Lezioni di ornitologia

Se anche voi siete degli appassionati cultori della cronaca del belpaese come me, non vi sarà sfuggito qualche giorno fa la notizia dell’attacco di Salvini da parte di un gabbiano romano. Il nostro aitante Ministro dell’Interno stava infatti coraggiosamente salendo sul tetto del Viminale durante una diretta Facebook (che prodezze amici, che prodezze!) quando arrivato sulla cima massima del sacro edificio, un grosso e temibile gabbiano, probabilmente sinistroide, l’ha accerchiato dimostrandogli tutto il suo dissenso a suon di garriti e stridii.

Il video a supporto di questo bizzarro incontro mi ha creato un vero scoppio di ilarità: quando sono triste o arrabbiata, il caldo mi attanaglia e mi fanno male i piedi (come stasera), o quando penso che non so come andranno a finire le cose in questo paese, o a che deriva sociale e di costumi mi toccherà assistere, penso che in fondo c’è una sorta di legge dell’equilibrio nel cosmo, a cui tutti volenti o nolenti siamo soggetti, e che forse non prevede un contrappasso, nel senso più puntuale del termine, ma una sorta di bilanciamento karmico, per cui anche un gabbiano può molto in termini di dissenso sociale.

Trovo anzi che i pennuti che vivono nelle città, insieme ai ratti e agli scarafaggi, siano in generale un grande esempio di resistenza sociale e genetica: nonostante i tentativi di disinfestazione protratti ad opera dell’uomo, resistono e dilagano nelle case, cibandosi dei rifiuti che produciamo e molto e spesso e volentieri propagando orribili malattie, che come la peste nel 300’ (anche se c’è una teoria degli ultimi anni per cui sembra che non siano stati i ratti a veicolarla, ma i pidocchi umani), hanno rischiato di estinguerci. Quindi in fondo, anche Salvini avrebbe dovuto riflettere, e non ignorare l’ira del gabbiano che, forse più di un “mostro pterodattilo”, come da lui definito, rappresenta una sorta di grande feedback cosmico del suo operato.

Io, che sono sempre alla ricerca di segni da leggere sulla bontà della mia condotta, ne sarei grata. Sarebbe rincuorante sapere che, al di là della propria percezione su come stiamo amministrando la nostra vita, nel cosmo esistono dei gabbiani mentori, gratis oltretutto.

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In realtà anche se non ho un gabbiano per amico, credo di essere sulla buona strada come Salvini, perché una gazza, dopo aver bazzicato per mesi sul mio terrazzo, ha deciso di adottarmi. Io le lascio del riso soffiato e in cambio lei mi onora della sua presenza quasi quotidianamente. In questi giorni di caldo matto e infernale, le ho anche messo anche un bacile colmo d’acqua dove poter bagnarsi all’occorrenza. Sembra apprezzi: mi lascia deiezioni felici sul balcone, e ogni tanto, la intravedo dalla finestra spiare dentro casa con uno sguardo curioso.

In un modo strano e anche vagamente antropocentrico, ho stabilito che abbiamo creato un rapporto. Io che sono un po’ romantica e  anche un po’ gitana, l’ho già investita del ruolo di animale guida. Credo che potrei soffrirne in autunno quando migrerà, se migrerà.

Ho scoperto  facendo delle puntuali ricerche su Wikipedia per colmare le mie lacune sull’argomento, che la gazza è uno degli animali più intelligenti di tutti, perché il rapporto fra la grandezza del suo cervello e la grandezza del suo corpo, è paragonabile solo ai cetacei, all’uomo e agli scimpanzé.

Cito:

“Le gazze, infatti, mostrano rituali sociali complessi, che evidenziano la presenza di cognizione socialeimmaginazionememoria episodicaautoconsapevolezza (la gazza è uno dei pochissimi animali ad aver passato con successo il test dello specchio) e perfino del lutto.”

