delle fasi difficili da piccoli Satana che spesso rientrano autonomamente.

Vi prego di deliziarmi con i vostri rancori personali, non fatemi sentire sola in questa situazione. Non so se questo momento di odio nei confronti del mondo è causata dalla lettura che mi sta dilettando in questo periodo. Per farmi più male di quanto il mondo già faccia, sto leggendo Finzioni di Borges. Non mi sono mai sentita all’altezza di leggere Borges, e lo sto affrontando solo ora, constatando che la percezione di non essere in grado di leggerlo è stata esatta e puntuale. Sento di avere per le mani del materiale incandescente, di una certa difficoltà e pieno di citazioni auliche e dottissime: questo non solo acutizza la percezione che io conosca ben poco dello scibile umano, ma mi fa sognare un mondo in cui tutto sia pennellato alla perfezione come nei suoi racconti.

Invece mi confronto quotidianamente con la mancanza di decoro del mondo, e anche mio, perché suvvia non sono esente dall’ aver volontariamente o meno agito in modo maleducato qualche volta. Io però come anticipato, pagherò questo dazio con la barba e i baffi da anziana, e scusatemi, non è poco.

Una donna virtuosa

L’amore in tempi di crisi

In questi giorni ho riflettuto a lungo sul tema dell’amore. Mi si è ripetutamente proposto attraverso diversi contributi: ho terminato di leggere Notre-Dame de Paris, ho visto al cinema il pluricitato “Call me by your name” di Luca Guadagnino, e complice la pressante pubblicità di San Valentino che perseguita ovunque e chiunque non ho potuto non soffermarmi a riflettere. Non tanto sull’amore in sé, ma sulla verità dell’amore, che trovo sia un punto molto più interessante.

In fondo cresciamo con un’idea dei sentimenti molto stereotipata. Film, libri, racconti ci narrano di amori passionali, struggenti, a volte maledetti, ma sempre sostenuti da questa grande forza che tutto muove. Sembra che quando siamo innamorati si perda il senno, che l’incontro con l’anima gemella abbia quasi un potenziale salvifico, ci elevi dalla mediocritas, ci renda individui migliori, riempia bocca e cuore di parole e intenzioni romantiche, bruci i nostri sensi fino a desiderare l’altro in modi che non avevamo mai sperimentato.

Di fatto è così. Non dissento, la magia dell’incontro di due anime e di due corpi crea un vortice di sensazioni e sentimenti assolutamente unici e irripetibili. Ma passata questa fase, cosa succede all’amore?

Perché se si cerca qualcosa su quello che succede dopo, i contributi crollano precipitosamente. Raccontare il delicato passaggio fra il prima e il dopo, fra un quotidiano condiviso che genera routine, con la passione che si affievolisce, e l’alterità di due individui che da elemento di interesse iniziale diventa nel tempo abisso, non è facile, nonostante di fatto sia la fase più ampia che interessa un rapporto amoroso di una certa lunghezza.

Io mi sono interrogata tanto su questa fase, non tanto perché nutra un interesse antropologico sulla questione, ma perché più egoisticamente ho vissuto in prima persona, e sto vivendo un periodo che ha messo a dura prova la mia coppia. Non saprei spiegare bene come sia successo, ma dopo sei anni di relazione e quattro di convivenza, un giorno ci siamo ritrovati ad affrontare una crisi. Non una crisi passeggera, di quelle che con due mazzi di rose e due moine risolvi tutto, ma una crisi sostanziale, di prospettive, di quelle che investono il futuro e che fanno vacillare tutto.

E in mezzo a una crisi le regole dei sentimenti cambiano. Ci si trova a navigare in un mare burrascoso in cui tutto sembra vacillare. Tutto quello che prima era naturale, diventa difficile, si sperimentano sentimenti contrastanti, fa capolino una sensazione di solitudine difficile da verbalizzare.  E qual è la verità dell’amore quando sembra che tutto quel meraviglioso tripudio di ormoni e sentimenti sia sparito?

