L’Attesa

Compianta amica dei verdi anni

Uno degli aspetti di cui mi sento più privata da questi tempi balordi è quello dell’attesa. Ci ho riflettuto giusto questo week-end, reduce da un binge watching scatenato che mi ha portata a consumare una serie tv di tipo dodici puntate in due giorni. Nonostante non riuscissi a smettere, posseduta dal demone del consumo folle e incapace di pensare ad altro se non terminarla, alla fine, terminata la scorpacciata, concluso il valzer, visto il finale, non mi sono sentita meglio. Al contrario, ho provato la stessa sensazione del mal di pancia dopo un’indigestione, una sorta di nausea del technicolor, un rifiuto totale della situazione, nonché a conti fatti una totale non comprensione di quello che avevo visto perché concentrato in un lasso di tempo così ristretto.

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Automaticamente ho ripensato a come funzionavano le cose quando ero una bambina, quando non tutto era on demand, anzi quando l’attesa e il pathos erano parte preponderante della mia vita. E non so se sia la classica nostalgia canaglia, o altro, ma mi sembra che tutto fosse sì più complicato, ma anche più bello. Ricordo che si aspettava per giorni, a volte settimane, che un film o un cartone venisse proiettato in tv.  E quando questo succedeva uno dei miei fratelli si piazzava su tappeto una mezz’ora prima, in attesa che la proiezione iniziasse, per poi comunicarlo con un poderoso urlo: “É iniziato, correte”.  E si correva davvero, tutti incollati al televisore, realmente concentrati sulla visione, che magari per mesi o settimane non ci sarebbe più stata.

Questa prospettiva della non ripetizione immediata creava un’emozione molto intensa, e non solo, in qualche modo il messaggio che si riceva aveva qualcosa di pedagogico, si era educati all’idea che non tutto poteva essere posseduto subito e ora. C’erano delle regole e una di quelle regole era saper aspettare. Aspettare che il fidanzatino telefonasse senza sapere quando, aspettare che qualcuno venisse a trovarci senza annunciarsi, aspettare che il proprio cartone preferito andasse in televisione, aspettare l’estate per andare al mare, aspettare per poter avere l’età giusta per restare fuori a dormire e così via.

Negli ultimi anni tutto è cambiato, tutto è diventando on demand. Possiamo decidere quando e come e perché vedere un film o una serie tv (con qualche limitata eccezione), possiamo telefonare e raggiungere qualcuno in qualsiasi luogo e ora, possiamo andare al mare d’inverno, possiamo ordinarci il pranzo, la spesa e qualsiasi cosa senza muoverci da casa, perché qualcuno lo porterà per noi.

È come se le cose del mondo si stiano sempre più organizzando verso l’ego riferimento, verso la risoluzione di qualsiasi tensione o esigenza che proviene dall’io. Egocentriche le cose lo sono sempre state: l’uomo ha  vissuto nel mondo plasmandolo e intervenendo sulla Natura per renderlo più funzionale alla sua vita. Ora sta succedendo una cosa simile ma diversa, perché la tecnologia ha in realtà risposto alle necessità non dell’uomo come categoria, ma del singolo, come individuo, ponendolo al centro dello sviluppo di risposte funzionali. Riduzione dei tempi d’attesa, riduzione della frustrazione, riduzione del contatto con l’Altro, riduzione delle code, riduzione delle complicazioni.

Tutte cose utili e buone, che però hanno spazzato via anche il pathos, la gioia di non sapere, il languore che deriva dal non poter controllare tutto e che porta ad aprirsi alla magia dell’inedito e dello sconosciuto.

Io credo che non ci debba stupire molto di quello che sta succedendo nel mondo in questo momento: si sta organizzando sempre di più una risposta, anche politica, che tutela le necessità del singolo e non della collettività, concetto probabilmente già in via d’estinzione, anche se continuamente citato e caldeggiato.

Comunque, nonostante non sarò io a risolvere gli scabrosi problemi di questa umanità, mi piace pormi  sommi quesiti esistenziali che peggiorano il mio mal di stomaco, problematizzano le mie notti, e mi fanno consumare quantità eccessive di cioccolata.

Per chi volesse approfondire la questione relativa alla nostalgia in modo puntuale, vi lascio questo articolo che la spiega meglio di come la potrei spiegare io. Non abbiate pregiudizi sulla testata che lo pubblica, perché è davvero scritto bene e il tema è davvero interessante e pieno di spunti.

Vorrei però sapere da chi mi legge, se anche voi siete dei nostalgici oppure vi integrate bene nel mondo, e nel caso come fate a gestirla decentemente, ecco. Io onestamente sono abbastanza disastrosa, ma mi piace pensare che nel tempo potrò migliorare!