Insomma sembra che la mia amica gazza abbia delle competenze ben superiori a quelle del nostro ministro dell’Interno o della Meloni, che ieri ha proposto di affondare le navi che trasportano i migranti, come se tutto ormai, la vita, la morte, il rispetto del prossimo fosse diventato una grande partita a Port Royal.

Io non ci sto, e anzi mi soffermo a pensare, che forse la mia amica gazza mi ha ricordato qualcosa che già sapevo, ma su cui è sempre bene fare un ripasso: cioè come prendersi cura di qualcuno sia una delle forme più alte di rispetto e empatia, e che l’uomo, auto-proclamandosi l’essere più intelligente di tutto il creato, dovrebbe esserne prode ambasciatore invece di pensare a difendere casa sua e  quello che succede a 10 metri dai suoi perimetri.

 

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Elogio dell’uscita forzata

Sembra che uno dei rimpianti più grandi di Bill Gates (si, anche i miliardari ne hanno) sia stata la progettazione del tasto di uscita forzata CTRL-ALT-CANC. Pare che di fatto si sia pentito di averlo reso così macchinoso, di aver creato questa sequenza di tre tasti da premere contemporaneamente, quando sarebbe potuto bastarne uno singolo, o forse due. La vicenda narra infatti che durante una riunione nella quale stava discutendo della questione con un ingegnere di IBM, entrambi fossero d’accordo che consentire di sbloccare forzatamente il pc con un solo tasto, sarebbe stato eccessivo, troppo immediato, e avrebbe portato le persone ad abusarne, anche in contesti in cui l’azione non sarebbe stata consigliabile.

Non so perché Bill ritenga questa cosa un errore: mi sembra al contrario frutto di ragionamenti ponderati, basati oltretutto su considerazioni puntuali sulla natura umana: dai loro la possibilità di rendere più immediato un processo e lo faranno, quasi sicuramente abusandone. Io se fossi Gates, avrei invece un’altra forma di rimpianto, ovvero che un’idea così utile, come la possibilità di sbloccare un sistema operativo bloccato con una semplice azione, non sia stato esteso e brevettato anche alla vita di noi poveri uomini, fatti di carne, ossa, e umano sentire.

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Nella vita di ognuno infatti, il tasso di complicazione è variabile ma sempre presente. Possiamo tranquillamente affermare che dipenda dall’intrecciarsi di molteplici fattori, fra cui il carattere, lo stile di vita, la vita sociale, il lavoro svolto, il caso, il destino e anche il trascorrere del tempo.

Tendenzialmente quando si invecchia si diventa più cauti, e si perde un po’ quell’afflato giovanile che porta a riflettere poco ed agire molto e che aumenta l’entropia potenziale. Questo vale come regola generale, anche se io, nonostante l’età, mi sento iscritta a pieni voti nel partito della complicazione. Questo deriva in parte da una componente caratteriale e in parte da una ipertrofia di pensiero che mi conduce sempre alla messa in discussione di tutto. Quindi tendenzialmente non sono mai tranquilla, anzi, a volte mi confronto con la classica situazione di un sistema operativo ingolfato da mille pensieri, con la CPU drenata da mille attività, e il panico che cresce, lento e inesorabile.

Pensate quindi che bello se nella nostra vita, in situazioni simili, ci potesse essere la possibilità di schiacciare tre punti, tipo non so una tempia, l’alluce e il palmo della mano contemporaneamente ed entrare in un’area di gestione del sistema, in cui con chiara freddezza si potesse mettere a fuoco le attività che ci impallano e con un semplice click, poter schiacciare TERMINA ATTIVITÀ e porre fine a pensieri molesti, cortocircuiti emotivi, stress, paure e via dicendo.

Io ne sarei estasiata. Certo c’è un potenziale effetto collaterale che sperimentiamo anche nelle nostre vite informatiche, ovvero la perdita di dati. Spegnere violentemente un computer bloccato si sa, ci fa esporre a questa possibilità, e se proseguiamo con il parallelismo, se avessimo questa opportunità nella vita reale, implicherebbe una perdita di ricordi, di memorie, di complessità e profondità di pensiero.