La verità è che diventa una scelta. Al pari di quella di cambiare lavoro. Si sceglie di amare, si sceglie di restare con una persona,  si sceglie di rimescolare le carte. Sono convinta che al di là delle belle parole e dei buoni sentimenti siano gli atti pratici a determinare gli esiti di un rapporto, la capacità di mettersi in discussione, di crescere insieme, accettando ed integrando i cambiamenti dell’altro.

Questa è la fase più bella, credo: la trasformazione di un sentimento è un processo delicatissimo, molto fragile, che va protetto e difeso con discrezione, ma è l’unico processo in grado di generare qualcosa di nuovo.

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A questo proposito vi introduco questo bellissimo libro che inserirò nella rubrica, Libri Introvabili, o Libri non alla moda, o Libri che non legge nessuno, che si intitola “Una donna virtuosa” di Kaye Gibbons.

È un librettino di 150 pagine edito da Feltrinelli negli anni 90’, io ho ancora una versione con il prezzo il lire. Credo però che si trovi ancora in giro abbastanza facilmente  (online lo trovate qui ).

È una storia d’amore ambientata nell’America rurale degli anni ’50. La narrazione è a due voci, un capitolo viene raccontato da Jack (il marito) e uno da Ruby (la moglie). Questo escamotage, per altro gestito benissimo anche dal punto di vista del registro linguistico, regala un grado di immersività durante la lettura davvero profondo.

Il loro rapporto, che sembra non avere niente di speciale, è invece ricco di sentimenti discreti e di piccoli gesti  di grandissima tenerezza. Ci sono dei dettagli veramente commuoventi.

Ve ne riporto uno. Ruby si ammala di cancro ai polmoni (non è uno spoiler perché viene raccontato nel primo capitolo), e i mesi prima di morire passa il tempo a cucinare e surgelare in monoporzioni  i pasti del marito, in modo che Jack, per i mesi a venire dopo la sua morte a pranzo e cena,  non debba far altro che aprire il freezer e scongelarne uno. Lo fa per evitargli in futuro di sentire troppo il vuoto della sua perdita, e perchè sa che Jack odia cucinare.

Non so voi, ma a me questa cosa fa venire la pelle d’oca. Credo di aver pianto al secondo capitolo, sono già fan di Kaye Gibbons, una misconosciuta autrice americana che ha scritto pochi libri, ma che sembra siano davvero imperdibili oltre che praticamente introvabili.

Comunque il libro è zeppo di questi micro esempi di delicatezza che giorno dopo giorno costruiscono la storia di un vero e grande amore. Se vi interessasse leggerlo e vi fosse impossibile trovarlo, perchè anche voi siete appassionati di storie mai più ristampate e lasciate all’oblio, sono sempre disponibile a cedere la mia copia.

Lo trovo anche un buon regalo da fare al proprio innamorato/a, se proprio volete festeggiare San Valentino e non volete arricchire la Nestlé facendovi venire le carie con i baci Perugina.

 

Leggere Hugo in metropolitana

187 anni e non sentirli

Io sono una grande lettrice di classici. Mi piacciono per tutta una serie di motivi che ci metterei una vita ad elencare, ma che in sintesi si rifanno al senso di alterità che un libro, ma anche un’opera musicale o artistica, mi sanno trasmettere. Sono poco interessata alla modernità, forse perché esperendola in prima persona presumo (arrogantella!) di avere già gli strumenti per codificarla e quindi investo il mio tempo a confrontarmi con qualcosa di nuovo.

I classici, da questo punto di vista sono perfetti: ti scaraventano in epoche che non esistono più, in contesti completamente differenti da quelli odierni, utilizzando una forma linguistica molto diversa dal linguaggio attuale,  raccontando però esperienze  e sentimenti che sono universali. Leggere un classico è un viaggio, molto spesso frustante o difficile, ma che ripaga di grandissime soddisfazioni, anche perché insomma se un libro è assurto a questo status di certo non l’ha scritto Moccia o Trapattoni.