Insonnia

Virtù teologali del non dormire

A settembre, lo diceva anche D’Annunzio, è tempo di migrare. Poco importa che siano migrazioni fisiche, psicologiche, emotive, situazionali o meteorologiche, settembre è il classico mese di transito che ti conduce dalla fine dell’estate all’autunno (questo almeno prima che si manifestasse il global warming), che ti traghetta dall’ozio delle vacanze estive al rientro al lavoro, che ti pone delle domande, che ti scuote l’anima chiedendo risposte agli interrogativi che uno evita di porsi da aprile in poi, che tanto si sa, si aspettano le vacanze estive.

Questo almeno per la maggior parte delle persone, che vede in settembre, e non in dicembre il reale inizio dell’anno. Io che sono sempre in ritardo su tutto, e che faccio del procrastinare uno stile di vita, attribuisco questo potere rigenerativo al mese di ottobre, un po’ perché mi è più simpatico, un po’ perché ci compio gli anni e quindi fare il punto della situazione è dovere e non velleità.
In questi criptici cambi di stagione e di vita il mio pensiero si fa prepotente e rutilante a causa di una delle affezioni più note e più stressanti di sempre, che pare affliggesse anche le notti del buon Gaio Augusto Cesare: la cara e odiata insonnia.
Io sono un insonne intermittente, dormo bene per mesi (soprattutto quelli invernali), poi dormo malissimo per altri mesi, poi ricomincio a dormire bene, poi male, poi bene, e avanti così in un perpetuo ciclo del disagio che tento ogni volta di gestire nel modo migliore possibile, ma spesso non all’altezza della situazione.
Celine diceva: “Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto un rigo…” e sono anche io piuttosto convinta che lo stream of consciousness notturno sia prolifico per la scrittura e la creatività e la riflessione profonda, ma trovo allo stesso tempo che sia molto inadatto a chi conduce una vita diurna lavorativa, tipo me.
Le mie notti ultimamente assumono quindi dei toni dai contorni mistici, in cui l’obiettivo finale non è l’eterna benedizione ma qualche ora di sonno ristoratore.

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FEDE
L’appropinquarsi al coricarsi è ebbro della certezza che dormirò. Mi convinco che convincermi che riposerò bene tenga a bada l’ansia, sciolga i nervi, mi proietti già in una dimensione di relax.
Metto in atto le routine che qualsiasi sito web anti-insonnia propone come panacee: bagni caldi, tisane, luci soffuse, letture lente. Faccio bene i compitini e almeno un’ora di prima di dormire evito anche di usare iphone, ipad, televisori, computer, qualsiasi supporto che emani una luce che non sia quella delle lampade analogiche. Per un certo periodo mi sono anche corretta le tisane con il Braulio, come faceva mia nonna quando ero piccola per farmi rilassarmi e dormire, mandando in bestia mia madre che prevedeva per me un sicuro futuro da alcolista.
Medito, ascolto playlist rilassanti e rumori bianchi, metto i tappi nelle orecchie, le mascherine anti-luce e mi stendo, sicura che il sonno arriverà. E il sonno arriva di solito, la mia fede incrollabile soddisfatta.

SPERANZA
E dormo. Per qualche ora, non di più, dopodiché mi sveglio. Mi sveglio e allora inizio a sperare che sia solo una veglia passeggera, un rapido risveglio e che riuscirò a riaddormentarmi presto. Per la maggior parte delle volte questo non accade e quindi inizio a pensare. A tutto, qualsiasi cosa possa essere oggetto di pensiero: cosa mangerò a colazione, cosa ci faccio al mondo, che senso ha la vita, le lavatrici da fare, cosa dovrò fare l’indomani in ufficio, perchè non sono felice, perchè penso che dovrei essere felice e così via. Di solito raggiungo il climax dell’angoscia dopo un’oretta di sveglia, così speranzosa mi alzo e decido di spostarmi in soggiorno, dove da tempo staziona il mio amico notturno, lui, che condivide, insieme al fedele cane, le mie notti insonni: Baruch Spinoza.
Vorrei fare l’intellettuale chic e dirvi che ho comprato l’Etica di Spinoza per spingermi sempre più a fondo nel pensiero di uno dei filosofi per me più interessanti, (motivazioni che di fatto mi hanno spinta all’acquisto di questo tomo imponente), ma vi confesserò la verità: è un libro così noioso (e complesso e straordinario e profondo, blablabla) che lo leggo la notte per riaddormentarmi. Funziona abbastanza, ma non sempre. Quando funziona di solito mi riaddormento e riposo fino al mattino.