Bisognerebbe centellinare questo escamotage, tenerlo solo per gli scenari peggiori. Tipo la fine di un amore, o quei periodi di vita in cui tutto sembra andare male. Sarebbe un buon modo per cavarsi d’impiccio dalle cose della vita che sembrano insostenibili. E per Bacco, per quanto io tutto sommato possa ritenermi fortunata, ci sono state volte in cui se avessi avuto un’alternativa meno complicata, sono sicura che l’avrei scelta.

Quindi Bill se sei all’ascolto, o se per caso ti capiterà di passare su questo piccolo spazio di scrittura semi abbandonato, non rimpiangere di aver creato una procedura che ha preservato negli anni la sanità mentale di miliardi di persone alle prese con i blocchi dei tuoi sistemi operativi, ma sii contento invece di aver inspirato una giovane donna in una gradevole serata estiva a riprendere a scrivere dopo mesi, diciamo così, piuttosto complicati.

 

2019, o caro!

Buoni propositi, anche detti la dittatura delle liste

E anche questa volta, nonostante le profezie Maya ci volessero estinti lustri fa, siamo arrivati all’inizio di un nuovo anno. Non so mai come approcciarmi alla questione “nuovi inizi”, provo sempre una serie di sensazioni contrastanti che spaziano dalla tristezza alla consapevolezza che più gli anni avanzano più diventa necessario cercare il cambiamento, perché il flusso delle cose che accadono nella vita adulta di un individuo lavorante è relegato ai noiosi fatti della routine.

Così non sopporto le revisioni entusiastiche di fine anno tipo: ho mangiato in tanti ristoranti, ho letto tanti libri, ho viaggiato tanto, ho cucinato e imparato a ballare la polka, non tanto per il concetto in sé, che anzi è giusto e buono e sacrosanto e vero, ma perché non riesco a fare a patti con il fatto che questo sia il massimo che una persona possa aspettarsi da un anno di vita appena trascorso.

Ho un problema probabilmente (anzi sicuramente), anche perché i miei ultimi anni sono stati così complicati e duri che dovrei rendere grazia ai corsi di cucina se mai ne avessi fatto uno, e invece riesco solo a non sopportare questo delirio di revisioni e buoni propositi che mi circonda.

Io non li faccio, il mio unico buon proposito, che resta relegato nella sfera dell’impossibile, è ritirarmi in campagna come una nobildonna inglese con il solo pensiero di sfoltire i miei cespugli di rosa con un tronchesino e proteggerli dagli afidi. Pare più un sogno che un buon proposito, ma sono dell’idea che bisogna essere massimamente ambiziosi se si tratta di porsi degli obiettivi, sempre e comunque.

Quindi faccio capolino in questo 2019 con delle aspettative abbastanza realistiche, anche perché come dice il detto, Roma non è stata costruita in un giorno, e aspettarmi cambiamenti epocali da una situazione sulla quale non sto lavorando non solo non è costruttivo, ma anche infantile. L’unica cosa di cui sono certa, è che se mi prefiggerò degli obiettivi, resteranno nell’iperuranio delle idee libere e non li metterò per iscritto.

La questione delle liste infatti mi infastidisce assai: odio questo dilagare delle liste imperanti, liste di libri da leggere, liste di motivi per cui essere grati, liste di propositi, liste di superfood: comprendo l’utile e proficuo metodo dell’appuntarsi le cose, che però io delego a quello che non sopporto fare, tipo la spesa o le attività che devo svolgere in ufficio, perché in entrambi i casi mi dimentico spesso quello che non amo affrontare.

Trovo anche che ci sia un certo misunderstanding di fondo in questa questione, ovvero se sei davvero coinvolto da una situazione, da un’idea o da un messaggio, sei un evidente portavoce vivente di quell’idea e non è necessario fare del proselitismo o appuntarti che per quell’anno perché ti piace leggere, leggerai 100 libri. O che sei davvero grato alla vita, perché scrivi tutte le sere le cose per cui sei grato. O che sei vero amante di cinema, perché te ne guardi 1000 all’anno.