Tutta questa bellissima intro, nella quale mi sono impegnata tantissimo per dimostrarvi che so anche argomentare in modo puntuale (lo faccio sempre per dimostrare alla mia insegnante delle medie che alla fine ce la posso fare), per dire che da qualche tempo mi sono imbarcata nella lettura di “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo.

Ho scelto il buon Hugo perché non avevo mai letto niente di suo e questo non mi faceva sentire bene. Hugo ci ha regalato dei personaggi  e delle storie epiche, che io avevo incrociato in film, cartoni e opere teatrali e ho voluto cimentarmi in questa lettura per capire perché la storia di Quasimodo e la Esmeralda, è diventata una delle vicende più rappresentate della storia.

Devo dire che nonostante non l’abbia ancora finito, l’ho capito. Il libro è considerato un’opera giovanile,  viene pubblicato quando Victor è un pischello, ha 29 anni, e la critica ritiene che vi siano diversi errori commessi dallo scrittore nella stesura del romanzo, tra cui una certa attitudine al citazionismo in latino, capitoli interi pieni di personaggi della storia parigina che non hanno nulla a che fare con la vicenda, sezioni interamente dedicate a riflessioni sull’architettura, alla stampa, e a Parigi.

Insomma non una lettura facile: la trama è costantemente interrotta e non mancano i momenti in cui ti chiedi quando finirà il capitolo su Gutemberg o sull’architettura romanica. Non vi parlo nemmeno del plot, che immagino tutti conosciate, ma arrivo direttamente a ciò che mi preme dire, ovvero che tenendo duro su queste “piene letterarie” di informazioni, arriva il meritato premio.  I capitoli dedicati allo sviluppo vero e proprio della trama, sono infatti dei capolavori, i personaggi sono descritti in modo magistrale, sono sfaccettati, ambigui, trasudano emozioni, hanno delle caratterizzazioni perfette.

Anche Dickens è un maestro nel dare vita ai personaggi, però i suoi molto spesso sono delle macchiette, o comunque c’è sempre un certo pudore British nei suoi libri che ti impedisce un coinvolgimento pieno nella vicenda.

Hugo è più intenso, sensuale direi, a volte anche sessuale, e questo rende la sua scrittura davvero forte. C’è un pezzo dove per descrivere Quasimodo che suona le campane, lo descrive come un demone che cavalca la campana grande della torre di Notre Dame, Marie, e la campana risponde al suo tocco nitrendo,  impennandosi e dimenandosi. Non è forse una chiara allusione a un rapporto amoroso tra due persone?

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In alcuni tratti invece ti annienta, c’è ad esempio un capitolo in cui Quasimodo è sottoposto ad un interrogatorio alla Prefettura di Parigi. Quasimodo è sordo e semi muto e il giudice che lo interroga è sordo pure lui, quindi c’è questo dialogo grottesco che in parte è comico, ma in parte ti uccide, perché tutti ridono, lanciano patate e immondizia sul gobbo,  incitano il giudice.  Vi viene la pelle d’oca, garantito.

Lo adoro questo francese. É capace di passare da un registro drammatico a uno comico in zero secondi.  Di parlare di filosofia, architettura, alchimia e scienza così, come se ci fosse già nato con tutta questa conoscenza. E aveva solo 29 anni. Io a 29 anni ero impegnata a combattere l’idea di entrare nella vita adulta ed ero turbata all’idea di fare un finanziamento per comprarmi la macchina.

Per altro ho scoperto grazie a lui che Nicolas Flamel, noto a tutti grazie alla famosa citazione in Harry Potter, in realtà è stato per davvero un alchimista francese famosissimo che si è dedicato alla ricerca della pietra filosofale. Magari voi lo sapevate già, ma io no. Forse la Rowling è incappata in Flamel proprio leggendo Notre-Dame de Paris.

Nel caso tu o Rowling, non l’abbia letto, e dovessi capitare sul mio blog, fallo perché merita.