CARITA’
Quando non funziona, subentra l’ultima fase, quella della disperazione nera dove imploro tutti gli dei a me conosciuti di farmi riaddormentare. Imploro la carità, la carità del sonno, dell’oblio, di un pensiero superficiale, di qualsiasi cosa che possa stendere sulla mia mente un velo di nulla. Gli dei a cui mi appello di solito sono equamente insensibili, e intanto si sono fatte le quattro, pertanto le opzioni che si profilano di solito sono due: benzodiazepine (funzionano come Dio, ma sono più a buon mercato), o il risveglio completo. Cucino, stiro, lavo, guardo la televisione, scrivo e arrivo alla mattina, pronta a una nuova ed entusiasmante giornata di lavoro.

Non so se faccia bene o male dormire così poco (penso non bene comunque, ma la prendo sportivamente) fatto sta che dopo un mese d’insonnia nera, ho deciso di prendermi un’altra laurea e mi sono iscritta all’Università.
Ho pensato che tanto ho già letto metà dell’etica di Spinoza, quindi insomma, se va tutto male si frequenta l’Università di Chiara, quella notturna, insieme ai turnisti, alle prostitute, agli addetti ai supermercati aperti tutta la notte, a quelli che puliscono le strade di Milano, alle guardie mediche, ai medici di turno al Pronto Soccorso, alle madri e ai padri dei neonati, alle coppie che fanno l’amore, ai camionisti, a tutte le categorie di persone che lavorano di notte che non ho citato e agli insonni, miei cari amici, che la mancanza di sonno vi porti bene, e se non lo facesse, compratevi l’Etica di Spinoza e fatevi prescrivere l’Halcion, uno dei due di sicuro funziona!

Fin che morte non ci separi

Gente che viene, gente che va

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Mentre il mondo impazziva per ricordare il decennale della morte di David Foster Wallace, in Italia è venuto a mancare Guido Ceronetti, un grandissimo scrittore, intellettuale, poeta, filosofo e traduttore. La sua morte è passata quasi inosservata: c’era un breve articolo sul Corriere e su Repubblica, qualche parola accorata di chi l’aveva conosciuto e poco altro.

All’inizio me ne sono molto dispiaciuta. Mi sono proprio arrabbiata direi (non me ne vogliano i fans di Wallace, che per altro anche io amo). Ho pensato che siamo sempre vittime del classico difetto di pensiero italota, che suppone all’estero siano sempre più bravi di noi nel fare le cose (non mi riferisco alla situazione socio-politica, che come sappiamo, è tragica a tratti). Cinema, letteratura, arti, etc., stiamo sempre pronti al plauso per tutto quello che è oltre confine, ma poco capaci di valorizzare quello che sta dentro al nostro di confine.

Guido Ceronetti era una vera mosca bianca, ha scritto, tradotto e filosofeggiato e inveito contro il decadimento culturale e di costumi che osservava attorno a sé, restando sempre ai margini con la discrezione e la mitezza dell’uomo colto, e ha lasciato questa terra così, come ha vissuto. Traduceva dall’ebraico, dal greco, ed era esperto in lingue classiche. Non è un autore facile da leggere, anzi, ma i suoi scritti sono pieni di verità, e la verità non è mail facile da accettare, soprattutto se punta il dito su quello che non vorremmo vedere.

Il suo libro più famoso, e per me quello più semplice a cui approcciarsi (per chi magari volesse cimentarsi) è Un viaggio in Italia, edito da Einaudi, ed è il racconto di un lungo viaggio che Ceronetti fece a piedi tra il 1981 e il 1983 da nord a sud. Si tratta sostanzialmente di resoconto di viaggio, ma è molto di più di questo, gli aspetti che vengono colti sono fra i più eterogenei: non ci sono solo descrizioni di paesaggio, anzi, direi che sono quelle presenti in misura minore, ci sono visite nelle carceri, nei manicomi, nelle fabbriche, ci sono le scritte riportate dai muri, l’inciviltà, il degrado, ma anche la straordinaria, mistica ed estatica bellezza della natura.
E’ un libro molto complesso, e se vogliamo, profetico, visto che Ceronetti individua già nei primi anni ottanta l’inizio del declino sociale e culturale italiano, a cui noi, ormai credo, ci siamo anche abbastanza abituati.

Io ero affezionata al buon Guido, nel modo in cui ci si affeziona a chi non si conosce di persona, ma che si impara ad apprezzare attraverso le parole. Il suo linguaggio è riuscito a sfiorare delle corde della mia anima, anestetizzate da questo quotidiano un po’ duro e frenetico che vivo, come pochi autori hanno saputo fare.

Quindi forse poche persone l’hanno ricordato in questi giorni,  ma io volevo essere una fra queste.