Certo, sono anche conscia del prezioso potere dello scripta manent verba volant, ma comunque ho una certa avversione ideologica, forse un poco snob, per questi fenomeni di costume. Questo è un mio grande limite e difetto: mi perdo dei pezzi di vita a star a guardare quello che non mi piace, lo trovo ipnotico e bellissimo, come guardare i film trash tipo Sharknado.

Comunque, che io lo voglia o meno il 2019 è iniziato, e non so bene quello che succederà, ma so che se sono riuscita a sopravvivere dal 2015 al 2017 (anni funestissimi e pieni di pensieri, troppi pensieri), probabilmente sopravviverò anche a questo, tolto che qualche squalo inizi a piovere dal cielo!

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Buon Anno a tutti!

L’Attesa

Compianta amica dei verdi anni

Uno degli aspetti di cui mi sento più privata da questi tempi balordi è quello dell’attesa. Ci ho riflettuto giusto questo week-end, reduce da un binge watching scatenato che mi ha portata a consumare una serie tv di tipo dodici puntate in due giorni. Nonostante non riuscissi a smettere, posseduta dal demone del consumo folle e incapace di pensare ad altro se non terminarla, alla fine, terminata la scorpacciata, concluso il valzer, visto il finale, non mi sono sentita meglio. Al contrario, ho provato la stessa sensazione del mal di pancia dopo un’indigestione, una sorta di nausea del technicolor, un rifiuto totale della situazione, nonché a conti fatti una totale non comprensione di quello che avevo visto perché concentrato in un lasso di tempo così ristretto.

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Automaticamente ho ripensato a come funzionavano le cose quando ero una bambina, quando non tutto era on demand, anzi quando l’attesa e il pathos erano parte preponderante della mia vita. E non so se sia la classica nostalgia canaglia, o altro, ma mi sembra che tutto fosse sì più complicato, ma anche più bello. Ricordo che si aspettava per giorni, a volte settimane, che un film o un cartone venisse proiettato in tv.  E quando questo succedeva uno dei miei fratelli si piazzava su tappeto una mezz’ora prima, in attesa che la proiezione iniziasse, per poi comunicarlo con un poderoso urlo: “É iniziato, correte”.  E si correva davvero, tutti incollati al televisore, realmente concentrati sulla visione, che magari per mesi o settimane non ci sarebbe più stata.

Questa prospettiva della non ripetizione immediata creava un’emozione molto intensa, e non solo, in qualche modo il messaggio che si riceva aveva qualcosa di pedagogico, si era educati all’idea che non tutto poteva essere posseduto subito e ora. C’erano delle regole e una di quelle regole era saper aspettare. Aspettare che il fidanzatino telefonasse senza sapere quando, aspettare che qualcuno venisse a trovarci senza annunciarsi, aspettare che il proprio cartone preferito andasse in televisione, aspettare l’estate per andare al mare, aspettare per poter avere l’età giusta per restare fuori a dormire e così via.

Negli ultimi anni tutto è cambiato, tutto è diventando on demand. Possiamo decidere quando e come e perché vedere un film o una serie tv (con qualche limitata eccezione), possiamo telefonare e raggiungere qualcuno in qualsiasi luogo e ora, possiamo andare al mare d’inverno, possiamo ordinarci il pranzo, la spesa e qualsiasi cosa senza muoverci da casa, perché qualcuno lo porterà per noi.

È come se le cose del mondo si stiano sempre più organizzando verso l’ego riferimento, verso la risoluzione di qualsiasi tensione o esigenza che proviene dall’io. Egocentriche le cose lo sono sempre state: l’uomo ha  vissuto nel mondo plasmandolo e intervenendo sulla Natura per renderlo più funzionale alla sua vita. Ora sta succedendo una cosa simile ma diversa, perché la tecnologia ha in realtà risposto alle necessità non dell’uomo come categoria, ma del singolo, come individuo, ponendolo al centro dello sviluppo di risposte funzionali. Riduzione dei tempi d’attesa, riduzione della frustrazione, riduzione del contatto con l’Altro, riduzione delle code, riduzione delle complicazioni.