Fatelo tutti, perché potrebbe essere un’esperienza che non vi cambia la vita, ma di sicuro la emoziona, e visto che siamo tutti alla ricerca di emozioni, invece di farlo in modi stupidi, facciamolo usufruendo di queste pagine, che hanno 187 anni, ma vi garantisco, non li dimostrano affatto.

Grandi interrogativi di inizio anno

Mai ‘na gioia

Non me la sento di fare prognostici per questo 2018. Mi spaventa progettare il futuro, o anche solo immaginarlo. Sarà che ci sono troppi elementi traballanti nella mia vita ultimamente, situazioni appese che durano da troppo tempo perché possano resistere incolumi anche quest’anno.  Mi aspetto la famosa resa dei conti che sembra essere lì, ad attendermi, supportata anche da previsioni astrali che mi vedono protagonista di una Waterloo astrologica. Saturno e Urano contro, quadrature di pianeti non ancora conosciuti, Giove in retromarcia. Non che abbia mai creduto alla veridicità degli oroscopi, ma sono anche una persona umile che vede attorno a sé un mondo pieno di fenomeni ben lungi dall’essere conosciuti e spiegati, e quindi chi sono io per dire che non ci sia una connessione fra stelle e destino. Di certo c’è una connessione fra Luna e maree, quindi insomma se i pianeti influenzano il mondo fisico, forse possono anche influenzare quello immateriale.

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Comunque una cosa mi ero ripromessa, di non leggere libri di letteratura russa all’inizio dell’anno, come feci l’anno scorso con Memorie dal Sottosuolo del caro Fëdor, perché la letteratura russa è una specie di maledizione, è tanto bella quanto scava a fondo e iniziare l’anno con un certo grado di profondità impone che quel grado di introspezione tu possa supportarlo durante tutto l’anno, e invece da questo punto di vista sono stata una mezza chiavica: ho perso un sacco di tempo in modo inutile, guardando serie tv improbabili, leggendo riviste femminili prive di utilità, commiserandomi per tutto quello che non funzionava come volevo io, senza fare nulla ovviamente che potesse dare una direzione precisa agli eventi.

Quindi trascinata un po’ come una barchetta spinta dalla corrente, durante il passato 2017 non ho fatto altro che ruotare attorno al perimetro di una vasca ittica da allevamento, compiendo grandi chilometri che di fatto non mi hanno portata da nessuna parte. Forse questa è la vita adulta, non lo so, ma è come se non riuscissi ad accettare questa specie di emorragia di vita che perdiamo quotidianamente lasciando trascorrere le giornate così, come vengono.

Lo trovo lacerante e forse non mi rassegnerò mai, come non riuscirò mai a rassegnarmi al fatto  di non essere nata con il talento di Jane Austen e il genio di Woody Allen.

Forse mi sto preparando a lunedì 15 gennaio che pare sia il lunedì più triste di tutto l’anno, quando ci si rende conto che mancano sei mesi alle vacanze estive e che quelle natalizie sono del tutto archiviate. Io ho passato le vacanze natalizie a letto con l’influenza della vita, ho saltato Natale, Santo Stefano, Capodanno e la Befana. Insomma il Blue Monday mi dovrebbe fare una pippa, invece riesce a deprimermi più di quanto batteri e virus abbiano già fatto.

Mai ‘na gioia, insomma. Mi consolo correggendomi la tisana con il Braulio la sera prima di andare a dormire: forse entro la fine dell’anno riesco a farmi venire la cirrosi epatica  come Bukowski. Vi aggiorno!

Buon Anno a tutti eh!

 

 

Alla ricerca del senso perduto

Riflessioni prezzemoline sulla vita

Per chi se lo stesse chiedendo, sono sopravvissuta alla cena aziendale. L’infausto evento si è verificato lunedì sera e devo dire che tutto sommato l’ho attraversato con un aplomb degno di un membro della Royal Family. La sorpresa questa volta, ha evitato il coinvolgimento di intrattenitori da bagaglino ormai destinati all’oblio, ma ci ha proposto un ben più divertente prestigiatore di nome GianLupo. GianLupo ci ha dilettati con piccoli e innocui giochi di magia e ha goduto della mia massima stima quando è riuscito a trasformare i miei cinque euro in una banconota da cinquecento.