Non so se questo faccia o meno la differenza per chi non è più tra noi, ma credo che si, in fondo lo faccia.

E voi, ditemi, quali sono gli autori della vostra anima?

Consigli per gli acquisti

Intrattenimenti acustici di qualità

Io non so voi ma quando sono in vacanza, soprattutto nei primi giorni, cado in una specie di limbo oscuro di nullafacenza. Riduco al minimo le attività che mi implichino un qualsivoglia sforzo e divento una specie di versione ingentilita di un’ameba: dormo, mangio, dormo, in un ciclo perpetuo che dura almeno quattro e cinque giorni.

Questa condizione mi consente un ripristino veloce dell’energia dispersa durante l’anno lavorativo e sebbene sia molto frustrante per chi accanto me desidererebbe maggiore azione, mi è assolutamente indispensabile. Sarei stata certamente una perfetta paziente del sanatorio Berghof, il sanatorio svizzero descritto nella Montagna Incantata di Thomas Mann. Credo mi sarei trovata a mio agio ad oziare in mezzo a nobili e borghesi tubercolotici, ascoltando Chopin, facendo lunghi bagni di sole e seducendo giovani militari in convalescenza.

L’ibernazione di tutte le mie facoltà, prevede anche la riduzione del tempo dedicato alla lettura in favore di attività ancora più passive, come l’ascolto di musica e di podcast, che trovo siano una delle invenzioni migliori di sempre. Mentre l’universo mondo si prodiga quindi, a consigliarvi libri di lettura estivi, io condividerò i miei podcast preferiti, per motivare chi come me non ha voglia di fare assolutamente nulla a non cedere alle barbarie dell’ozio ignorante.

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6 MINUTE ENGLISH BBC

Un podcast carinissimo per chi tenta di tenere esercitato l’inglese durante tutto l’anno. È un contributo estremamente breve, sei minuti circa, a cadenza settimanale, in cui i due presentatori Rob e Catherine discutono di una notizia di attualità. I temi sono molto leggeri e godibili, e l’argomento prescelto della settimana viene discusso sia dal punto di vista conversazionale che grammaticale e di pronuncia.

AD ALTA VOCE – RAI RADIO 3

Un podcast estratto dal famoso programma radiofonico di Radio Tre, in cui grandi attori leggono classici della letteratura. Tendenzialmente io tendo ad ascoltare libri che ho già letto, perché non sono mai veramente concentrata, per cui se ascolto un libro che non ho mai letto me ne perdo sicuramente alcune parti e questo mi manda ai pazzi.

Quando ascolto però un’opera che ho già affrontato, mi si apre un mondo, riesco a gustare la trama e i dialoghi in un modo completamente diverso. Ora ad esempio sto ascoltando Moby Dick di Melville e l’esperienza mi sta dando grandissima soddisfazione.

IL CINEMA ALLA RADIO – RAI RADIO 3

Questo è uno dei miei podcast preferiti. Viene scelto un film, se ne contestualizza la trama, i protagonisti, il regista e tutto il resto e invece di guardarlo lo si ascolta. Può sembrare una cosa balzana e bizzarra, o forse limitante, visto che la dimensione visuale di un film è imprescindibile, però vi assicuro che è un’esperienza che merita. Oltretutto non si ascolta tutto il film, vengono scelti alcuni spezzoni che vengono poi inframmezzati da una spiegazione sul contesto della scena, quindi è godibilissimo. Inoltre, la selezione è davvero di qualità: ci sono film vecchi, cartoni animati, comici, di tutto.

LETTURE – DI RADIO 24

Podcast in cui, premesso che non possiamo leggere tutto quello che viene offerto dall’offerta giornalistica, culturale e mediatica, vengono selezionati dei contributi riguardanti diversi temi, che vengono letti e commentati. Possono essere discorsi di politici antichi o moderni, opere filosofiche, citazioni, encicliche e così via, ma anche temi dedicati all’attualità. Molto carino e interessante.

IN OUR TIME: PHYLOSOPHY – BBC RADIO

Last but not least, un podcast tratto da una trasmissione BBC dedicata alla filosofia. È sicuramente un po’ più impegnativo, bisogna avere una certa competenza nella lingua inglese ed essere interessati all’argomento, però è davvero ben strutturato. Ogni puntata è dedicata ad un filosofo o una scuola di filosofia e le spiegazioni sono davvero chiare e complete.

Ora non pensiate che il livello del mio intrattenimento sia sempre così alto, perché vi garantisco che non lo è, anzi per la maggior parte del tempo scarico la tensione mentale ascoltando indegne playlist di Spotify e guardando serie tv, ma tento di alternare un po’ l’offerta, anche solo per introdurre più bellezza possibile al mio quotidiano.