Tutte cose utili e buone, che però hanno spazzato via anche il pathos, la gioia di non sapere, il languore che deriva dal non poter controllare tutto e che porta ad aprirsi alla magia dell’inedito e dello sconosciuto.

Io credo che non ci debba stupire molto di quello che sta succedendo nel mondo in questo momento: si sta organizzando sempre di più una risposta, anche politica, che tutela le necessità del singolo e non della collettività, concetto probabilmente già in via d’estinzione, anche se continuamente citato e caldeggiato.

Comunque, nonostante non sarò io a risolvere gli scabrosi problemi di questa umanità, mi piace pormi  sommi quesiti esistenziali che peggiorano il mio mal di stomaco, problematizzano le mie notti, e mi fanno consumare quantità eccessive di cioccolata.

Per chi volesse approfondire la questione relativa alla nostalgia in modo puntuale, vi lascio questo articolo che la spiega meglio di come la potrei spiegare io. Non abbiate pregiudizi sulla testata che lo pubblica, perché è davvero scritto bene e il tema è davvero interessante e pieno di spunti.

Vorrei però sapere da chi mi legge, se anche voi siete dei nostalgici oppure vi integrate bene nel mondo, e nel caso come fate a gestirla decentemente, ecco. Io onestamente sono abbastanza disastrosa, ma mi piace pensare che nel tempo potrò migliorare!

Insonnia

Virtù teologali del non dormire

A settembre, lo diceva anche D’Annunzio, è tempo di migrare. Poco importa che siano migrazioni fisiche, psicologiche, emotive, situazionali o meteorologiche, settembre è il classico mese di transito che ti conduce dalla fine dell’estate all’autunno (questo almeno prima che si manifestasse il global warming), che ti traghetta dall’ozio delle vacanze estive al rientro al lavoro, che ti pone delle domande, che ti scuote l’anima chiedendo risposte agli interrogativi che uno evita di porsi da aprile in poi, che tanto si sa, si aspettano le vacanze estive.

Questo almeno per la maggior parte delle persone, che vede in settembre, e non in dicembre il reale inizio dell’anno. Io che sono sempre in ritardo su tutto, e che faccio del procrastinare uno stile di vita, attribuisco questo potere rigenerativo al mese di ottobre, un po’ perché mi è più simpatico, un po’ perché ci compio gli anni e quindi fare il punto della situazione è dovere e non velleità.
In questi criptici cambi di stagione e di vita il mio pensiero si fa prepotente e rutilante a causa di una delle affezioni più note e più stressanti di sempre, che pare affliggesse anche le notti del buon Gaio Augusto Cesare: la cara e odiata insonnia.
Io sono un insonne intermittente, dormo bene per mesi (soprattutto quelli invernali), poi dormo malissimo per altri mesi, poi ricomincio a dormire bene, poi male, poi bene, e avanti così in un perpetuo ciclo del disagio che tento ogni volta di gestire nel modo migliore possibile, ma spesso non all’altezza della situazione.
Celine diceva: “Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto un rigo…” e sono anche io piuttosto convinta che lo stream of consciousness notturno sia prolifico per la scrittura e la creatività e la riflessione profonda, ma trovo allo stesso tempo che sia molto inadatto a chi conduce una vita diurna lavorativa, tipo me.
Le mie notti ultimamente assumono quindi dei toni dai contorni mistici, in cui l’obiettivo finale non è l’eterna benedizione ma qualche ora di sonno ristoratore.