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Purtroppo l’illusione è durata pochi secondi, giusto il tempo per immaginare come li avrei spesi, dopodiché mi sono stati restituiti nella loro forma originaria.

La serata è stata breve e indolore e nonostante ci fossi arrivata con umore tetro, non l’ha peggiorato e questo devo dire che è veramente un miracolo, visto che la mia azienda, una multinazionale cattiva cattiva, è in grado di ideare cose orribili, travestendole da cose apparentemente belle e propinandole ai propri collaboratori come  fantastiche.

Comunque il Natale si avvicina, Milano inizia a svuotarsi di tutti coloro che raggiungono le proprie famiglie per festeggiare, c’è chi è contento, chi scontento, chi non vede l’ora che finisca tutto, chi aspetta tutto l’anno di riunirsi ai propri cari. Non credo ci sia una regola e ogni reazione emotiva ha la propria dignità, sicuramente il momento si presta più di altri a delle riflessioni e visto che anche io ogni tanto metto in fila qualche neurone e lo faccio girare come nel Girmy mi esporrò toccando un argomento che se fossi veramente intelligente non toccherei, ma tant’è, anche la mia maestra delle medie diceva che non ero tanto sveglia e quindi lo faccio.

La settimana scorsa ho avuto modo di vedere il documentario di Rosi, “Fuocoammare”. Era tempo che volevo guardarlo, ne avevo sentito parlare per i premi vinti, ma non l’avevo mai visto anche se il buon Netflix me lo suggeriva da tempo.

Eviterò i facili buonismi e i volemose bene, che sono urticanti e lo sappiamo tutti, e mi concentrerò su quello su cui io poi ho riflettuto di più, ovvero il significato di essere uomini, con tutte  le implicazioni etiche del caso.

Il documentario, che è molto lento registicamente parlando, altro non fa che mettere una grande lente di ingrandimento su Lampedusa, sui suoi abitanti, e a latere ad illustrare quello che succede duranti i perdurati sbarchi di immigrati di cui noi tutti siamo a conoscenza.

Si racconta la vita, per quella che è, con le sue noie, le visite dal medico, il sugo al pomodoro e le pulizie di casa, il tempo brutto che impedisce ai pescatori di uscire in mare. All’interno di questa narrazione, si insinua poi il punto di rottura e il rumore di sottofondo non è più lo scroscio del mare, ma le registrazioni telefoniche delle marina italiana, quando fra pianti e urla di disperazione arrivano le richieste di aiuto.

Così, con la freddezza con cui si raccontano le altre vicende, si introduce uno spaccato di mondo disumano, dove la disperazione fa da padrona e dove ci sono cadaveri, ustioni da benzina, annegamenti e  recuperi di corpi che galleggiano in mare. Uomini, donne, anziani, donne incinte, bambini. C’è l’intervista al responsabile del Pronto Soccorso di Lampedusa, con gli occhi dolci e tristi di chi ne ha viste troppe, ma di chi non scansa la  responsabilità di curare i vivi e sezionare i morti.

Voglio restare volutamente generica perché ognuno possa guardarlo, magari in un momento propizio, non tanto per  la sua trama o la regia, che poteva anche essere migliore, ma per riflettere sul senso dell’umanità, cosa di cui si fa gran berciare in questo Natale.

Io penso una cosa, che investire tutti i risparmi della propria vita per pagarsi un viaggio in cui sai esattamente che potresti morire, e salire su una barcaccia  per attraversare il mare e vedere se mai riuscirai ad arrivare dall’altra parte, con la tua famiglia, per sfuggire alla fame, alla guerra, alle persecuzioni e alla disperazione, è molto più vicino al vero senso della vita che tutto il resto. Perché tu in quel momento la tua vita sei disposto a metterla su piatto, tanto hai poco da perdere.