Se qualcuno ha dei podcast da suggerire, è il benvenuto. Lo omaggerò di tutto il mio entusiasmo.

Sliding doors

O le capocciate di testa contro il destino

La scorsa settimana ero a pranzo con un collega e mentre ci deliziavamo con insolite amenità culinarie koreane si stava discutendo sull’interessante concetto dei sospesi, ovvero di quelle situazioni che capitano sovente nella vita in cui c’è un potenziale di sviluppo che poi non si realizza creando la classica logica delle slinding doors.

Lui infatti si ricordava di una biondina conosciuta alle elementari di cui si era segretamente, o forse non segretamente, innamorato e che era rimasta sempre nei suoi pensieri come il suo grande amore di bambino. Ci pensava a volte, era persino finito a cercarla su qualche social, e aveva scoperto che era sempre bionda, piuttosto carina, viveva all’estero ed era sposata con un pezzo grosso di una multinazionale.

Il fatto di trovarsi ora felicemente sposato con la donna dei suoi sogni, di avere due splendidi bambini, e di condurre una vita faticosa ma piena, non gli impediva ogni tanto di ripercorrere il suo passato e pensare alla biondina e alle diverse slinding doors che la vita gli aveva disseminato sul cammino.

Interrogata a mia volta sui miei sospesi lì per lì ho negato di averne, un po’ perché volevo recitare la parte della donna sicura della direzione che sta intraprendendo (niente di più lontano da quella che sono, ovvero una perenne indecisa), un po’ perché ci ho messo un attimo a discernere fra le sliding doors finte (ovvero quelle situazioni che pensiamo avrebbero cambiato il corso delle cose, ma che di fatto non avrebbero cambiato nulla) e quelle vere.

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Sono giunta quindi, dopo infinite riflessioni a determinare due principali slinding doors della mia vita, che di base sono anche le uniche due a cui ciclicamente ripenso in maniera ossessivo ricorsiva. La prima è avvenuta alla fine del mio percorso universitario, quando dopo essermi laureata con i massimi voti alla facoltà di Lettere, la docente di Letteratura Italiana Contemporanea mi aveva invitata ad iscrivermi ad un dottorato che avrebbe seguito lei, perché a detta sua ero molto dotata per la ricerca e le materie umanistiche, e non avrei dovuto buttare questo capitale umano di cui ero depositaria.

Purtroppo ero giovane e inesperta delle faccende della vita, con una situazione familiare e personale un po’ complicata alle spalle e l’unica cosa che desideravo era essere economicamente indipendente e percorrere la mia strada. Ho quindi deciso di rinunciare al dottorato ed iniziare a lavorare in un’azienda che mi ha introdotta nell’infelice baratro lavorativo in cui mi trovo attualmente.

Uno dei miei più grandi rimpianti è situato lì, nel preciso istante in cui ho deciso di voltare le spalle allo studio, attività che mi rendeva felice e piena e ricca per entrare in un’azienda, in cui ho passato il primo anno a servire caffè nelle riunioni, e dove per la prima volta ho sperimentato la famosa frase di Gore Vidal che dice “The unfed mind devours itself”.

Mi chiedo spesso cosa starei facendo ora se invece di prendere quella decisione ne avessi presa un’altra, se sarei più o meno felice, serena o realizzata. Tento di non pensarci e mi convinco che doveva andare così, cosa che in parte è vera, perché se non avessi intrapreso le orribili strade lavorative delle aziende grosse e cattive non avrei incontrato il Regista, che ha fatto capolino nella mia vita sette anni fa in una riunione pallosissima in ufficio, in cui tutti e due eravamo così annichiliti dagli argomenti di discussione che abbiamo passato tutto il tempo a fissarci con malizia.

L’altra slinding doors è di tipo sentimentale invece, e alzi la mano chi non ne ha almeno una.

Io, che sono un’ impulsiva che si è sempre lanciata a capofitto nelle situazioni più disparate (ho collezionato una serie di casi umani come ex fidanzati che potrei scriverci dei manuali), in realtà ne ho solo una, ma è tosta, così tosta che ogni volta che ci faccio i conti vorrei che arrivasse Maurizio Costanzo e facesse partire i consigli per gli acquisti, perché nonostante siano passati lustri su lustri da quando è accaduta, quando ci penso mi vengono ancora i coccoloni.