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FEDE
L’appropinquarsi al coricarsi è ebbro della certezza che dormirò. Mi convinco che convincermi che riposerò bene tenga a bada l’ansia, sciolga i nervi, mi proietti già in una dimensione di relax.
Metto in atto le routine che qualsiasi sito web anti-insonnia propone come panacee: bagni caldi, tisane, luci soffuse, letture lente. Faccio bene i compitini e almeno un’ora di prima di dormire evito anche di usare iphone, ipad, televisori, computer, qualsiasi supporto che emani una luce che non sia quella delle lampade analogiche. Per un certo periodo mi sono anche corretta le tisane con il Braulio, come faceva mia nonna quando ero piccola per farmi rilassarmi e dormire, mandando in bestia mia madre che prevedeva per me un sicuro futuro da alcolista.
Medito, ascolto playlist rilassanti e rumori bianchi, metto i tappi nelle orecchie, le mascherine anti-luce e mi stendo, sicura che il sonno arriverà. E il sonno arriva di solito, la mia fede incrollabile soddisfatta.

SPERANZA
E dormo. Per qualche ora, non di più, dopodiché mi sveglio. Mi sveglio e allora inizio a sperare che sia solo una veglia passeggera, un rapido risveglio e che riuscirò a riaddormentarmi presto. Per la maggior parte delle volte questo non accade e quindi inizio a pensare. A tutto, qualsiasi cosa possa essere oggetto di pensiero: cosa mangerò a colazione, cosa ci faccio al mondo, che senso ha la vita, le lavatrici da fare, cosa dovrò fare l’indomani in ufficio, perchè non sono felice, perchè penso che dovrei essere felice e così via. Di solito raggiungo il climax dell’angoscia dopo un’oretta di sveglia, così speranzosa mi alzo e decido di spostarmi in soggiorno, dove da tempo staziona il mio amico notturno, lui, che condivide, insieme al fedele cane, le mie notti insonni: Baruch Spinoza.
Vorrei fare l’intellettuale chic e dirvi che ho comprato l’Etica di Spinoza per spingermi sempre più a fondo nel pensiero di uno dei filosofi per me più interessanti, (motivazioni che di fatto mi hanno spinta all’acquisto di questo tomo imponente), ma vi confesserò la verità: è un libro così noioso (e complesso e straordinario e profondo, blablabla) che lo leggo la notte per riaddormentarmi. Funziona abbastanza, ma non sempre. Quando funziona di solito mi riaddormento e riposo fino al mattino.

CARITA’
Quando non funziona, subentra l’ultima fase, quella della disperazione nera dove imploro tutti gli dei a me conosciuti di farmi riaddormentare. Imploro la carità, la carità del sonno, dell’oblio, di un pensiero superficiale, di qualsiasi cosa che possa stendere sulla mia mente un velo di nulla. Gli dei a cui mi appello di solito sono equamente insensibili, e intanto si sono fatte le quattro, pertanto le opzioni che si profilano di solito sono due: benzodiazepine (funzionano come Dio, ma sono più a buon mercato), o il risveglio completo. Cucino, stiro, lavo, guardo la televisione, scrivo e arrivo alla mattina, pronta a una nuova ed entusiasmante giornata di lavoro.

Non so se faccia bene o male dormire così poco (penso non bene comunque, ma la prendo sportivamente) fatto sta che dopo un mese d’insonnia nera, ho deciso di prendermi un’altra laurea e mi sono iscritta all’Università.
Ho pensato che tanto ho già letto metà dell’etica di Spinoza, quindi insomma, se va tutto male si frequenta l’Università di Chiara, quella notturna, insieme ai turnisti, alle prostitute, agli addetti ai supermercati aperti tutta la notte, a quelli che puliscono le strade di Milano, alle guardie mediche, ai medici di turno al Pronto Soccorso, alle madri e ai padri dei neonati, alle coppie che fanno l’amore, ai camionisti, a tutte le categorie di persone che lavorano di notte che non ho citato e agli insonni, miei cari amici, che la mancanza di sonno vi porti bene, e se non lo facesse, compratevi l’Etica di Spinoza e fatevi prescrivere l’Halcion, uno dei due di sicuro funziona!