E questo non si può ignorare, non si può fingere che tutto questo non stia accadendo, non si può risolvere tutto con qualche accordo politico. Certo non si può fare nemmeno i buonisti e non ammettere che anche l’integrazione è di fatto un problema, enorme, soprattutto per un Paese come l’Italia, in cui tutto è lento e faticoso e molto spesso corrotto.

Però alla vita non si può rispondere che con la vita, e non so esattamente come questa cosa che sento forte possa poi diventare realtà concreta, ma credo davvero che con le nostre scelte possiamo riscoprirci ogni giorno più umani, non tanto nel senso letterale, ma come individui.

Forse dovremmo aprirci di più al mondo, abbandonando le facili tecnologie che sembrano connettere tutto e niente connettono, strofinarci gli occhi troppo appannati dal benessere, e avere il coraggio di guardare dove invece è più facile distogliere lo sguardo. Credo fermamente che il contatto umano, l’empatia con il prossimo restino ancora uno dei sacri pilastri delle necessità etiche dell’uomo, e anzi credo che se ci sarà qualcosa che fermerà questa giostra impazzita di mondo confuso, sarà proprio questo.

Quindi che questo Natale vi possa portare tanto senso, senso di vita, senso di sentirci tutti, parte di un grande sistema umano che ci sta chiedendo delle riflessioni a cui non possiamo esimerci. Visto che non c’è mai tempo per farlo, prendiamoci questo momento per pensarci ora.

Spero che questa riflessione non risulti troppo confusa, ma continuavo a pensarci e avevo bisogno di dargli una forma tangibile.

Detto questo, ora torno ad essere l’alunna meno intelligente e con scarse probabilità di miglioramento della mia classe delle medie ed ebbra di gioia che da domani sono in ferie, con il sottofondo di Last Christmas degli Wham vi auguro tante buone cose!

Rassegnazione, what else?

Di cene di Natale e libri da leggere

É domenica sera, a Milano nevica, e io dopo aver omaggiato i fiocchi di neve con piroette degne della Fracci e di uno spot natalizio della Bauli, ed essere rovinosamente scivolata sul marciapiede rischiando di rompermi una rotula, sento di aver dato tutto quello che potevo al Natale.

Ma proprio tutto. Il mio spirito hygge, la mia gratitudine si sono spente ancora prima che l’evento si realizzi e nonostante mi sia già levata con gioia l’incombenza dei regali, sto scivolando lentamente in una sorta di  pacifica rassegnazione circa tutto quello che si presenterà nelle prossime settimane: cene e aperitivi aziendali, pranzi con suocere e famigliari, lavoro matto e disperato pre-ferie.

Vorrei sentirmi il re del mondo come Leonardo di Caprio sulla prua del Titanic, ma mi sento più come quello che suonava isterico la campanella mentre avvistava l’iceberg.

Di certo sopravviverò anche quest’anno e diventerò una persona migliore, sorriderò di fronte al fumetto color grigio topo della zuppa di pesce di mia suocera, ringrazierò lieta di fronte al 9999 bagnoschiuma ricevuto come regalo, giocherò al tombolone con la mia famiglia, e disquisirò sull’ eterna diatriba  pandoro o panettone.

Probabilmente il momento peggiore sarà la cena aziendale. L’anno scorso c’era Pino Insegno come intrattenitore: a metà serata ho finto di stare male e me ne sono andata a casa, proprio nel momento in cui stava per venire proiettato il video motivazionale: Andiamo a Fatturare, con la base gentilmente mutuata da Rovazzi.

Quest’anno dicono ci sarà una sorpresa, cosa che di certo non promette nulla di buono, e più il momento si avvicina, più immagino tutti i dirigenti della mia azienda riuniti al 18°esimo piano olimpionico ad escogitare modi per renderci la cena di Natale più ostica di quanto già lo sia. Da anni ormai i posti vengono assegnati come ai matrimoni e viene meno anche l’unica ancora di salvezza, ovvero sedersi al tavolo con qualche collega giusto e darsi all’alcool.