Anche la letteratura si è interessata a questo tema sconfinato e bellissimo. Esistono diversi libri illuminanti sull’argomento, il primo che mi viene in mente è Il conte di Montecristo di Alexander Dumas, lettura che consiglio caldamente, perché di storie epiche come quella di Edmond Dantès ne sono state scritte poche e perché offre un’interessante prospettiva sul tema delle slinding doors e sul tema della vendetta. Argomento direttamente correlato in questo caso, poiché è a causa di tre uomini malvagi ed invidiosi che Edmond non solo non può sposare la donna che ama, ma si ritrova anche in prigione accusato di alto tradimento. Quando poi riuscirà a fuggire e diventerà ricco grazie al ritrovamento di un tesoro, tornerà in Francia e passerà gli anni migliori della sua vita a vendicarsi dei tre nemici, accorgendosi poi solo alla fine del libro del tempo perso e del sangue amaro che si è fatto intraprendendo questa via.

Un altro libro non meno interessante è L’amore ai tempi del Colera di Garcia Marquez, che offre un’altra visione ancora più romantica sulla questione, perché Florentino Ariza, il protagonista, ama una donna, Fermina Daza, per tutta la sua vita, anche se lei è sposata con un altro.  Solo da anziani si ricongiungono e si amano (cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese d’attesa), come non avevano potuto fare da giovani (il padre di lei aveva voluto sposasse un uomo più ricco). In questo caso Florentino non si deprime per la sua slinding doors andata, anzi la coltiva nel tempo come un fiore raro, e poi alla fine viene premiato per la sua costanza.

Vogliamo parlare poi di Cime Tempestose di Emily Bronte? Il libro più bello di sempre sugli amori infelici e mai realizzati? Heathcliff e Catherine potrebbero fare una lectio magistralis sulle slinding doors, e per quanto mi riguarda Heathcliff è maestro cintura nera nell’ossessione per l’oggetto d’amore perduto.

E voi  cari lettori, quali sono le vostre slinding doors? Siete più della squadra Dantés o Ariza? Ignorate i vostri rimpianti o li coltivate  con la delicatezza che meritano? Vi disperate come Heathcliff per gli amori passati fino a farli diventare un’ossessione?

Io lavoro tutta la settimana come una cinese con il caldo cocente che mi uccide e dilettarmi con le vostre mancate direzioni di vita mi allieterebbe certamente.

Oppure consigliatemi qualche altro libro su questo interessante tema, sono desiderosa di esplorarne tutte le sfaccettature e continuare a farmi del male, come solo io so fare.

Gatti in testa

Visioni feline dell’estate corrente

Sono in arretrato con la scrittura più o meno come sono in arretrato con la vita. Questo è il classico momento dell’anno in cui l’unico pensiero persistente e ossessivo riguarda le ferie estive, ovvero il momento in potrò appoggiare la penna alla scrivania e salutare tutti chiudendo il capitolo lavoro e riaprendolo solo a settembre. A questo benedetto e agognato momento mancano ancora quattro settimane, alle quali arriverò probabilmente trascinandomi sui gomiti e con il viso nel fango come Soldato Jane, solo molto meno atletica e molto più sofferente.

Fortunatamente l’estate 2018 appare meno tragica dello scorso anno, e anche se appena la temperatura si alza di qualche grado io penso sempre di morire squagliata in una metro senza aria condizionata, quest’anno sono più ottimista e quasi, ma non vorrei esagerare, positiva.

La verità è che è stato un anno duro, da tutti i punti di vista: ho inaugurato l’anno nuovo con l’influenza del secolo, una crisi di coppia di quelle non da scherzare, una crisi di vita e prospettive lavorative se vogliamo ancora più profonda, attacchi d’ansia e di panico, più altri vari annessi e connessi che la vita ama metterti sul cammino come un Pollicino sadico con il gusto per l’horror.

In mezzo a questo tsunami di situazioni, la lezione che ho imparato e che continuo umile ad imparare ogni giorno è che non si può sfuggire dalla vita, dalle cose, dalle situazioni, dalle rese dei conti. Si può tentare di scansare, schivarle, posticiparle a quando ci sentiremo pronti ad affrontarle, ma tutto torna e prima o poi (sarebbe auspicabile prima che poi ma anche questo è relativo) sono da affrontare. L’unica alternativa è saper gestire il rimpianto e l’inedia, attività nel quale io sono una loser completa. Ho un terreno emotivo su cui attecchiscono con estrema facilità gramigne emotive che poi fatico ad estirpare, anche a causa di una molle pigrizia e di un denso lassismo che fanno parte del mio essere da quando sono al mondo.

E alla fine, quando si rimanda in aeternum, si sta nel mondo con un gatto in testa che disturba la visuale. Programmare, pensare, progettare, diventano difficili perché c’è un costante elemento perturbativo che fa inciampare, oscillare, cadere. Io alla mia ansia ho dato più o meno questa forma e queste caratteristiche feline, mi ci sono anche affezionata, perché posso dare la colpa a lei per tutto quello che non faccio e che sta sfuggendo di mano nella mia vita.