Fin che morte non ci separi

Gente che viene, gente che va

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Mentre il mondo impazziva per ricordare il decennale della morte di David Foster Wallace, in Italia è venuto a mancare Guido Ceronetti, un grandissimo scrittore, intellettuale, poeta, filosofo e traduttore. La sua morte è passata quasi inosservata: c’era un breve articolo sul Corriere e su Repubblica, qualche parola accorata di chi l’aveva conosciuto e poco altro.

All’inizio me ne sono molto dispiaciuta. Mi sono proprio arrabbiata direi (non me ne vogliano i fans di Wallace, che per altro anche io amo). Ho pensato che siamo sempre vittime del classico difetto di pensiero italota, che suppone all’estero siano sempre più bravi di noi nel fare le cose (non mi riferisco alla situazione socio-politica, che come sappiamo, è tragica a tratti). Cinema, letteratura, arti, etc., stiamo sempre pronti al plauso per tutto quello che è oltre confine, ma poco capaci di valorizzare quello che sta dentro al nostro di confine.

Guido Ceronetti era una vera mosca bianca, ha scritto, tradotto e filosofeggiato e inveito contro il decadimento culturale e di costumi che osservava attorno a sé, restando sempre ai margini con la discrezione e la mitezza dell’uomo colto, e ha lasciato questa terra così, come ha vissuto. Traduceva dall’ebraico, dal greco, ed era esperto in lingue classiche. Non è un autore facile da leggere, anzi, ma i suoi scritti sono pieni di verità, e la verità non è mail facile da accettare, soprattutto se punta il dito su quello che non vorremmo vedere.

Il suo libro più famoso, e per me quello più semplice a cui approcciarsi (per chi magari volesse cimentarsi) è Un viaggio in Italia, edito da Einaudi, ed è il racconto di un lungo viaggio che Ceronetti fece a piedi tra il 1981 e il 1983 da nord a sud. Si tratta sostanzialmente di resoconto di viaggio, ma è molto di più di questo, gli aspetti che vengono colti sono fra i più eterogenei: non ci sono solo descrizioni di paesaggio, anzi, direi che sono quelle presenti in misura minore, ci sono visite nelle carceri, nei manicomi, nelle fabbriche, ci sono le scritte riportate dai muri, l’inciviltà, il degrado, ma anche la straordinaria, mistica ed estatica bellezza della natura.
E’ un libro molto complesso, e se vogliamo, profetico, visto che Ceronetti individua già nei primi anni ottanta l’inizio del declino sociale e culturale italiano, a cui noi, ormai credo, ci siamo anche abbastanza abituati.

Io ero affezionata al buon Guido, nel modo in cui ci si affeziona a chi non si conosce di persona, ma che si impara ad apprezzare attraverso le parole. Il suo linguaggio è riuscito a sfiorare delle corde della mia anima, anestetizzate da questo quotidiano un po’ duro e frenetico che vivo, come pochi autori hanno saputo fare.

Quindi forse poche persone l’hanno ricordato in questi giorni,  ma io volevo essere una fra queste.

Non so se questo faccia o meno la differenza per chi non è più tra noi, ma credo che si, in fondo lo faccia.

E voi, ditemi, quali sono gli autori della vostra anima?

Consigli per gli acquisti

Intrattenimenti acustici di qualità

Io non so voi ma quando sono in vacanza, soprattutto nei primi giorni, cado in una specie di limbo oscuro di nullafacenza. Riduco al minimo le attività che mi implichino un qualsivoglia sforzo e divento una specie di versione ingentilita di un’ameba: dormo, mangio, dormo, in un ciclo perpetuo che dura almeno quattro e cinque giorni.

Questa condizione mi consente un ripristino veloce dell’energia dispersa durante l’anno lavorativo e sebbene sia molto frustrante per chi accanto me desidererebbe maggiore azione, mi è assolutamente indispensabile. Sarei stata certamente una perfetta paziente del sanatorio Berghof, il sanatorio svizzero descritto nella Montagna Incantata di Thomas Mann. Credo mi sarei trovata a mio agio ad oziare in mezzo a nobili e borghesi tubercolotici, ascoltando Chopin, facendo lunghi bagni di sole e seducendo giovani militari in convalescenza.