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Per tutti coloro che si trovano nella mia situazione e non hanno voglia di cedere, almeno non completamente, a questa ondata di buonismo natalizio, suggerisco un libro. Ci ho messo quasi due mesi a finirlo, perché un po’ ostico, ma credo meriti di essere citato perché scritto bene e molto politicamente scorretto.

Si tratta di “É successo qualcosa” di Joseph Heller, un libro per diversi aspetti difficile, ma estremamente interessante.  Anzitutto è rognoso perché è difficile da trovare, nel senso che non esistono ristampe e quindi io l’ho recuperato acquistandolo su Amazon già usato. Secondo, perché nonostante sia un libro scritto divinamente, è ostico come pochi libri mi sono capitati per mano.

Non so se qualcuno di voi conosce Joseph Heller, ma è l’autore di “Comma 22”, uno dei libri icona della letteratura americana. Uno di quei libri che ha venduto tipo dieci milioni di copie, più o meno come i followers di instagram della Ferragni.

Comunque non contento di questi buoni risultati, dopo qualche anno il buon Joseph pubblica “É successo qualcosa”, che arriva dritto nelle mie mani in un giorno d’autunno del 2017.

La trama è semplice e allo stesso tempo complessa da spiegare, perché di fatto non succede nulla per quasi seicento pagine. O meglio c’è un evento nella vita del protagonista che innesca una sorta di stream of consciousness che costruisce l’impianto narrativo di tutto il libro.

Il progonista è Bob Slocum, un americano benestante che lavora in una multinazionale, a cui viene offerta una promozione lavorativa, motivo che lo porterà ad interrogarsi sulla sua vita e sui rapporti con la sua famiglia e i suoi figli.

Ogni capitolo è dedicato ad un componente del suo nucleo famigliare: Slocum vive con la moglie e tre figli, di cui uno disabile, in una ricca zona di una non precisata cittadina americana, e a differenza di quanto ci si possa aspettare, Bob odia la sua famiglia.

Non sopporta la moglie e la tradisce periodicamente con altre donne, odia sua figlia maggiore che lo tormenta accusandolo di essere un pessimo padre, odia il figlio disabile e desidera muoia il prima possibile per liberare la famiglia della sua presenza. L’unico per cui prova una sorta di forma di affetto è l’altro figlio, un ragazzino sensibile che ricorda a Bob sé stesso da bambino e con cui comunque i rapporti andranno deteriorandosi nel tempo.

Anche i suoi rapporti di lavoro  sono governati dall’odio e dalla paura, i suoi colleghi sono così impersonali da essere chiamati con i nomi dei colori: Mr. Green, Mr. White, Mr. Brown (forse una citazione quella di Tarantino nelle Iene?) e vanno a costituire un microcosmo aziendale assolutamente moderno (potrebbe essere quello di qualsiasi azienda dei nostri tempi).

In questo contesto decisamente ansiogeno, composto da paura, odio, indifferenza dei legami famigliari, l’unico motivo di gioia per Slocum è il ricordo un vecchio amore giovanile,  e il sesso, visto come unico aspetto che connette il protagonista alla realtà.

Non so se vi ho persuaso, ma merita di essere letto. Non è facilissimo da sostenere, perché tutte queste pagine di monologo interiore lo rendono poco scorrevole a tratti, ma è scritto divinamente e vale almeno un tentativo. Nonostante sia stato scritto negli anni 70′, c’è tutta l’America di adesso fra quelle pagine, tutti i valori di una delle società fra le più contraddittorie, osservati con un cinismo e una lucidità che delizia.

Vi lascio il link di IBS, dove ne risultano disponibili poche copie, se comunque non lo trovaste sono disposta a spedirlo al pazzo/a che si facesse convincere dalla mia descrizione a leggerlo.

https://www.ibs.it/successo-qualcosa-libri-vintage-generic-contributors/e/5000000069051

Diamoci al book sharing perbacco, in fondo a Natale siamo tutti più buoni!