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Se siete anche voi degli addicted alle sindromi ansiogene e volete mettere alla prova i vostri muscoli  e la vostra resistenza psicologica agli orrori, vi suggerisco di pensare a intraprendere la lettura di 2666 di Roberto Bolaño. Io l’ho fatto in questi mesi, e nonostante mi sia venuto il tunnel carpale reggendo in metropolitana per più di 60 giorni un libro da almeno un chilo (900 pagine circa)  e abbia una perenne nevralgia alla spalla destra (dove lo mettevo in borsa), sono orgogliosa di poter dire di averlo letto.

È un’opera molto complessa, e io sono come sempre una delle persone meno adatte quando si tratta di parlare di libri (mi stanco subito e la faccio corta), ma in un contesto sociale così difficile come l’attuale, mi piace dare questi suggerimenti che aprono a scenari e sfide ancora più complicate, perché mi distraggono un po’ dalle ultime sortite del nostro comune amico Salvini.

Il testo, che Adelphi ha pensato bene di accorpare in un unico tomo, è suddiviso in 5 romanzi indipendenti. Questo vuol dire che potete leggerli nell’ordine che preferite, io l’ho letto nell’ordine canonico perché sono una che non ama improvvisare.

Parlarvi della trama o semplificarla, è cosa ardita, perché in realtà 2666 è un romanzo dentro al romanzo, in cui parallele ad un plot che lega le diverse parti dell’opera si intrecciano altre storie, personaggi secondari, trame alternative che hanno la stessa importanza e sviluppo di quella principale. Non vi capita mai leggendo un libro di pensare, ah ma adesso questo personaggio cosa farà? Ma la cugina della sorella di Pip è morta o è viva? E l’oste a cui D’Artagnan ha distrutto la locanda poi cosa avrà fatto?

Ecco 2666 è la risposta a tutte le trame secondarie mai raccontate nella storia della letteratura. Va da sé che non è una lettura da spiaggia, anzi è molto impegnativa, rutilante, caotica e in molti tratti dispersiva. Anche perché Bolaño è un maestro della citazione, conosce un’ampia fetta dello scibile umano che spazia dalla storia, arte, letteratura, musica e non manca di stupirti con delle perle rare che inserisce con grazia all’interno del suo narrare. Probabilmente come me, vi appassionerete di più alle trame secondarie che a quella principale.

Per rendere però questa micro discussione su 2666 una vera infamia, non vi racconterò brevemente cosa succede, perché prima non c’è un modo breve per raccontarlo, secondo perché per quello esistono le quarte di copertina o qualsiasi sito offre quasi sempre una breve sintesi dell’opera migliore  di quella potrei fare io.

Vi posso dire però che se amate il Messico, la seconda guerra mondiale, i misteri, il sesso, la letteratura, e avete lo stomaco forte per resistere a quasi 400 pagine di descrizioni dettagliate di femminicidi (donne mutilate, stuprate, impalate) e non ultimo amate Bolaño, trovatevi due mesi di tempo per leggerlo perché come tutte le cose difficili nella vita, poi la ricompensa è sempre all’altezza.

Per finire, volevo suggerirvi una giusta colonna sonora per la lettura di questo libro, visto che ho una persona a cui voglio molto bene, con un gusto raffinato per la musica (che io non ho) e che consulto sempre utilitaristicamente (ma anche e soprattutto perchè mi piace avere a che fare con lei) per farmi suggerire brani contro i problemi del quotidiano (dormire, rilassarsi, leggere, andare in palestra, sclerare) e che, salvo rare eccezioni (pezzi troppo selezionati per un orecchio ignorante come il mio) ci ha sempre azzeccato. Però visto che sto ancora deliberando sulla colonna sonora migliore magari ve la scrivo nel prossimo post.

Ringrazio al solito i miei cinque/sette lettori di sempre, che nonostante le mie sparute sortite sul blog mi danno fiducia e mi leggono. Potrebbe anche essere che ci capitino per sbaglio, ma non è che questo ai miei occhi abbia meno importanza.

Hegel chi avrebbe votato?

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Tesi Sto vivendo, penso come molti italiani, un momento di confusione e sbigottimento. Mi sento come una a cui stanno rubando l’auto sotto gli occhi e lo shock è così forte che non riesce a reagire. Sta ferma lì, guarda il ladro che le ruba la macchina e solo quando tutti e due si sono ormai definitivamente allontanati, realizza che non solo è stata derubata, ma che nella sua inerzia è diventata anche complice di quel furto.

Guardo il neo governo e non so cosa pensare.