L’ibernazione di tutte le mie facoltà, prevede anche la riduzione del tempo dedicato alla lettura in favore di attività ancora più passive, come l’ascolto di musica e di podcast, che trovo siano una delle invenzioni migliori di sempre. Mentre l’universo mondo si prodiga quindi, a consigliarvi libri di lettura estivi, io condividerò i miei podcast preferiti, per motivare chi come me non ha voglia di fare assolutamente nulla a non cedere alle barbarie dell’ozio ignorante.

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6 MINUTE ENGLISH BBC

Un podcast carinissimo per chi tenta di tenere esercitato l’inglese durante tutto l’anno. È un contributo estremamente breve, sei minuti circa, a cadenza settimanale, in cui i due presentatori Rob e Catherine discutono di una notizia di attualità. I temi sono molto leggeri e godibili, e l’argomento prescelto della settimana viene discusso sia dal punto di vista conversazionale che grammaticale e di pronuncia.

AD ALTA VOCE – RAI RADIO 3

Un podcast estratto dal famoso programma radiofonico di Radio Tre, in cui grandi attori leggono classici della letteratura. Tendenzialmente io tendo ad ascoltare libri che ho già letto, perché non sono mai veramente concentrata, per cui se ascolto un libro che non ho mai letto me ne perdo sicuramente alcune parti e questo mi manda ai pazzi.

Quando ascolto però un’opera che ho già affrontato, mi si apre un mondo, riesco a gustare la trama e i dialoghi in un modo completamente diverso. Ora ad esempio sto ascoltando Moby Dick di Melville e l’esperienza mi sta dando grandissima soddisfazione.

IL CINEMA ALLA RADIO – RAI RADIO 3

Questo è uno dei miei podcast preferiti. Viene scelto un film, se ne contestualizza la trama, i protagonisti, il regista e tutto il resto e invece di guardarlo lo si ascolta. Può sembrare una cosa balzana e bizzarra, o forse limitante, visto che la dimensione visuale di un film è imprescindibile, però vi assicuro che è un’esperienza che merita. Oltretutto non si ascolta tutto il film, vengono scelti alcuni spezzoni che vengono poi inframmezzati da una spiegazione sul contesto della scena, quindi è godibilissimo. Inoltre, la selezione è davvero di qualità: ci sono film vecchi, cartoni animati, comici, di tutto.

LETTURE – DI RADIO 24

Podcast in cui, premesso che non possiamo leggere tutto quello che viene offerto dall’offerta giornalistica, culturale e mediatica, vengono selezionati dei contributi riguardanti diversi temi, che vengono letti e commentati. Possono essere discorsi di politici antichi o moderni, opere filosofiche, citazioni, encicliche e così via, ma anche temi dedicati all’attualità. Molto carino e interessante.

IN OUR TIME: PHYLOSOPHY – BBC RADIO

Last but not least, un podcast tratto da una trasmissione BBC dedicata alla filosofia. È sicuramente un po’ più impegnativo, bisogna avere una certa competenza nella lingua inglese ed essere interessati all’argomento, però è davvero ben strutturato. Ogni puntata è dedicata ad un filosofo o una scuola di filosofia e le spiegazioni sono davvero chiare e complete.

Ora non pensiate che il livello del mio intrattenimento sia sempre così alto, perché vi garantisco che non lo è, anzi per la maggior parte del tempo scarico la tensione mentale ascoltando indegne playlist di Spotify e guardando serie tv, ma tento di alternare un po’ l’offerta, anche solo per introdurre più bellezza possibile al mio quotidiano.

Se qualcuno ha dei podcast da suggerire, è il benvenuto. Lo omaggerò di tutto il mio entusiasmo.