All’inizio sono stata colta da un’ondata di rabbia, non tanto nei confronti del Di Maio o Salvini di turno, ma di tutti coloro che non sono riusciti a creare un’alternativa politica valida e hanno lasciato spazio ai facili populismi. Forse sarebbe successo comunque, un tempo c’erano i “terroni” per la Lega, adesso ci sono i migranti ed è un classico che invece di avere il coraggio di guardare il mostro che vive dentro di noi, si trovi qualcuno all’esterno su cui proiettare tutti i fantasmi di una società in declino come la nostra. Ho pensato che questo governo non mi rappresenta per nulla, che non mi ritrovo nelle parole che si spendono e negli obiettivi di cui si parla.

Forse i miei ragionamenti sono inquinati dalla posizione da privilegiata da cui parlo: vivo in una prospera città del Nord Italia con un tasso di disoccupazione basso, la sanità funziona, i servizi anche, non rischi di morire per un intervento di appendicite, e nonostante tutti i contro che si possono poi trovare, ho una qualità della vita probabilmente superiore a diversi miei coetanei (in termini lavorativi e di prospettive future).

Quindi a posteriori è facile sentirsi diversi da coloro che Salvini e Di Maio li hanno votati, pensare come sia stato e sia possibile che così tante persone si siano affidate a questi due partiti politici è un argomento caldo. La verità è che non c’era un’alternativa valida, e che decenni di mala politica e crisi delle istituzioni, hanno portato questo paese a una condizione di sfiducia totale nei confronti dello Stato. Lo si vede nelle derive no vax (lo Stato avvelena i miei figli), nelle aggressioni quotidiane a carico della Scuola (insegnanti picchiati o bullizzati dai genitori), nella giustizia fai da te, nella rabbia che si percepisce dalle parole degli italiani che si sentono presi in giro dalle istituzioni.

Direi che ci sono sacrosante ragioni dietro a tutto questo. Se abitassi a Roma e vedessi la città più bella del mondo languire nel degrado, mi arrabbierei. Pago le tasse, sono un onesto cittadino e i miei soldi finiscono in buchi neri che non solo non preservano l’ambiente in cui vivo, ma sollazzano orribili individui corrotti e mafiosi.

Antitesi Ok ci sta tutto, il disgusto, la stanchezza, l’apatia politica. Però non riesco a levarmi di torno la sensazione che in realtà i politici che abbiamo siano lo specchio (parziale), del popolo che siamo. Ce li meritiamo. L’italiano nello Stato non cerca un partner, ma un padre, che lo coccoli, lo curi, lo mantenga, ma non gli rompa neanche troppo le palle con le regole. Perché in quel caso, da buon papà, diventa un’ istituzione da combattere, eludere e ove possibile imbrogliare.

Ci pensavo giusto poco tempo fa, che anche in me, alberga un seme di quel lamentio denso e inerte di questo paese. Quella piccola voce che ci ripete che nulla potrà cambiare, che le cose vanno così, che tanto tutti i politici sono uguali.

In me si manifesta con una mancanza di assunzione di responsabilità degli aspetti da migliorare della mia vita. Mi lamento, coltivo i rimpianti dedicandogli energie e nostalgie, ma non faccio nulla per migliorare la situazione, convinta che ormai il mio destino sia questo.

Penso di essere un’onesta cittadina, perché pago le tasse, pago per i servizi di cui mi avvalgo, non sono mai salita su un mezzo pubblico senza pagare il biglietto, sono una lavoratrice operosa e mi reputo anche una persona educata.

Però non combatto i soprusi, se vedo qualcuno che si comporta in modo prepotente non dico nulla, lascio passare, se non mi fanno lo scontrino non mi oppongo, quando il mio dentista mi chiedeva se volessi la fattura o meno, spesso ho detto che non mi interessava, facesse lui. Mi interesso di politica ma tiepidamente, se posso delegare delego a chi reputo sia più preparato o interessato di me.

Piccoli peccati d’inerzia che sommati fanno lo spirito di una nazione. Quindi si, mi sento completamente diversa da un finto invalido che si dichiara cieco e poi va al mercato a fare la spesa, da quelli che si fanno timbrare il cartellino dai colleghi e poi vanno al mare, sono diversa dall’insegnante perennemente in malattia, dagli evasori fiscali, da quelli che si dichiarano nullatenenti e poi hanno una flotta di SUV nel box, da quelli che non fanno la raccolta differenziata o che parcheggiano nel parcheggio dei disabili.

Sintesi Mi ripeto che non sono così, ma la realtà è che sono anche così. E finché non impareremo a combattere questo virus, non ci saranno Salvini o di Maio che tengano, le cose probabilmente, non cambieranno mai.